Qui sopra, la copertina. In alto, l’autore

Per tener fede all’intenzione dell’esordio poetico di Pasquale Sbrizzi, dovremmo fare un discorso votato alla frammentarietà e alla brevità. La seconda premessa riguarda la tensione tra mondo esteriore e interiore, ma questa è una delle basi della poesia in generale; poiché la poesia è una complessa opera di codifica e traduzione, è chiaro che l’interpretazione della cosa-in-sé passa necessariamente per il filtro del proprio io.
Se dovessimo sintetizzare Psicorama (Homo Scrivens) in poche battute o in uno slogan, potremmo definirlo un poemetto in chiave alchemica. Nell’ottica della brevità, questa definizione calza a pennello. Nell’architettura dell’opera, Sbrizzi crea una narrazione in versi partendo da elementi di poco conto, come l’arsenico, le pietre, la polvere e le piante spontanee.
Poi però, questo io posto sullo sfondo del’intera opera, lentamente trasmuta e talvolta si trova a scontrarsi con creature mitologiche di tradizione greco-cristiana, simbolo di uno specifico stato dell’io. Ma ci arriveremo tra poco, ci siamo detti che questo discorso si fonda sulla frammentarietà delle cose. Questo io di matrice dantesca, ad un certo punto, ascende fino ad arrivare alle stelle e lì vi resta. Già solo così, l’opera risulterebbe interessante. Eppure i conti non tornano, c’è qualcosa che sfugge.
Ciò che fa Sbrizzi è usare la natura come strumento per parlare di sé e impadronirsi di un io fragile e insicuro, costretto a confrontarsi con il travaglio di un vissuto pregno di ansia e depressione. Mentre l’autore affronta con animo tragico il suo passato, tesse una catena di connessioni che crea un messaggio unitario: ogni cosa, tanto nella natura quanto nel mare burrascoso dell’io, è strettamente collegata a quello che lo circonda. Come Lucrezio fornisce, nel De rerum natura, una spiegazione unitaria della natura, così Pasquale ce la mette tutta per dire che tutto quello che abbiamo patito serve a farci crescere e avanzare nella nostra vita.
Anche la numerologia fondata sul quattro, che Sbrizzi nasconde neanche tanto velatamente nella sua opera, avvalora questa chiave di lettura psicologica. Il quattro è simbolo di equilibrio e compiutezza, uno stato di cose conquistato con tenacia e sofferenza, con dedizione e fiducia.
Ci vuole coraggio per guardarsi dentro, figuriamoci per imprimere su carta il proprio io. Da qui, però, sgorga come un ruscelletto di montagna un grandissimo insegnamento: resta saldo sulle tue gambe e affronta il dolore della vita, prima o poi riuscirai ad arrivare alle stelle.




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