Riceviamo e volentieri pubblichiamo.

                                                                                                   A Giovanni
Alcuni dicono che la felicità bisogna cercarla lontano; altri affermano che dimora vicino, nella casa; ma la felicità perfetta è nella culla di un bimbo. Tutti gli avvenimenti fondamentali della vita, e la venuta al mondo è uno di questi, sono preceduti dall’attesa e accompagnati dal dolore. Una sofferenza che è allo stesso tempo affanno e inquietudine, preoccupazione e tormento. La nascita è un passaggio particolare: segna il transito dall’acqua all’aria; fa rivivere in ciascuno di noi il lento evolversi della vita sulla Terra.
Ti scrivo questa lettera perché non ho altro modo per comunicare con te. Il tempo ci divide e questo mio presente sarà per te uno sconosciuto passato mentre il futuro, che l’età rende cupo e tenebroso, sarà per te un presente abitato dalla speranza. Quando avrai la possibilità di condividere questi momenti attraverso delle anonime lettere che insieme riescono a creare la magia delle parole, molto probabilmente io stesso sarò un passato che non ha più un presente.
Quando si diventa adulti, ci si ricorda a mala pena degli sguardi o dei sorrisi, non del peso che le braccia hanno sostenuto per aiutarci a sperimentare i primi passi, la fatica necessaria a trasformare le nostre goffe baldanze in meditate osservazioni e neppure l’impegno, la dedizione e lo sforzo generoso di chi ci ha insegnato a costruire articolate osservazioni.
Tutti abbiamo la necessità di ringraziare questi supporti che il tempo rende anonimi, ma che hanno consentito a noi come lo consentiranno a te, di costruire una propria narrazione. Sono le storie delle persone che aiutano a costruire la nostra storia. Spesso sono storie che il tempo fa diventare anonime, ma mai inutili. La bellezza compositiva di un’antica chiesa o di un palazzo nobiliare colpisce per l’armonia e l’equilibrio dei vari elementi. Siamo grati a chi l’ha immaginata e progettata, ma quanti di noi ricordano operai, mastri e capimastri che hanno preparato la malta, ritagliato le pietre, realizzato i marmi, assemblato gli elementi per rendere concreto un sogno, che una volta era solo un’idea, diventata poi schizzo e infine trasformata in disegno operativo prima di essere l’opera stessa.
Il nostro tempo si è fermato alla forma, tu cerca di guardare oltre. Più in là, oltre l’apparenza troverai la trama di un racconto che è fatto di persone e da persone che hanno cercato o cercano un proprio spazio e, quando non l’hanno trovato, si sono perse. Cerca con convinzione, sforzo, impegno, applicazione e perseveranza un tuo spazio fisico ma anche operativo e creativo: serve per realizzare i nostri sogni e da sempre i sogni sono il vero motore della vita. Lasciamo a te e a quanti verranno dopo di te uno spazio compromesso e confuso. Questa nostra casa comune, la Terra, è più inquinata e meno accogliente di come l’abbiamo ricevuta da chi l’ha abitata prima di noi. Ci hanno fatto credere di essere padroni delle cose e della vita; non lo siamo né dell’uno né dell’altro. I nostri beni, come la vita, non sono per sempre, sono legati al tempo: il nostro tempo.
Ricordo ancora con emozione i volti di nonna Maddalena e di nonno Raffaele segnati dall’età; con i loro racconti il passato ritornava vivo. Erano narrazioni disseminate da episodi catturati nel quotidiano, avevano il sapore e la leggerezza dell’esperienza, sapevano descrivere un’epoca, erano di monito per le scelte che tutti, in quanto persone, siamo chiamati a compiere. Oggi che rifuggiamo da ogni trascorso, il nostro presente è più povero. Noi siamo fortunati, possiamo riempirlo con te che rappresenti il nostro futuro.
Una volta lo spazio era un riferimento, univoco e definito, oggi l’abbiamo reso confuso, occupato da ambienti differenti, invaso da altri spazi. Sono modi e mondi comunicativi diversi, che non sappiamo declinare nelle loro differenze, preservare nelle loro peculiarità, fatte da ricche singolarità. Ora che pensiamo di essere senza tempo, non abbiamo più un tempo e occupiamo quello che abbiamo con l’ansia della velocità delle azioni, spesso frantumando rapporti e relazioni. È come se anche il tempo, come lo spazio, fosse occupato da altri tempi, quelli che non abbiamo. Siamo travolti da una corsa frenetica e perdiamo di vista l’attimo presente, l’unico in nostro potere.
Mentre ti scrivo, mi accorgo di mostrarti solo ostacoli e difficoltà; il mio desiderio era quello di farti affrontare con un sorriso quella grande e  meravigliosa avventura che è la vita: un viaggio, che è spostamento, crescita ma anche ricerca interiore, un percorso che esige padronanze e richiede scelte. L’esperienza, l’affetto e quel desiderio di protezione, potrebbe trasbordare confini e limiti ed imporre a te, che sei un’altra persona, i nostri disegni e i nostri desideri, considerandoti quasi una nostra appendice.
Quando ci accorgiamo di non riuscire a dirigere i tuoi passi, con ferocia protervia, potremmo rinfacciarti il peso dei nostri sacrifici, che meritano riconoscenza. L’uomo, in continua lotta tra vecchio e nuovo, spesso perde di vista l’essenza della vita, il rispetto dell’altro. Vorrei tanto guardarti con gli stessi occhi di meraviglia di oggi; ora che sei così piccolo e indifeso hai un vigore sconvolgente: la forza e la fragilità di tutta l’umanità. Vorrei stare come ora sulla soglia della tua vita per dirti che ti amo comunque e sempre. Se il destino dovesse decidere di non farci incontrare, ti giungano, attraverso queste parole cercate una ad una, di giorno e di notte, tra volti amici e sconosciuti, tra pietre antiche e blocchi moderni, quel premuroso affetto che dovrebbe sempre caratterizzare la relazione con chi condivide con noi la fragilità della natura umana.
In alto, uno scatto di Nicola Andreozzi

 

 

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