Il tempo della ripresa è il tempo della riscoperta delle radici, che nell’arte e nel teatro sono quelle dell’ispirazione prima, delle origini rivisitate in salse nuove per tempi nuovi, ma che mantengono inalterata la loro forza millenaria.
Sulla pedana dell’Assoli Gli amanti di Verona (foto), con Fabio Cocifoglia e Manuela Mandracchia insieme agli Agricantus, uno spettacolo che mette insieme due forme artistiche ancestrali, espressioni umane mosse dal medesimo bisogno di relazione.
La riscoperta di una dimensione auditiva che mixa la musica e il racconto, in un’epoca storica, la nostra, che vede la diffusione massiccia del podcast come strumento formativo, informativo e evasivo.
Un mondo in cui non conta solo più cosa si racconta, ma come lo si fa, e verso cui il teatro ufficiale si sta muovendo con sempre più serrata frequenza.
Musica e racconto, racconto e musica si alternano e si mischiano nella sedimentazione di umanità che passa dal fuoco di un falò al fuoco della recitazione, con un fine non troppo dichiarato ma condiviso: superare la notte creando comunità. 
Una congiunzione ricercata, non solo nel senso di fortemente voluta, ma anche strutturata scientemente in ricerca e sperimentazione, e che non si limita a una Jam session, a musica improvvisata nella trama del discorso, ma vede il teatro, qui nelle persone di Mandracchia e Cocifoglia, esplorare testi diversissimi per approdare alla riscrittura di grandi classici.
Un viaggio all’origine della drammaturgia moderna e, insieme nuove connessioni con primizie artistiche del sud Italia.
Un sodalizio che apre a nuove forme espressive, che modula una fusione tra musica e testo sempre più pertinente, sempre più aderente.
E se ieri i testi erano quelli che avevano ispirato l’Otello, tocca oggi a Romeo e Giulietta, i giovani Montecchi e Cappelletti che si muovono in un’opera datata 1544 del poeta Matteo Bandello e che Shakespeare ha consegnato all’immortalità. 
Siamo, come si è detto, all’origine della drammaturgia e di una esigenza musicale che sia capace di edificare ambienti sonori perduranti, spazio reale di movimento per le rievocazioni corpose di un testo vivido, pulsante. L’incontro tra i due attori e i musicisti siciliani è particolarmente felice, in questo senso. 
Quello degli Agricantus comincia come progetto nel 1979, raccogliendo la sfida di rappresentare ad altissimi livelli il cantautorato siciliano in dialetto, passando per le pubblicazioni di Gnanzù (1993) e Viaggiari (1995) e arrivando nel 1996 a vincere la prestigiosa targa Tenco con l’album Tuareg, terza pubblicazione e che porta il gruppo ad una ribalta mondiale.
Da lì una serie di passerelle di eccezione, con la vittoria di premi europei e quella del premio PIM per la colonna sonora del film Hamam – il Bagno Turco, del regista turco Özpetek con Alessandro Gassmann. 
Il sodalizio con Mandracchia e Cocifoglia nasce nel periodo del primo lockdown, con la scrittura comune di uno spettacolo che si incassa perfettamente nell’ultimo album del gruppo siciliano, Akoustikòs, una dimensione sonora di contatto con grandi spazi aperti, venti e nuvole, erba sotto i piedi in una spirale di frescura che contamina, senza che vi si possa fare contrasto, la percezione di se stessi in relazione alla energia naturale.
Musica che unita alla parola spazia in immagini vivide, capaci di far visualizzare la vicenda nelle urbanizzate Verona e Mantova medioevali, che fanno da sfondo alla vicenda.
Così sul palco Cocifoglia, autore teatrale, attore, formatore di casa all’Assoli, che avevamo già trovato in uno spettacolo dedicato a Libero d’Orsi andato in scena a Stabia, e Mandracchia, in scena con una semplicità assoluta perché, lo si scopre presto, la forza del racconto, del testo e la musica sono tutto ciò che servono in questa occasione, con uno spettatore che affida alla sua immaginazione il compito di dipingere il quadro raffinato della vicende, indicato con precisione, dalla superba recitazione alternata dei due attori. Il racconto non ha bisogno se non di essere letto, portando i presenti in sala a punte di emozione mai superate, nell’ascoltare un vicenda che ha bisogno di sola voce.
Cocifoglia e Mandracchia, d’altro canto, hanno fatto della forza della voce il loro cavallo di battaglia, legato uno alla formazione con corsi dedicati proprio all’uso dello strumento vocale, l’altra ad un bagaglio lavorativo vastissimo che comincia nel 1993 con ampie falcate nel mondo del cinema, passando attraverso l’incontro con Ronconi e della sua capacità di strappare la parola dalla sua piatta dimensione lineare per renderla espressione di dimensioni di lettura multiple, allargando il suo potenziale narrativo. 
Degli approfondimenti, degli sprofondamenti che si sentono tutti, nella lettura dei due attori, in una vicenda che fa dell’altalena tra bellezza e angoscia il punto di forza per la sua secolare celebrità. 
E se in un’intervista a La7 , l’attrice romana dichiarava la sua tendente fedeltà al classico, al testo originale, il suo lavoro con Cocifoglia porta il classico nel contemporaneo e il contemporaneo a fare una giravolta nel mondo dei Bardi.
Gli amanti di Verona, è un racconto totale, un’esperienza multidimensionale tra musica di legame e primordio di drammaturgia,  che mantiene inalterata la potenza evocatrice di ogni sussulto, ogni parola incatenata in una sequela di visioni nate dalla capacità umana di figurarsi vicende nella stessa forma per secoli e secoli.
Un modo di essere e fare arte che rende necessario parlare in forme nuove dei Bandello, degli Shakespeare, mettendoli  al centro delle narrative ma al contempo relegandoli sullo sfondo del discorso totale. 
Una produzione nata in seno a una realtà, la Casa del Contemporaneo di Napoli, che prosegue il suo lavoro tra ricerca poetica e pregnanza sociale in un’arte che è materialmente e temporalmente fatta della stessa sostanza dell’umano.
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