Edgardo Pistone è un giovane regista napoletano. Ha diretto il cortometraggio “Le mosche”, che ha vinto a Venezia il Premio per la miglior regia alla settimana internazionale della critica.
Classe 1990, Edgardo si era già messo in luce per il proprio talento come sceneggiatore del film “Selfie” di Agostino Ferrente. Con “Le mosche”, Edgardo ha definitivamente consacrato il proprio ruolo di promessa del cinema partenopeo, grazie al supporto dell’assessorato alle politiche Sociali del Comune di Napoli, alla produzione della Società Open Mind Film (di Luca Zingone e Sergio Panariello) e alla collaborazione della Napoli Film Academy.
La pellicola verrà proiettata giovedì primo ottobre, alla 19.30, alla Fondazione Foqus dei Quartieri Spagnoli. Ci sarà, tra gli altri, anche il sindaco Luigi de Magistris. Ne parliamo con il giovane regista, originario del Rione Traiano.
Edgardo, cosa hai voluto raccontare con il tuo corto?
Le mosche è un inno all’adolescenza, raccontata come una stagione decisiva nella vita di un individuo. In questa età, si attraversa un cambiamento in cui ha un valore essenziale la formazione, che poi segna indelebilmente la biografia degli esseri umani. Ho provato a rappresentare, in pochi minuti, un gruppo di ragazzi che sono in conflitto fra il desiderio di “divenire qualcuno” e la paura di essere un qualcosa di diverso nella realtà. Ne emerge un ritratto malinconico, sullo sfondo di una Napoli vuota, in cui loro sono abbandonati alla tracotanza dei mutamenti in atto.
Quanto è difficile essere adolescenti in periferia?
Mi sono ispirato alla mia adolescenza, confrontando l’esperienza che ho vissuto con quella dei protagonisti, che sono originari della Torretta [altro rione popolare della città – ndr]. In effetti, Napoli è una città diversa rispetto alle altre, perché anche al centro ha un tessuto sociale tale che le consente di avere molte periferie. In un qualche modo, chi proviene da quei contesti prova sentimenti più intensi. Tuttavia, ne “Le Mosche” non mi sono concentrato molto sul luogo o sul contesto sociale, bensì ho tentato di far emergere un altro aspetto, in un qualche modo più poetico: la fatica di esistere può portare alla noia e questa noia può divenire pericolosa. Il vero discrimine, dunque, è la presa di coscienza fra il bene ed il male.
Nel film descrivi Napoli come un non-luogo. Pensi che sia possibile diventi un posto migliore dove vivere in futuro?
Napoli si porta dietro una cultura millenaria, sorretta da un’identità ben definita e problematiche ataviche. E’ molto difficile prescinderne. Tuttavia, la mia narrazione non intendeva essere né politica, né sociale. Ho compiuto delle precise scelte stilistiche, fra cui, non a caso, l’utilizzo del bianco e nero e la selezione di determinati brani musicali per creare dei filtri che sospendessero nel tempo il racconto, rappresentando spazi, geometrie, architetture proprie di una sorta di meta-storia. Il mio obiettivo era e rimane il ricercare la bellezza laddove non c’è. Di fatti, non mi riconosco in quei luoghi comuni che rappresentano i ragazzi di periferia come un’occasione mancata. I protagonisti del mio film si sono relazionati direttamente a me, portando in dote le proprie qualità e la propria autenticità. Sono già essi stessi la prova che Napoli può essere un luogo migliore.
A chi ti sei ispirato per girare “Le mosche”?
Sicuramente mi sono rifatto ad Antonio Capuano e ad alcuni registi che hanno fortemente segnato la mia formazione. Nella pellicola vi sono dei riferimenti ai “Vitelloni” di Federico Fellini, alle atmosfere malinconiche di Ettore Scola, all’approccio grottesco di Pietro Germi.
Il film “Selfie”, realizzato con i telefoni dai ragazzi, ricorda la storia di Davide Bifolco, il sedicenne ucciso nel 2014 da un carabiniere che fece fuoco contro di lui perché lo scambiò per un latitante…
Sono profondamente amareggiato da quella vicenda, anche perché conoscevo bene Davide. E’ una ferita ancora viva. C’è stato un momento in cui sono stati messi in campo dei tentativi di trarre da quella brutta vicenda delle iniziative nel quartiere che portassero al risveglio delle coscienze, cosa che poi non è effettivamente avvenuta. “Selfie” è stato uno strumento attraverso cui gli abitanti del quartiere hanno partecipato attivamente a questo tentativo di riscatto, aiutandoci nel nostro lavoro. Di fatti, è emerso un film strano, perché potendo girare con una tecnica particolare – resa bene dalla visione del film – siamo potuti entrare in un mondo più introspettivo e scavare nelle viscere di alcune problematiche ancora aperte. Al principio, nessuno immaginava che quel film, frutto di una piccola produzione e mezzi scarsissimi, potesse avere un notevole pregio artistico ed aprire gli occhi su una realtà non vista o sconosciuta.
Che progetti hai per il futuro?
Be’, sono un po’ scaramantico. A ogni modo, sto lavorando al mio primo lungometraggio, in cui si confronteranno le due facce di Napoli: quella più popolare e quella altolocata. Ho avuto la fortuna d’incontrare sul mio cammino i produttori dell’Anemone Film e un bravissimo sceneggiatore, di cui per ora voglio tenere nascosto il nome. Ancora una volta, proverò a raccontare con uno sguardo molto onesto e privo di stereotipi una Napoli poetica e romantica. Il mio sogno è di veder restituita al pubblico un po’ di bellezza in un prodotto unico nel suo genere.
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Nello foto, Pistone premiato a Venezia, al centro, tra Zingone e Panariello

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