Le disobbedienti/ Donne che si vestirono da uomo per essere prese sul serio: le racconta (in un libro) la scrittrice e pittrice Haider Bucar

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«Questo perché nella storia è accaduto di rado che si riconoscesse alle donne la piena legittimità del potere: ed ecco, quindi, affiorare il bisogno di apparire come il sesso forte. Il bisogno, cioè, di costruirsi un’identità alternativa che non fosse unicamente quella di figlia, di moglie e di madre, perfettamente in linea con la soffocante società patriarcale. […] Questo perché l’abito ha sempre sottolineato la posizione sociale: quello che si era e quello che si voleva essere, per una donna indossare abiti maschili significava cambiare vita e dare inizio alla sua vera missione».
Haider Bucar, nell’introduzione del libro che ha scritto e illustrato “Donne=Uomini. Donne come uomini” pubblicato da Edizioni Arpeggio Libero, chiarisce i motivi che l’hanno animata nel suo lavoro e introduce il lettore/trice a una galleria di donne che, in diverse epoche storiche, scelsero di indossare abiti maschili: soldate, botaniche, pirate, regine, matematiche, mediche, condottiere, politiche, esploratrici, giornaliste, artiste e atlete. Secondo un vecchio adagio l’abito non farebbe il monaco ma ne siamo, poi, così sicure/i?
Anche in epoche antecedenti alla nostra, nella quale l’immagine domina non solo l’immaginario ma anche il reale, il modo di abbigliarsi era lo strumento per comunicare estrazione sociale, potere e ruolo.
L’autrice presenta le donne che scelsero di dismettere gli abiti femminili per essere prese sul serio e considerate alla stregua dei colleghi nell’esercizio del proprio lavoro e non per orientamento sessuale, donne a cui le regole sociali impedivano di dedicarsi alla possibilità di coltivare ed esprimere i propri talenti.
Al testo, nel tratteggiare le figure scelte, Bucar accompagna le illustrazioni che ne corroborano l’incisività. Il libro contiene, oltre la galleria delle protagoniste, una sezione dedicata ad amazzoni, donne in armi, donne vestite da uomo nelle opere di William Shakespeare, scrittrici vestite da uomo, donne vestite da uomo nel Music Hall, nel cinema e nella televisione.
Uno sguardo a volo d’uccello attraverso i secoli per sollevare un aspetto importante e- per certi versi – ancora attuale: le donne nel mondo del lavoro devono mimetizzarsi e appiattirsi, nel comportamento e nello stile, sul modello maschile.
Mi capita spesso, quando incontro gli studenti delle scuole superiori e dei corsi universitari, di raccontare di come Marisa Bellisario, la manager arrivata ai vertici che amava la moda, grazie alla sua personalità strutturata portò con sé, in un mondo del lavoro maschile, la propria femminilità.
Il tema che l’autrice pone sul tappeto non è di poco conto: l’apparire e l’essere attraverso il susseguirsi delle epoche e dei modelli sociali. Qual è la costante? La risposta è: il protrarsi di una società patriarcale che perpetua regole e leggi per estromettere le donne dalla sfera pubblica relegandole in quella domestica.
Alcune donne, però, con coraggio e determinazione hanno sfidato le regole sociali della propria epoca aprendo nuove strade, lo hanno fatto pagandone il prezzo e -pertanto – a tutte loro dovremmo guardare con ammirazione e sussurrare un grazie.
L’argomento è complesso e ricco di sfaccettature, all’autrice va il merito di averlo approcciato con leggerezza offrendo al pubblico una lettura immediata per suscitare curiosità e indurre alla riflessione. Leggendo si apprendono cose interessanti come l’esistenza delle Burrnesh, le vergini giurate, donne che in Albania, Serbia e Kosovo rinunciano – seguendo un iter codificato – definitivamente alla propria identità assumendo quella di uomini. Il perché di tale scelta è da rintracciare nella necessità di un capofamiglia in caso di sole figlie, nel rifiuto di un matrimonio combinato e nella volontà di sfuggire al dominio maschile.
