Lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale mediato da immagini. Queste parole di Guy Debord, lungi dall’essere funzionali solo al discorso del Leader dell’Internazionale Situazionista, danno il senso di cosa il teatro sia stato e di quello che può ancora essere.
Vero, viviamo di spettacolo e, vero, il nostro pane quotidiano è il consumo bulimico di immagini. Vero gli spettacoli si moltiplicano e si deve scegliere tra un’offerta culturale che eccede i nostri limiti umani di esseri non capaci di ubiquità (a differenza di alcuni attori, e nella fattispecie di alcune attrici, come vedremo tra poco). Se poi si è a Napoli, con la sua offerta e i suoi spettacoli tutti alla stessa ora, orientarsi diventa ostico.
Ma proprio da questo overload culturale può scaturire una forza capace di intaccare, un pezzo alla volta, le sicurezze di cui bardiamo la nostra natura culturalmente costruita di esseri sociali.
Almeno questo pare accadere con Mamma mà di Massimo Andrei per la regia di Gennaro Silvestro, che riporta Daniela Ioia (foto) al teatro Tram, nell’anno che ha visto la consacrazione dell’attrice napoletana con Gomorra la serie, e con il Sindaco del Rione Sanità.
Un monologo di donna, ma anche un monologo di donne, quelle che si alternano sul palco attraverso la sola fisicità di Daniela, che interpreta il vissuto di verosimili madri ma svincolandolo dalla carica di pesantezza propria di un certo tipo di relazioni.
Relazioni che ancora versano nel più abietto maschilismo, sia questo sotterraneo o volontariamente messo in mostra.
La Ioia sul palco incarna i principali intoppi sociali del vissuto della mai troppo sensibile società partenopea, dove credenza popolare e educazione alla mai superata falsa virtù della virilità creano un substrato culturale in cui trovano terreno fertile superstizioni, abusi e scempi al corpo femminile.
Modelli annichilenti e dati per scontati, fondamento della socialità di molte persone: dalla violenza e al mito della sua forza educatrice, alla avvenenza fisica del corpo, viatico per il raggiungimento di obiettivi di qualsivoglia natura.
Centro dello spettacolo, il corpo e quanto concerne la sue fattezze. Questo corpo esplorato con cinismo medico, un’attitudine fatta propria dalla quotidianità, scaturita forse da una ipersessualizzazione del dettaglio, dalla oggettificazione inanimata e funzionale della vividezza. Il tratto anatomico, insieme di demarcazioni biologiche segnanti, diviene sineddoche sociale, mezzo predisposto a funzione, e in quanto tale, passibile di significazione e di colpe, come per l’infertilità.
Storicamente attribuita alla donna, l’infertilità è questione anche maschile, ma non per l’ostinata volontà di volgata, non per la mentalità comune che nei secoli si è espressa in ripudi, violenze, messe a morte. E neppure l’evidenza scientifica aiuta, se in gioco è la virilità, falso mito sempre più minato, sempre più rifiutato, che dove in pericolo risponde con la violenza.
Si preferisce martoriare il corpo di madre destinato a essere carne per altrettanta carne, intimamente sentita, intimamente sempre con se portata.
Daniela Ioia diventa per un’ora e mezza tutte le madri di Napoli, grazie al suo proprio corpo, dove velato, dove pudicamente costretto, dove evidenziato, a scandagliare diverse modalità di essere madre o di aspirare ad essere madre, occupando ininterrottamente ma con garbo l’intera scena.
Il tutto in uno spettacolo che scorre via rapido, senza che si accusi un calo, senza che l’attenzione si distolga per un attimo dalla protagonista che sembra essere ovunque.
Che sembra poter essere chiunque.
A tratti pare di rivedere la prima Smorfia di Troisi, complici anche i richiami ad alcune celebri gag del sempre vivo esponente della napoletaneità.
Tuttavia il non detto che attraversa l’intero spettacolo renderebbe un senso di alienazione e ingabbiamento grottesco, se non vi fossero rapidi cambi di scena, umorismo ben dosato, una trasposizione caricaturale ma, a volte, ricucita sul vissuto di buona parte di Napoli.
Lo stile della Ioia è sublime. La sua fluidità nel prestarsi a modelli femminili, altrettanti stereotipi di madri, la velocità nella gestione dei cambi di scena, la reazione ad una scrittura mai stantia capace di far ridere e di far pensare,ribadisce la forza della messa in scena come modello essenziale di educazione e apprendimento. E ci dice molto sul ruolo del teatro oggi.
Il palco si presta più che mai a sviscerare meccanismi lesivi di una socialità invecchiata e infiacchita. Un insieme di relazioni spezzettate, in cui chi avrebbe la forza di parlare retrocede sotto i colpi di rinvigorite fiammate d’odio.
Una società, quindi, intollerante, capace di riconoscere la cultura e la sua forza rinnovatrice, ma anche di passarvi sopra con la sicumera e l’arroganza di urlanti slogan precostruiti.
Slogan votati all’annichilimento di istanze sempreverdi perché, nel modo più assoluto, lo status quo soddisfa pienamente tutti i propri requisiti di inamovibilità e chiusura al nuovo.
Ed è vero che si è ripresi a bruciare i libri, ad attaccare frontalmente la cultura con il beneplacito di chi non si espone.
Ma provate voi a bruciare un’idea già ardente nel vostro cervello perché vi è stata urlata, con gentilezza e moderazione, da un palco. Provate voi a bruciare il vostro senso della giustizia e della bellezza.
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