Napoli e il cinema, un rapporto inesauribile. Una città dalle spiccate valenze cinematografiche nella quale le forme espressive tradizionali, ovvero teatro, canzone, poesia, romanzo popolare, si esaltano e trovano un punto d’incontro con essa.
Questo racconta il libro di Antonio Tedesco “Napoli cinema 2000 – La città e lo schermo nel nuovo millennio”, Editore Phoenic Film Protection, pagg. 150, euro 15.
Secondo l’autore, Napoli con il suo disordine e l’incertezza sociale ha prodotto arte e creatività, il cinema si è calato dentro di essa. Non così per altre città del mondo come Parigi, New York, Los Angeles, Londra. Quest’ultime si sono prestate per collocarvi trame, storie, a differenza di Partenope che ha dato la sua “anima” al cinema, si è spogliata, si è calata dentro, si è fatta riprendere nelle sue “viscere”; così contrasti e realtà hanno dato linfa vitale alla macchina da presa.
Insomma, un cinema che diventa “fenomeno” in uno schermo-specchio in grado di tradurre realtà, rappresentando uno stimolo costante per registi, cineasti e film-maker.
Un primo grande esempio analizzato da Antonio Tedesco è dato da “Il racconto dei racconti” di Garrone (2015), ispirato da “Lu cunto de li cunti” di Giambattista Basile, tre episodi dove si confondono (ed a tratti si fondano) sontuosità e miseria, emerge la contaminazione tra l’alto e il basso, il tema del doppio.
Antonio Tedesco prosegue nell’analisi puntuale e precisa di film, registi, luoghi, ispirazioni, che hanno come elemento principale la città e le sue inesauribili risorse. Si sforza di far capire al lettore che il proliferare di film che riguardano Napoli sono il frutto dell’interpretazione di una città viva, multiforme, che si “denuda” facilmente, che non si contamina spesso con la modernità (e quando lo fa perde molto), che trae essa stessa linfa dal suo racconto. Non presta la sua “finzione” per apparire ma per essere, per indirizzare, per contare.
Così è in grado di rappresentare ben 7 lungometraggi (napoletani) alla 74° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia (2017); dall’azione e l’intrattenimento di “Ammore e malavita” (Manetti Bros) all’affondo socio-ambientale in “L’equilibrio” (Vincenzo Marra), dal “Nato a Casal di Principe” di Bruno Oliviero al racconto etico-sociale di Diego Olivares (Veleno). E poi, ancora, la rappresentazione dell’arte (Il cratere), la riflessione umana e intellettuale (Il Signor Rotpeter), l’animazione (La Gatta Cenerentola). Oltre a due cortometraggi, uno sulla realtà di Scampia, affresco cinematografico lontano dalla rappresentazione di malavita e camorra (La Chimera) e “Malaménti”, ambientato a Napoli est.
Come non soffermarsi sulla felice intuizione scenica “Gomorra (La città alterata) di un brillante Matteo Garrone, un film che non si sente in dovere di spiegare perché quella “mostrata” già contiene tutte le spiegazioni: spazi, volti, linguaggio. Uomini e donne, secondo l’autore, rappresentano un popolo criminale, dove l’imbastardimento dei luoghi diventa l’imbastardimento del proprio immaginario.
Un libro qualificato, un saggio sul cinema, una finestra sul mondo dell’arte cinematografica contemporanea sotto il Vesuvio, quello di Antonio Tedesco. La conoscenza della materia si combina, tutt’uno, con la conoscenza profonda della città. Un luogo dove la rappresentazione della verità diventa essa stessa verità, dove parlano le cose, si riproduce il linguaggio.
Una città-mondo quella di Napoli dove il vero, dietro una cinepresa, diventa ancora più vero, dove la narrazione del reale diventa ancora più reale. Due esempi in tal senso sono rappresentati da “Napoli, Napoli, Napoli” del regista Abel Ferrara, coadiuvato dal napoletano Gaetano Di Vaio, e “Passione”, di John Turturro. In entrambe i casi l’esplorazione della città, il materiale portato alla luce, si interroga sulle cause che hanno determinato le storie di devianza, i ghetti, il disagio sociale.
La stessa impronta la rilascia ancora Gaetano Di Vaio che, con Bronx film, rappresenta il disagio socio-ambientale “corpo a corpo”, fatto di denuncia ma anche di riscatto ed emancipazione (Veleno, Falchi, Per amor vostro, Largo Baracche).
Ma Antonio Tedesco ci spiega anche che l’attenzione della cinematografia per Napoli ha creato “piccole comunità indipendenti”, molto lontane da produzioni milionarie, che hanno tramutato il low budget in una preziosa creatività e virtù.
Ma in tutto questo vi è anche, a detta dell’autore, la voglia del cosiddetto brand Napoli, la tentazione di una scorciatoia che senza mezzi termini avanza su stereotipi sposati “fuori” dalla città di Napoli, che tanti danni producono. Qualcosa che, in maniera autoctona, fluidifica valutazioni pregiudizievoli e snobistiche. Un farsi male da soli. Allora: Napoli o quante Napoli?
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In foto, particolare della copertima