Napoli ieri & oggi/ Il Real Albergo dei Poveri: la memoria nascosta delle cose. Una città sospesa tra splendore e rovina

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«La città non dice il suo passato, lo contiene come le linee di una mano.»
— Italo Calvino, Le città invisibili

«Chi nasce ‘ncopp’â paglia va a murí dint’o Serraglio»
Detto napoletano


Prorogata fino al 30 aprile la mostra “Ancora qui. Prologo.  L’Albergo dei Poveri e la memoria delle cose” a cura di Laura Valente, ed è allestita nel Refettorio monumentale del complesso e sarà visitabile con ingresso gratuito, su prenotazione all’email ancoraqui@lenuvole.com. Di seguito un itinerario tracciato da Carmine Negro.



IL LUOGO

Il Real Albergo dei Poveri è un luogo che non si lascia attraversare senza lasciare traccia. Monumento incompiuto e insieme archivio vivente, custodisce nelle sue pietre la memoria di un’utopia sociale nata nel Settecento e mai del tutto realizzata. Tra corridoi interminabili, cortili mancati e oggetti riemersi dal silenzio, si intrecciano storie di accoglienza e controllo, di fratellanza e disciplina, di speranze e ferite collettive.
Padre Gregorio Maria Rocco, Carlo di Borbone, Ferdinando Fuga: figure diverse che hanno immaginato un futuro possibile per gli ultimi del Regno, lasciando in eredità un edificio che è insieme sogno e contraddizione. Oggi, mentre il complesso si prepara a diventare un grande polo culturale, la sua doppia anima continua a interrogare la città: cosa resta della sua vocazione originaria? E quale memoria siamo disposti a custodire?
Il Real Albergo dei Poveri è un gigantesco “non ancora”: un luogo sospeso tra ciò che è stato e ciò che potrebbe essere, che ci invita a riflettere sulla povertà, sulla città e sulla nostra capacità di immaginare un futuro diverso.
PASSEGGIATA NELLA MEMORIA
Ci sono luoghi che non si limitano a esistere: ti guardano, ti interrogano, ti chiedono di ricordare. Il Real Albergo dei Poveri è uno di questi. Quando sabato 7 febbraio, insieme a Gianni e a Klara — che ha vissuto a Napoli ed è rimasta legata a questa città — sono entrato nelle sue sale, ho avuto la sensazione di camminare dentro una memoria più grande di me: una memoria fatta di pietra, di silenzi, di vite sospese. È un luogo che non concede indifferenza. Ti costringe a fare i conti con ciò che siamo stati e con ciò che potremmo ancora diventare.


NAPOLI, IL REGNO E LA STRUTTURA IMPONENTE
La città è un intreccio di luoghi fisici e paesaggi mentali, spesso familiari solo in apparenza. L’ambiente urbano è un organismo complesso, stratificato, che sfugge persino allo sguardo di chi lo abita. La “città nascosta” non è sotterranea né periferica: è fatta di spazi dimenticati, di memorie disperse, di significati che il tempo ha offuscato.
Quando Carlo di Borbone diventa re di Napoli nel 1734, restituisce alla città un’indipendenza perduta da oltre due secoli e inaugura una stagione di rinascita politica, economica e culturale. Nel 1749 chiama a Napoli l’architetto fiorentino Ferdinando Fuga e gli affida la progettazione di un gigantesco Albergo dei Poveri, destinato ad accogliere, nutrire ed educare migliaia di indigenti. L’edificio, concepito per ospitare fino a ottomila persone, diventa la più imponente struttura assistenziale dell’Europa del Settecento.
IL MISSIONARIO PADRE GREGORIO MARIA ROCCO
Nel Settecento napoletano una figura occupa un posto speciale: Padre Gregorio Maria Rocco, frate domenicano dal carisma straordinario, instancabile nell’assistenza ai poveri e nell’apostolato contro ogni forma di vizio. Amico dei sovrani borbonici e amatissimo dai lazzari, di lui si diceva che fosse l’uomo del popolo presso la Corte e l’uomo della Corte presso il popolo.
Dopo gli studi presso i gesuiti, entra nel convento domenicano della Sanità e nel 1722 viene assegnato al collegio del Monte di Dio. Ben presto manifesta una forte vocazione missionaria e, insieme al gesuita Francesco Pepe, contribuisce alla fondazione di centri di ricovero per poveri e malati e di ritiri per donne escluse dal mercato matrimoniale. La sua opera unisce fervore religioso e senso dell’ordine pubblico, diventando uno dei motori della trasformazione sociale della capitale borbonica.
La sua presenza sopravvive nelle edicole votive che punteggiano angoli e vicoli della città. Nate per contrastare la criminalità, sono divenute una struttura identitaria profonda: dimostrazione della religiosità popolare, ponte tra sacro e profano, testimonianza della memoria contesa[1] e delle pratiche dell’abitare nei vicoli.
Uno dei problemi più gravi della Napoli borbonica era la sicurezza urbana. Al calare della sera, le strade si trasformavano in luoghi di aggressioni e furti. I criminali tendevano corde da un lato all’altro dei vicoli per far cadere i passanti e derubarli: un espediente noto come “funa ’e notte”. I nobili potevano sentirsi al sicuro perché scortati dai servi con le lanterne, non era la stessa cosa per i più bisognosi. Per contrastare la delinquenza, nel 1754 Carlo III ordinò l’installazione di pali per l’illuminazione pubblica, ma i lampioni venivano sistematicamente distrutti dai malviventi.
Quando negli anni Settanta con re Ferdinando si ripresenta il problema Rocco propone una strategia diversa: fa realizzare copie di un quadro della Vergine, Santa Maria Scala Coeli, le colloca in nicchie illuminate da due lumi e invita i fedeli ad averne cura. Nessun malvivente osa più spegnerli. Napoli ebbe così la sua prima illuminazione stabile, e nacque il celebre augurio: A Maronna t’accompagna. Anche viaggiatori stranieri, come lo scrittore e viaggiatore britannico Henri Swinburne, si dissero impressionati dal contributo del predicatore nell’installazione del nuovo sistema.
L’azione di Padre Rocco non si limitò alla sicurezza. Si batté per i diritti dei poveri e convinse Carlo III a istituire il Real Albergo dei Poveri. Promosse una raccolta di donazioni nel 1751, ma non vide mai l’opera compiuta: i lavori terminarono solo nel 1829, quarantasette anni dopo la sua morte.
Alexandre Dumas padre lo ricorda come «più potente del Sindaco, dell’Arcivescovo e persino del Re». La venerazione verso di lui era tale da aver conservato perfino il nome della levatrice che lo raccolse alla nascita: Teresa Monaca.

