Come ogni anno il mese di agosto, sul piano emotivo e comportamentale, rilascia segnali, pubblici e privati, non privi di polemiche. Insomma, ci stiamo abituando alla notizia “oltre” il buon costume e carica di significato nient’affatto neutro. E’ il caso del vicesindaco di Roveré Veronese che, dal palco, esibisce una maglietta con su scritto:” Se non puoi sedurla puoi sedarla”. Scoppia la polemica, lui incalzato dall’opinione pubblica chiede scusa e il giorno dopo è tutto finito. Altro giro altra corsa.
Non viene risparmiato un campione del calcio come Pogba, insultato con frasi razziste dai suoi stessi tifosi (Manchester United) per aver sbagliato un rigore.
Non di meno fa un gestore di un lido balneare di Ascea che esibisce un cartello che indica i bagni, avendo “cura” di scriverci sopra:” Uomini, Gay, Donne” (foto). Insorge, a ragion veduta, il presidente Arcigay di Salerno, peraltro facendo notare che discriminati non sono solo gli lgbtq, ma anche i disabili di cui non si fa cenno nel cartello. Un vero capolavoro.
E’ la volta di un camping, questa volta a Riccione, dove un ragazzo di colore viene messo alla porta con tanto di epiteti:” Il ragazzo nero deve restare fuori”. Intervengono i carabinieri, l’amministratore della struttura smentisce l’accaduto, il ragazzo, al contrario, conferma tutto.
Tra le bizzarrie di questo pazzo “clima” emerge che una 86enne in provincia di Pordenone specifica che al suo funerale non gradisce la presenza della figlia e del genero, con tanto di manifesto pubblico. Il figlio maschio dell’anziana donna si è affrettato a specificare di aver solo fatto rispettare la volontà della madre. Il parroco celebrante il rito funebre ha espresso sorpresa dall’altare. Almeno questo.
I giornali scrivono, i social amplificano, i comuni mortali si scandalizzano. Tutto nel giro di qualche ora poiché incalzano altri accaduti, nuove idiozie. Lo spazio a disposizione si esaurisce subito, il tempo schiaccia gli avvenimenti uno dietro l’altro, non si riesce nemmeno a riflettere degnamente su ciò che ti circonda. Questo mondo ha fretta, deve produrre “non pensanti”. Ridere o piangere non si consumano più come nobili e ponderati sentimenti, il bene e il male sono compressi e la massa, i più, non sono in grado di coglierne gli aspetti necessari.
Un mondo che non produce più affetti, solidarietà, valori, significati, ma che avanza a tracciare, anche per via legislativa, paura, sicurtà, privilegi, abbandoni.
Questo tempo storico ci consegna la “liquidità” dei rapporti umani, la fragilità di una comunità più povera, sola, dove ogni persona esterna a rango di ricette generali il proprio pensiero, si erge a paladino sociale, pur consapevole (ma anche no) che alla fine proietta solo se stesso. Ed ogni pensiero non vale più di qualche minuto di notorietà.
Il secolo scorso aveva la “quadratura” delle proprie strutture culturali, rispondeva a determinati comportamenti che correvano su ben definite latitudini sociali. Gli oratori, i partiti, i sindacati, gli agenti della mediazione sociale erano in grado di offrire un punto di vista definito, capaci di permeare le coscienze, di esprimere complessità, di produrre ricchezza comportamentale. Non andava tutto bene, anzi, determinate “rigidità”  hanno segnato le epoche successive, specialmente nel campo dei nuovi diritti si è scontato un atteggiamento conservatore ed a tratti reazionario. Pur tuttavia sembrava essere un mondo più vero, più critico, meno problematico.
Ed ecco l’esigenza di ritornare all’educazione civica nelle scuole italiane. Almeno 33 ore annue dove si cercherà di dare alle generazioni di domani l’insegnamento ad una cittadinanza responsabile. Forse è poco ma almeno si comincia daccapo, si parte dall’inizio.
Ma per fortuna non manca la buona novella. Una donna africana cerca di guadagnarsi da vivere su una spiaggia di Trapani, con la figlia avvolta in una fascia e legata alla sua schiena. Alcune mamme sentono il bisogno di chiedere alla venditrice di lasciare loro la propria bimba e di suggerirle di lavorare tranquilla perché la minore sarebbe stata in mani sicure. Almeno per quel giorno. Un gesto di bella umanità, quella dei fatti e non delle parole. E proprio per questo non dovrebbe essere visto come “straordinario” ma come “normale” condivisione, oltre gli intenti a fasi alterne.
Una via per invertire questa parabola discendente deve pur esserci, ma va praticata con il sudore e con la lotta, solidi testimoni che ci consegna la storia.

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