Le buone cose di pessimo gusto del salotto di nonna Speranza descritto da Guido Gozzano sono un ricordo indelebile che, dai banchi di scuola, s’affaccia alla mente nelle occasioni in cui mi imbatto in qualcosa che potrebbe trovar posto accanto a Loreto, il pappagallo impagliato: uno sguardo a una vetrina con oggetti sgargianti, una immagine di passaggio su Instagram grondante eccesso, la pagina di una rivista nella calma interiore della domenica pomeriggio, basta poco a far scattare l’effetto Nonna Speranza.
Di Amalia Guglielminetti (1881-1941) con cui Gozzano visse un sodalizio letterario e una relazione d’affetto, no, nei miei libri di testo non compariva neanche una riga, la scopro solo ora leggendo le pagine scritte da Emanuela Canepa in Amalia, l’obliqua pubblicato da Guanda.
Poeta, scrittrice e anima inquieta torinese Amalia Guglielminetti rifiutò in blocco le regole sociali previste per il suo sesso, il matrimonio non le interessava, i figli nemmeno, limiti e costrizioni – di qualsivoglia genere- mal le si attagliavano.
L’autrice racconta con un doppio registro, la storia della protagonista e il modo in cui questa abbia, nel tempo, acquistato spazio e profondità nei suoi pensieri. Accanto ai fatti i dialoghi romanzati per dare fluidità e accompagnare chi legge nell’immaginare la disposizione d’animo e i pensieri di una donna ruvida, scabra e seduttiva.
Elegantissima – in alcune foto per la ricercatezza del maquillage e la drammatica prepotenza del nero ricorda Luisa Casati – e costantemente alla ricerca di stimoli intellettivi la conosciamo ascoltando i suoi pensieri e assistendo agli incontri con due donne che come lei furono dedite alla scrittura, figure lontane per stile e personalità ma simili per tenacia e determinazione e alcuni uomini che nella sua vita furono punti o virgole.
Le due donne sono Ada Negri e Matilde Serao, per loro Canepa crea dialoghi che regalano la possibilità di partecipare a incalzanti scambi di battute che delineano caratteri forti, volitivi e sanguigni: «Il lettore pigro fa sempre una gran fatica a consentire a un autore l’esplorazione del proprio immaginario, o la libertà di essere abitato da una legione di forze diverse, senza che nessuna di queste possa avanzare la pretesa di saturare per intero la sua personalità».
L’autrice si domanda quanto il disobbedire fosse orientato a far avanzare il pensiero femminista: «Amalia e Matilde, la prima solo in parte, la seconda per nulla, hanno condiviso la scelta di battersi per sé e non per tutte le donne, questo è accertato. Ma non cancella l’evidenza del fatto che non si sono allineate.[…] Una donna capace di immaginare e mettere in pratica altro per sé rispetto alle attese sta comunque muovendosi in avanti anche per le altre, che lo sappia o meno, che lo approvi o meno».
Il modo di essere e le scelte intraprese da Guglielminetti la rendono una donna fuori dagli schemi, apprezzata e riconosciuta per il talento prima e dimenticata dopo. All’oblio in vita concorse una brutta vicenda in cui, per impulsività e desiderio di vendetta, si trovò invischiata, un losco affare che le lasciò addosso una macchia indelebile.
«La osservavo, invece, attraverso la lente stratificata delle opinioni malevole e giudicanti che la critica – nei rari casi in cui si è occupata di lei – le ha incrostato addosso fin dagli anni della sua maturità. La guardavo come la guardavano loro e la giudicavo come la giudicavano loro. Con il sospetto cioè che fosse stata una vecchia, patetica cariatide dai decadenti accenti dannunziani, che con i soli mezzi di una strategia femminile di basso conio aveva vissuto grazie alle rendite di un talento sostanzialmente mediocre».
Amalia Guglielminetti fu obliqua perché si discostò da quella linearità di comportamento che la società imponeva al suo sesso, il talento in un primo momento riconosciutole fu poi offuscato: troppo indipendente, eccentrica e lontana dal ruolo femminile.
Canepa le restituisce l’autenticità di una soggettività sì lontana dal modello sociale della propria epoca ma pur sempre caratterizzata dagli umani limiti e fragilità. Come in ogni relazione che prende corpo tra una persona raccontata e chi entra nella sua vita per raccontarla, anche in questo caso, la profondità del legame maturato è dichiarata: «Perché Amalia? Cosa mi ha imposto di raccontare questa storia scegliendo una donna così poco fatta per piacermi? Sono io che servo a lei o lei che serve a me?».
Non spetta a noi rispondere alla domanda ma, quel che so, è che serve a tutti noi conoscere Amalia e le tante donne volutamente obliate nelle pieghe del tempo perché devianti rispetto al ruolo sociale imposto, perciò, grazie Emanuela Canepa per aver restituito alla memoria una donna la cui storia e le opere meritano di essere conosciute.
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IL LIBRO
Emanuela Canepa
Amalia, l’obliqua
Guanda
Pagine 252
euro 18
L’AUTRICE
Emanuela Canepa è nata a Roma e vive a Padova dal 2000. Nel 2017 ha vinto la XXX edizione del Premio Calvino con il romanzo L’animale femmina. Ha inoltre pubblicato Insegnami la tempesta (2020) e Resta con me, sorella (2023).