Qui sopra e nelle altre due foto in alto, oggetti e memorie
nel Refettorio monumentale dove è allestita la mostra a cura di Laura Valente.
La foto in copertina dell’edificio è di Carlo Raso ed è in pubblico dominio

IL PROGETTO ORIGINARIO
Il progetto originario del Real Albergo prevedeva dimensioni colossali: 600 metri di fronte, 135 di profondità, cinque cortili, una chiesa a pianta radiale con sei bracci. Oggi il complesso copre 103.000 m², si sviluppa su quattro livelli e ospita oltre 430 ambienti. I corridoi, se uniti, raggiungerebbero circa 9 chilometri.
Gli spazi erano suddivisi in quattro settori — uomini, donne, ragazzi e ragazze — secondo una planimetria rigorosa. L’Albergo era una grande “macchina dell’ospitalità”, ma anche un “serraglio” socio‑assistenziale, altamente controllato.
Fin dalle origini perseguì l’obiettivo di rieducare attraverso il lavoro: lanifici, laboratori di tintura, officine, scuole di musica, attività artigianali. Accogliendo orfani e giovani, la struttura funzionò anche come collegio, con percorsi educativi e laboratori didattici, e divenne in alcuni periodi un luogo di reclusione minorile. Nel Novecento ospitò il Tribunale dei Minorenni, sezioni dell’Archivio di Stato e i Vigili del Fuoco.
Durante i restauri recenti sono riemersi oggetti di vita quotidiana — scarpe di adulti e bambini, piatti, bicchieri, caffettiere, posate, letti, valigie, macchine da scrivere, documenti militari — che raccontano la vita intensa, talvolta difficile, dell’istituzione. Sono oggi al centro della mostra Ancora qui. Prologo. Tra memoria e arte contemporanea, allestita nel Refettorio monumentale.
«La memoria non è mai conclusa, ma continua a formarsi e a parlare nel tempo, attraverso ciò che resta», spiega la curatrice Laura Valente. «Un lavoro che si costruirà passo dopo passo, con nuove scoperte, nuovi sguardi, nuove memorie. Perché ogni oggetto, ogni traccia, ogni segno di vita è ancora qui, e continua a parlarci».
UNA STORIA COMPLESSA
Nella complessa storia del Real Albergo si intrecciano filoni narrativi diversi: la nascita delle scuole d’arte, la generosità dei donatori — tra cui, nel 1874, la famiglia Rothschild, sostenitrice di un modello di inclusione sociale “che insegna a saper fare” — e anche le ombre di pratiche dure, figlie del loro tempo.
Tra queste, la rasatura dei capelli, diffusa per ragioni igieniche e disciplinari, che diventava anche un segno di appartenenza e di sorveglianza. Le ragazze povere, una volta cresciute, venivano spesso indirizzate al servizio presso famiglie agiate o inserite in percorsi di “collocamento” che potevano sfociare in matrimoni combinati. Più che un fatto isolato, è la condizione stessa di queste giovani a raccontare una storia di vulnerabilità e di potere esercitato sui loro corpi.
INTERVENTI ARTISTICI CONTEMPORANEI
Gli oggetti della memoria dialogano oggi con una serie di interventi artistici contemporanei che restituiscono, attraverso i linguaggi del presente, la profondità del luogo. Tra questi, le opere di Norma Jeane, Antonella Romano, Mimmo Jodice e Luciano Romano, ciascuno con una propria interpretazione del tema della memoria.
Norma Jeane sceglie la polvere residuo minimo e universale della presenza umana — come materia simbolica: raccolta in luoghi emblematici della città (Albergo dei Poveri, Ipogeo dei Cristallini, Maschio Angioino), scansionata ad altissima risoluzione, rivela forme e colori nascosti che l’artista trasferisce in una grande tela intitolata Napoli, donata alla città.
Mimmo Jodice, da poco scomparso, è presente con uno scatto del suo progetto dedicato al Real Albergo: «Per me è un viaggio nella storia e nella memoria. Un luogo nato col segno negativo. Non ha mai avuto una vita felice, così come non potevano averla i pezzenti del Regno che vi trovavano rifugio. Tutto qui mi ricorda un passato di lacrime e sangue».
Arricchiscono l’allestimento un testo originale di Viola Ardone e una colonna sonora di Massimo Cordovani, costruita con voci d’archivio e sonorità contemporanee.


