“…con la mano sinistra tenevo il telefono e infilavo la mano destra nella tasca impugnando la pistola …”. Questo è il linguaggio dell’assessore alla sicurezza di Voghera, espressione della Lega, che ha portato all’uccisione di un Uomo, prima che di un immigrato.
Mentre il candidato medico del centrodestra a Sindaco di Milano entra armato nell’ospedale dove lavora, un luogo sanitario pediatrico. Ambedue con regolare porto d’armi.
Un politico e un aspirante tale, portatori di una cultura, quella di destra, che pensa a difendersi impugnando le armi, con politiche securitarie e galera a vita per i malfattori.
Due persone figli della stessa matrice ideologica, che pensano (ed agiscono) contro immigrati e outsider sociali annientandoli fisicamente. Uccidere chi non ha una chiara e definita posizione sociale, questo il messaggio.
Estromettere fuori dai confini nazionali tutti i potenziali pericoli sociali, escludere gli emarginati, meglio non indagare le ragioni del loro confinamento. Troppo faticoso, più facile espellere chi disturba il manovratore (la politica). Così facendo possiamo eliminare tossicodipendenti, extracomunitari, disabili dell’intelletto, e chiunque esprime un disagio in questa società costruita sulla paura.
Qui cade un’altra bugia passata per verità: lo Stato mediatore di questi conflitti. Non solo non li risolve, ma li accentua spostandosi da una parte, si arma per uccidere, non riesce più a disarmare il pericolo e ristabilire una condizione di equilibrio sociale.
Per meglio dire: lo Stato crea insicurezza, controlla, opprime, si arma, al fine di legittimare il potere. Non disarma.
Cosa potranno mai diventare le città se le vicende di Voghera e Milano vogliono insegnarci qualcosa? Quei luoghi che dovrebbero saper allontanare le insicurezze finiscono per generarla, per amplificarla; le città passeranno da luogo di emancipazione sociale a braccio armato del potere.
Per dirla con il magistrato Livio Pepino:la paura, lungi dall’essere definitivamente tenuta fuori dalle mura della città ben sicura, viene continuamente prodotta e riprodotta, nonché utilizzata per riscrivere quotidianamente confini, modalità e gradazioni dell’inclusione e dell’esclusione sociale.”
Daspo, carcere, detenzioni amministrative, fogli di via, obblighi di dimora, un armamentario per garantire la sicurezza che diventa ampio strumentario di controllo sociale, l’arbitro (lo Stato) diventa tutt’uno con una delle due squadre in campo. Così si falsa la partita.
E poi si arriva al green pass, approfittando del Covid-19. Lo Stato che controlla movimenti e spostamenti (misure dettate da una situazione di grave emergenza sanitaria), ti dice ciò che devi o non devi fare, a che ora rientrare a casa e con chi devi intrattenerti. Libertà telecomandata.
Barbari ed emarginati, secondo questa logica, non vanno recuperati o inclusi con una presa in carico collettiva, con un idem sentire della società che raccoglie e cura le sofferenze sociali, ma allontanati per legittimare sé stessa, al servizio del guidatore. Non importa se questi ammazza tutto ciò che lo disturba nella sua “folle” corsa. Tanto a pagare, anche con la vita, sono sempre gli stessi.
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