L’unico modo per non subire la sorte prevista per una donna è quella di rinunciare ad esserlo: «C’è anche chi sostiene che le femministe hanno esagerato, preferendo essere virago piuttosto che femmine. Ma alla fine è sempre la stessa storia: per essere ascoltate le donne devono indossare una maschera virile».
Sulla stessa lunghezza d’onda è la citazione, riportata dall’autrice, di Gladys Bentley (1907 – 1960) cantante e artista di colore che rilasciando un’intervista alla rivista Ebony disse: «Ci viene insegnato che femmina è sinonimo di femminile prima ancora di imparare a gattonare. (…) ci viene insegnato che tutte le ragazze dovrebbero essere intrinsecamente attratte da cose ritenute femminili. Ci viene insegnato che femminile, significa sottomesso. Se non rispettiamo questa regola, veniamo corrette, anche da bambine. E se non lo correggiamo, ci viene rapidamente fatto capire che siamo donne sbagliate. Se non siamo femminili qualcosa deve per forza essere sbagliato!».
E sì, ancora in questo secolo è così e per questo è importante scriverne, parlarne e rappresentarlo alle nuove generazioni contribuendo, ognuno per le proprie competenze, a un processo di cambiamento culturale. Una pedagogia e uno stretto controllo sociale, sostanziato e rinforzato dalle spinte consumistiche, impongono comportamenti, pensieri, atteggiamenti, desideri, aspettative e futuro distinto per genere: giocattoli e colori da bambina e da bambino, sport da bambina e da bambino, percorsi scolastici e di carriera da ragazza e da ragazzo, atteggiamenti in privato e in pubblico da ragazza e da ragazzo, carichi di cura e assistenza previsti esclusivamente per le donne e via distinguendo.
Il modo in cui ci vestiamo, così come quello in cui ci esprimiamo attraverso il linguaggio, la gestualità, la mimica, la prossemica, il modo in cui mangiamo e la nostra presenza sui social racconta di noi e di chi siamo perciò sì, è importante scrivere e parlare di quanto le donne, per poter sottrarsi alle limitazioni imposte al loro sesso, abbiano dovuto e – ancora debbano – mimetizzarsi in un mondo maschile esercitando carattere e personalità per non omologarsi.
Come non essere d’accordo con un’altra delle citazioni riportate dall’autrice: «Essere donna è una menomazione naturale della quale tutti si fanno una ragione. Essere uomo è un’illusione e una violenza che giustifica e privilegia qualsiasi cosa. Essere, semplicemente essere, è una sfida». Firmato Tahar Ben Jelloun.
©Riproduzione riservata

IL LIBRO
Haider Bucar, Donne=Uomini. Donne come uomini
Edizioni Arpeggio Libero
Pagine 164
euro 16

L’AUTRICE
Haider Bucar è nata a Torino nel 1972. Haider è italiana ma, per una serie di incomprensioni, si ritrova spesso a fare lo spelling del suo nome e a dover dichiarare di essere una signora! È laureata all’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, è una scrittrice, una bookblogger (fondatrice del blog Rosicchialibri), un’illustratrice, una pittrice, un’affamata lettrice e -ovviamente- un’appassionata di storia e di arte. Oltre agli articoli per il blog, l’arte di scrivere l’ha esercitata in modi diversi per bambini e per adulti con tante collaborazioni e pubblicazioni personali. Tra le opere più importanti: Io sono Sofonisba, la pittrice dei Re e Artemisia, il processo dell’arte per la casa editrice Voce in capitolo (Torino). Diciotto sculture per Torino e Tesori dell’Accademia per la casa editrice Neos Edizioni (Torino). La penna della Fenice per la casa editrice Albe Edizioni (Milano). Se dei bambini fosse il mondo per la casa editrice Caissa Italia (Bologna).

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