Qui sopra, la copertina del libro. In alto, uno schizzo di Paul Klee: l’artista svizzero nel 1902 visita Napoli, città che gli ruba il cuore per la tavolozza dei suoi colori brillanti

Il Bauhaus fu un flusso creativo interdisciplinare che, negli anni Venti del Novecento, cambiò il modo di pensare l’architettura e il design aprendo la strada a una visione a tutto tondo che abbracciasse un’idea di qualità della vita tenendo conto di: confort, bellezza e sostenibilità ambientale.
L’ecologia era l’idea da perseguire. Non è un caso che il programma, lanciato lo scorso mese dalla Commissione europea, per la transizione verso un nuovo modello socio-economico-culturale si chiami New European Bauhaus: beautiful, sustainable, together.
Bauhaus, vocabolo scelto da chi lo sognò e realizzò – Walter Gropius –  richiamava la parola medievale Bauhütte, la loggia dei muratori, la corporazione che vedeva insieme gli artigiani e i maniscalchi impegnati nella costruzione di grandi opere come le cattedrali.
Gli artigiani che frequentavano la scuola fondata da Gropius nel 1919 lavoravano in spazi condivisi, gli atelier di metallurgia, tessitura, ceramica, grafica – cuore pulsante della scuola che assomiglia a un campus- dove le studentesse e gli studenti sperimentavano materiali, strutture, proporzioni e colori nella Germania uscita dal primo conflitto mondiale e avviata sulla strada del nazionalsocialismo.
Nell’intervallo di tempo tra le due guerre fiorì un luminoso e arioso spiraglio in cui menti aperte e visionarie destrutturarono e reinventarono il design e i concetti di assetto urbanistico e spazio abitativo così come fino a quel momento erano stati intesi.
L’artigianato è il fulcro “l’arte è solo una possibile elevazione dell’artigianato”, l’architettura e il pensiero dell’abitare lo spazio portano in sé una valenza sociale, un anelito democratico. Una visione del mondo che un secolo fa fu progetto di vita per Walter Gropius, progetto condiviso e realizzato con Ise Frank: “La signora Bauhaus”.
Jana Revedin, architetta che nei suoi studi si è imbattuta nella figura di Ise, è l’autrice della storia grazie alla quale conosciamo la vita di una giovane donna affascinata da un uomo, più grande di lei di oltre un decennio, che “sa come entusiasmare”.
Una passione per la scrittura e un amato lavoro nell’editoria messo da parte per infondere energia, impegno e idee nel progetto di una scuola laboratorio in cui intuizioni, pensieri e sperimentazione erano vissute fino in fondo in una costante conversazione a più voci tra persone che guardavano al mondo con occhi diversi.
Questo lo scenario in cui si svolge la vita di Ise, giovane ragazza tedesca dell’alta borghesia ebrea. L’autrice descrive una stagione di grandi novità vissuta intensamente lasciando intravedere sullo sfondo una Germania colpita dalla svalutazione della moneta in seguito al pagamento dei debiti di guerra nella quale una classe media arrabbiata diventa terreno fertile per ideologie di riscatto e presunta superiorità.
Sin dalle prime pagine ci si imbatte in poche parole, pennellate su una tela, che regalano immagini grazie alle quali chi legge si accomoda su una sedia accanto ai protagonisti, in uno dei primi incontri tra i due, nella soffitta- ufficio della casa editrice di Monaco dove lavorava Ise,  Gropius – l’architetto autodidatta senza soldi – è “questo ufficiale di cavalleria verde pioggia” e più avanti “il verde triste della pioggia nei suoi occhi si era trasformato in blu di Prussia”.
Istantanee di un rapporto personale che si intreccia alla storia di un movimento che vide insieme artigiani e architetti, fotografi, ingegneri, grafici, artisti, cineasti, scrittori. Paul Klee, Wassily Kandinsky, Lilly Reich e Oskar Schlemmer furono tra questi.
“Ise, ho bisogno di voi” è l’invocazione con cui Gropius introduce la ragazza che diventerà la sua seconda moglie nel proprio sogno, in quel sogno che lei condividerà e nutrirà.
Ise viaggerà per la Germania in cerca di sostegno economico per la scuola spiegando cosa sia il Bauhaus e perché parteciparvi, terrà insieme le persone, medierà, scriverà, rassicurerà, organizzerà e racconterà – prima di fuggire negli Stati Uniti per l’incalzare del nazismo – cosa, da quella incredibile collaborazione tra menti dotate di uno sguardo altro, era nato. Non aveva studiato architettura, faceva la giornalista, la scrittrice, e del Bauhaus divenne l’anima e il collante.
