Si definisce un’attrice  marginale. Che ha dovuto inventarsi il proprio posto nel cinema mondiale. Isabelle Huppert, minuta nel suo abito bianco, a suo agio tuttavia sui robusti tacchi alti di sandali dorati, a chi l’ha vista ieri sera sul palco del San Carlo, con scenografia minimalista per il Napoli Teatro Festival, è sembrata non un personaggio, ma una persona autentica, capace di fare emergere dalle vene sempreverdi  sentimenti d’adolescente, dando voce e corpo  alla ragazza di quindici anni mezzo che vive tutte le sfumature di una indimenticabile passione vergine con un uomo di pelle e età diversa da lei, un ricco ereditiere cinese trentenne.
E’ lei la ragazza  di pelle  bianca che attraversa le pagine del celebre libro L’amant, Premio Goncourt, della scrittrice francese Marguerite Duras, e conduce gli spettatori nel flusso (semi)autobiografico dell’autrice. Siamo negli anni trenta. Scenario, l’Indocina francese, ovvero la foce del fiume Mekong e le vie brulicanti di Saigon dove la giovane frequenta il liceo. La prima volta i loro sguardi s’incrociano  su un traghetto. Lui, è identificato socialmente nella Limousine nera, prima barriera contro la povertà della giovanissima donna.
Una questione di colori. Affiorano sulla scena  prima  in una meravigliosa nebulosa dai toni rosa ma anche verdi della natura circostante, poi si condensano nelle parole, nelle frasi che dipingono la nevrotica madre  insegnante messa in ginocchio dalla miseria, il fratello maggiore un poco di buono con fama delinquenziale, il minore che  non brilla nemmeno lui. E gli altri che parlano, borbottano di quella relazione consumata in una garçonnière di cui appare l’ombra sulle tavole del palco, attraverso le strisce della persiana, mutevole filtro della luce. Sul percorso della memoria incombe la figura del padre dell’amante, ricco uomo d’affari che ha accumulato una fortuna nel settore immobiliare e mai acconsentirebbe al matrimonio del figlio con una (povera) francese.
Tutti le voci di un incolmabile divario sociale si concentrano nell’esile figura di Isabelle che apre e chiude seduta in una essenziale poltrona. La musica le concede  pause in cui lei volteggia, leggera, mentre il leggio su cui sono collocati i fogli del romanzo a tratti dissolve la propria funzione. La storia è incorporata nei pensieri della protagonista che è lì, in carne e ossa.
Le lacrime del cuore scorrono di nuovo quando anni dopo lui le telefonerà, di passaggio a Parigi. Lei è già una scrittrice affermata, lui è il marito di una donna subita dall’imposizione paterna. Le dice che  l’amerà sempre, fino all’ultimo istante del tempo terreno. Anche lei scopre che è così, dopo averlo irrimediabilmente perduto.
Un amore consegnato alle emozioni del pubblico che applaude commosso e convinto. Anche chi il francese non lo conosce e l’ha seguita  dai sottotitoli italiani proiettati sullo schermo. È avvenuto l’anno scorso in Cina. Accade adesso a Napoli. Isabelle non è un’attrice marginale. Fragile e forte, nella sua intensità.
Per il programma della rassegna
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In alto, Isabelle Huppert sul palco del San Carlo (fonte, bacheca Fb del console generale di Francia Jean-Paul Seytre,  direttore del Grenoble e instancabile  promotore della cultura francese a Napoli)