Un nosocomio del terzo comune piemontese, Alessandria, scivola su un clamoroso pregiudizio, inspiegabile al giorno d’oggi, paradossale per la civiltà del Piemonte. Sul referto di dimissioni di un paziente accostato al pronto soccorso per una forte emicrania, il personale medico che ha redatto la scheda ha ritenuto “utile” e “necessario”, ai fini dell’anamnesi, specificare che si trattasse di un omosessuale avente una relazione stabile con persona dello stesso sesso. Che nesso vi è tra una scheda sanitaria e l’orientamento sessuale? Nessuna.
Ma la cosa ancora più clamorosa è la risposta contenuta nel comunicato ufficiale della struttura sanitaria. L’azienda ospedaliera si ritiene addirittura dispiaciuta dell’accaduto, spiegando che quella dicitura viene esplicitata ai fini dei “dati anamnestici” per la miglior cura del paziente.
Peccato che non spiega l’utilità della “postilla” in relazione alla cura da stabilire in quel momento. Il comunicato continua osservando che la cartella clinica conserva il requisito della riservatezza, ovvero che quanto scritto fa parte della esclusiva conoscenza del personale medico e del paziente, pertanto il contenuto non è divulgabile a terzi. Ci mancherebbe altro.
Questo l’accaduto, poi il solito refrain: le scuse, l’apertura alla rettifica del referto ed il vanto di un rapporto “millenario” tra quel nosocomio e le organizzazioni Lgbtqi. Tutto scontato, tutto già visto.
Questa vicenda ha delle similitudini con gli innumerevoli episodi di pregiudizio che ormai popola l’agire pubblico. A partire da quelli contro il sud, per partito preso, per sentito dire, molto spesso di persone che non ha mai percorso queste terre, che parla solo per “trasporto” e per radici storiche infamanti.
Questa è l’epoca del nemico da inventarsi: il diverso, l’immigrato, l’ebreo, il povero. Ormai l’odio sociale è entrato nel costume di una “presunta” civiltà che genera individualismo, alimenta fuochi, distrugge socialità, propone esclusione, lascia indietro.
Per carità nulla di questa riflessione, oltre il fatto riportato dalla cronaca, appartiene all’ospedale in questione, scelto da centinaia di cittadini e dove sicuramente il personale medico presta la sua opera con diligenza e serietà professionale. Ma che abbia commesso una “sgradevolezza” sì, questo mi sento di dirlo.
E qui ritorno sul punto dei pregiudizi e sulla discriminazione territoriale del mezzogiorno d’Italia. La somma delle “sgradevolezze” (ed anche di peggio) ormai assume un ritmo giornaliero. Non si riesce nemmeno più a “catturare” tutte queste esternazioni gratuite, questo fango sociale che occupa pesantemente il costume pubblico, questa bassa mercanzia ideologica incurante di luoghi, persone, territori, storie, comunità. Offendere, discriminare, sottomettere, sta diventando la misura di tutto, il metro con il quale confrontarsi quotidianamente.
Oggi (e sempre) l’extracomunitario da respingere, domani il gay da pestare, dopodomani il clochard da bruciare. Il “nemico” e servito su un piatto d’argento da tv e giornali, ma prima di tutti i social, questa nuova frontiera del “ribellismo da tastiera”, dove tutto si confonde per mancanza di testa e coda e chiunque sente l’esigenza di esternare al mondo ciò che gli passa per la testa, molto spesso senza alcuna misura.
Un grande capolavoro che non lascerebbe spazio a contromisure che sappiano far ritornare ad una condizione di equilibrio i rapporti umani, a riportare sui propri binari questo treno sociale deragliato, uscito fuori.
Questa impotenza ha preso tutti, non sembrerebbero esservi armi efficaci a fronteggiare questo scempio; al concetto di territorio si è sostituito quello di giungla, alla civile convivenza si è frapposto un Io esasperato, alle moltitudini i soliloqui, ai ragionamenti le certezze assolute.
Per ricostruire gli anticorpi a tale scempio bisognerà fare molta strada, cominciare daccapo. Non basta più titolare buoni sentimenti, dispensare ricette uguali per tutti.
La ricomposizione di una socialità diffusa deve innanzitutto saper riannodare il filo ingarbugliato delle agenzie educative primarie, dare nuova riconoscibilità ai corpi intermedi, riconsiderare i nuovi agenti della mediazione sociale. In un mondo che cambia a velocità della luce anche lo strumentario  per fronteggiare il “nuovo” va ripensato, aggiornato, rivoluzionato. In attesa di ciò queste mancanze sono state riempite al contrario, capovolte, spezzate.
Il sentiero è impervio, quasi impossibile, ma abbiamo l’obbligo di non rinunciare a percorrerlo.

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In foto, uno scorcio dei sassi di Matera, capitale culturale europea, modello esemplare di rinascita nel Sud d’Italia dopo essere stati etichettati come  vergogna nazionale