Fu sua l’idea del documentario filmato “Das neue Haus”  (La nuova casa) prodotto da Bruno Taut per la Humboldt Film, dodici minuti in cui l’ergonomia e le innovazioni dei laboratori appaiono mostrati nella potenzialità che trova espressione all’interno casa che lei aveva fatto costruire e per la quale aveva seguito lo sviluppo di prototipi per l’arredamento, la casa del direttore di Dessau.
L’ ”appartamento della donna emancipata”, nel documentario al quale partecipò anche una delle sorelle divenuta attrice, è la tangibile dimostrazione del lavoro di Ise, della sua capacità di sistematizzare e documentare la molteplicità e la poliedricità di un lavoro collettivo e tumultuoso che si esprimeva in discipline diverse.
Senza il suo tenere insieme le fila di una comunicazione efficace ed efficiente oggi non sapremmo di una casa concepita per essere luogo di incontro, studio, lavoro, confronto e condivisione ma anche tempo libero, convivialità, uno spazio assai diverso da quello della rappresentanza sociale fin allora rappresentato.
Quel che il filmato presenta è un edificio in armonia con la natura e l’ambiente circostante in cui la padrona di casa organizzò incontri con l’editrice Victoria Ocampo, Man Ray, Cole Porter e Jean-Michel Frank a cui partecipavano gruppi di studentesse e studenti, un circolo per stimolare e favorire la nascita di nuove idee.
 All’autrice va il merito di aver scelto il genere di una biografia romanzata in cui trova spazio la vita di una donna rimasta nell’ombra, la sua storia familiare, il senso di perdita nel rapporto con la madre e con la figlia, l’amicizia con la fotografa Irene Hecht, l’ironia e la leggerezza, l’abilità nell’entrare in sintonia con le persone avulsa dall’invadenza, la tenacia e anche il rifiuto di regole sociali ritenute insopportabili.
Quando Ise e Gropius arrivano in America, negli anni Trenta, troveranno una realtà dove l’industria lavorerà sugli elementi di design da loro creati in Germania ma nella quale l’emancipazione delle donne non era affatto avanti, Bauhaus aveva significato opportunità di accesso alla scuola anche per donne (Walter Gropius nel 1919 fu il primo direttore che ammise le donne che volevano studiare architettura) e casa per chiunque ne condividesse la visione a prescindere da genere, nazionalità e religione.
Donna d’avanguardia, dotata di spirito critico e abituata a scrivere di progresso e nuove visioni Ise continuerà a lavorare ma pubblicando con il nome del marito che, puntualmente, nella dedica la nomina e legittima. Triste necessità dettata dai tempi.
Ise Frank, con il suo lavoro, ha lasciato traccia di idee e riflessioni su concetti che, ad un secolo di distanza, sono pilastri fondanti del progetto europeo di costruzione di modelli sociali in cui le persone aspirano a una buona qualità della vita, a costruire città in armonia ed equilibrio con l’ambiente e ognuna/o possa avere l’opportunità di dedicarsi all’apprendimento lungo tutto l’arco della vita.
Quest’ultimo ambito cui la programmazione europea dedica, da vent’anni a questa parte, una attenzione crescente è figlia della formazione permanente di cui scrisse Bruno Taut presentandola quale strumento per una affermazione e autorealizzazione democratica.
Nel nostro presente c’è tanto, molto, Bauhaus e se possiamo vederlo e assumerlo come fondamenta su cui innalzare nuovi edifici, materiali e immateriali, dobbiamo dire grazie a due donne che scrivendo raccontano: Ise Frank e Jana Revedin. Da ultimo ci viene in mente che chi sta diffondendo il programma sul nuovo Bauhaus europeo è  – ancora volta –  una donna: la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen.
©Riproduzione riservata
IL LIBRO
Jana Revedin
La Signora Bauhaus,
Neri Pozza
pagine 304, euro 18
L’AUTRICE
Jana Ravedin nella vita fa l’architetta e la scrittrice. Professoressa ordinaria di architettura e urbanistica all’Ecole spéciale d’architecture di Parigi.
Per saperne di più
https://artecinema.com/2019-programme-events/2019/mbauhaus-spirit

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