L’INCOMPIUTO
Il Real Albergo è rimasto incompiuto: dei 600 metri previsti ne furono realizzati 354, dei cinque cortili ne restano tre, la grande chiesa non fu mai costruita. I lavori subirono rallentamenti e infine un arresto definitivo intorno al 1829, a causa degli elevati costi di costruzione, dei mutamenti politici — dai moti del 1799 all’invasione francese — e del progressivo cambiamento delle priorità del Regno. La sua storia incarna la metafora di un’umanità sospesa tra accoglienza e controllo.
ACCOGLIENZA E CONTROLLO SOCIALE
L’Albergo nasce come luogo di accoglienza: cibo, rifugio, istruzione, laboratori artigianali. È l’espressione della cura collettiva, del riconoscimento dell’altro come fratello.
Accanto alla vocazione assistenziale, l’Albergo è anche reclusorio. La povertà viene nascosta, ordinata, disciplinata. Il soccorso si trasforma in controllo sociale.
La convivenza tra officine e riformatori, tra formazione e segregazione, riflette la doppia natura dell’istituzione e, in fondo, dell’essere umano.
NUOVO PROGETTO DI RIQUALIFICAZIONE
Oggi il Real Albergo è al centro di un grande progetto finanziato dal Pnrr. lo studio ABDR sta trasformando il complesso in un polo culturale che ospiterà:
il MANN 2, ampliamento del Museo Archeologico Nazionale
una sezione della Biblioteca Nazionale
scuole di eccellenza e spazi universitari
la casa delle tecnologie emergenti
aree per giovani e attività sociali
Sono iniziative meritevoli, ma pongono una domanda cruciale: un luogo nato per gli ultimi rischia di diventare un contenitore culturale che esclude proprio chi avrebbe più bisogno di essere incluso?
Per evitare un tradimento del progetto originario e la perdita della sua funzione sociale, occorre immaginare e attuare nuove forme di coinvolgimento delle fasce più fragili della popolazione, affinché il nuovo complesso non perda il legame con la vocazione del contenitore antico.
L’UTOPIA SMARRITA
Padre Rocco, Carlo di Borbone e la moglie Maria Amalia guardavano a un altrove possibile: un’utopia concreta. Oggi la parola “utopia” sembra svanita, risucchiata da un presente assillante che usa il passato come un deposito da cui estrarre ciò che conviene.
Edoardo Persico, nato a Napoli nel 1900, una delle personalità più innovative del periodo, scriveva che l’architettura è «sostanza di cose sperate». Jules Renard, con il suo spirito tagliente, osservava che «se si costruisse la casa della felicità, la stanza più grande sarebbe la sala d’attesa», ricordandoci che l’essere umano vive nel “non ancora”.
Accanto alla povertà economica emergono nuove povertà — sociali, educative, tecnologiche — che chiedono di essere affrontate. Riflettere su queste sfide significa credere che l’attesa non è un vuoto, ma il momento di massima espansione del desiderio: l’unico luogo dove tutto è ancora possibile.
In un tempo che ha smarrito l’utopia e vive solo nel presente, il Real Albergo ci chiede silenziosamente: abbiamo ancora il coraggio di desiderare un futuro diverso, o ci accontentiamo di abitare il suo eterno “non ancora”?
©Riproduzione riservata

In primo piano un gruppo di stoviglie ritrovate durante i lavori di restauro. Sullo sfondo l’immagine scattata da uno dei più grandi fotografi della scena internazionale: Mimmo Jodice, Real Albergo dei Poveri, 1999, Napoli Opera. Nella foto al centro un’installazione della mostra. I due scatti sono di Gianni Di Berardo


NOTE

[1] La memoria contesa è una memoria che non è mai “fissa”, ma è un continuo dialogo tra chi vive quel luogo. Spesso non esiste una storia ufficiale, ma tante memorie parallele che convivono e a volte si scontrano. Così l’edicola diventa un punto dove si intrecciano devozione, superstizione, identità del rione e conflitti culturali.

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