Lucia Vollaro è la dirigente dell’Istituto comprensivo statale Virgilio IV di Scampia. In pochi anni, ha promosso una vera e propria rivoluzione culturale di cui sta beneficiando tutto il quartiere, troppe volte posto al centro di una narrazione tossica e mortificante. Ne abbiamo parlato con lei.

In evidenza: uno scorcio delle Vele di Scampia, poste innanzi all’ingresso dell’Istituto Comprensivo Statale “Virgilio IV”. Sopra: una docente mentre svolge lezione in classe poco prima delle festività natalizie

Dove ci troviamo?
In un quartiere che viene annoverato come periferico e marginale. Sono qui dal primo settembre 2015. Da quando mi sono insediata al vertice dell’Istituto che ho l’onore e il piacere di dirigere. Nel mio piccolo, da nove anni, sto provando a sfatare il mito di Scampia come zona esclusiva di Gomorra, intuendo l’enorme potenziale che offriva questa realtà.
Qual è la sua ricetta per realizzare questo obiettivo?
Mi sono posta in ascolto, perché ho capito che doveva esserci un rapporto osmotico con il territorio, soprattutto con le famiglie dei bambini. Uno dei miei primi obiettivi è stato l’arginare l’alto tasso di dispersione scolastica, che quando mi sono insediata sfiorava il 30%. La prima cosa che mi sono proposta di fare è stato il trasformare la scuola in un presidio in cui i ragazzi potessero sentirsi accolti.
Che cosa provoca la dispersione scolastica?
Non esiste un’unica causa. Innanzitutto, credo che il motivo principale della dispersione scolastica nasca dall’isolamento territoriale cui Scampia è stata relegata per lungo tempo. Questo quartiere ha iniziato a popolarsi e svilupparsi circa una quarantina di anni fa. Poi, è stato dimenticato e relegato a un ruolo sempre più marginale. Le stesse Vele, edifici simbolo del territorio, sono ispirate al progetto architettonico di Cannes. Eppure, il contrasto fra le due realtà stride non poco, considerando che qui gli edifici non affacciano sul mare. L’isolamento territoriale ha influito tantissimo.
Cosa intende per isolamento?
Quando sono venuta qui, i genitori avevano quasi paura di portare i propri figli fuori da Scampia. Si sentivano relegati al circondario. In realtà, vivevano in un contesto con una scarsa proposta culturale, perché non c’era un cinema, né un teatro. Anche per questo, nel 2018, con la sinergia di enti e associazioni, ho deciso di creare, all’interno della scuola, la prima biblioteca dialogica per alunni e famiglie del quartiere. Quello è stato un primo slancio importante anche per i genitori, perché ha permesso loro di leggere libri come mezzo di diffusione culturale.
Come nasce la bilioteca “Riccardo Di Chiara”?
Ho costruito questo progetto con tanto impegno. Prima avevamo un deposito di roba vecchia, un ambiente abbandonato con dei libri buttati dentro. Ho pensato che quello spazio si potesse risanare. Una persona mi mise a conoscenza del fallimento di una libreria e non mi lasciai sfuggire l’opportunità. Mi precipitai subito lì e, con l’aiuto di alcuni docenti e collaboratori scolastici, che ringrazio sempre, appena aperti i depositi del fallimento abbiamo avuto in donazione 2500 volumi. Il problema che mi posi subito dopo era come organizzare una biblioteca. Fortunatamente, il primo settembre successivo prese servizio un professore di francese che aveva esperienza da archivista. In breve tempo, con la partecipazione dei ragazzi ad un progetto, organizzò i volumi per tipologia e nacque la vera e propria biblioteca. Poi, con un altro fondo ho avuto la possibilità di rendere la biblioteca digitale. Armadi e scrivanie sono stati finanziati con un progetto di falegnameria della Regione Campania. Sono stati gli stessi ragazzi a realizzare questi arredi, perché qui è tutto così: se una cosa manca, te la devi costruire.
Ha avuto grande caparbietà e intraprendenza, mettendo a valore il suo ingegno per tutto il quartiere…
Sembra incredibile, ma sono convinta che in tutti i progetti e le cose che porto avanti ci sia un po’ di sovrannaturale. Come una sorta di guida, che mi sostiene sempre. Probabilmente, da Lassù qualcuno mi vuole bene.

Da sinistra, la preside Lucia Vollaro con una collaboratrice del suo staff

Com’è mutato nel tempo il rapporto coi genitori?
All’inizio, sono partita in punta di piedi. Ho subito capito che era necessario dare ascolto alle famiglie e coinvolgerle nelle nostre attività. Quando sono arrivata, non c’erano padri e madri di alunni attorno alla scuola. Questo è un altro aspetto della dispersione scolastica di cui parlavamo prima. Mancava il contatto con le famiglie, che prima erano totalmente assenti. Questo perchè non vedevano la scuola come un presidio in cui avere fiducia.
Come ha fatto a superare questa difficoltà?
Mi sono subito posta il problema del come portare le famiglie dalla parte della scuola. Colsi l’opportunità di un progetto Erasmus, che avevamo vinto, in cui era prevista anche una mia formazione. Inizialmente, ci recammo a Barcellona, in Spagna, dove seguimmo il corso di un professore che studiava le comunità di apprendimento. Le famiglie venivano chiamate a partecipare alle attività in classe dei ragazzi con cui venivano costituiti dei gruppi interattivi che lavorano in circolo. Il docente era una guida, organizzava l’attività, ma rimaneva esterno per favorire l’interazione delle mamme con i figli. Ecco, riprendendo quelle tecniche e applicandole nel nostro contesto, per noi il gruppo rappresenta la scuola che si apre al territorio.
In che modo?
Il docente stabilisce l’attività dei gruppi, in cui c’è una rotazione ogni quarto d’ora. Ci sono tante cose da fare. Questo perché i ragazzi che tendono alla dispersione scolastica non hanno una capacità di attenzione molto lunga nel tempo, ma devono essere guidati. Il cambio dell’attività non solo favorisce l’apprendimento di questi ragazzi, ma rende la lezione più attraente, perché fanno tante cose con a fianco la loro mamma.
Come hanno reagito inizialmente le madri degli alunni?
Molte non volevano venire, avevano paura. Non avevano fiducia in loro stesse. Qui ho trovato famiglie che non avevano neppure la quinta elementare o che non sapevano scrivere. Nonostante questo, abbiamo sempre incoraggiato la loro partecipazione e le abbiamo invogliate a superare il senso di disagio, sostenendole in tante procedure e adempimenti amministrativi. Poi, hanno capito che, con il supporto ai loro figli, pure loro imparavano molte cose. Questo è il concetto di gruppo interattivo. Più in generale, abbiamo fatto tante cose proprio per attirare le famiglie e far sapere che la scuola lavorava per dare un’educazione ai loro figli e per favorire un’evoluzione culturale. Nel tempo poi, loro hanno cominciato a portare quello che si faceva dentro la scuola sul territorio. Quindi, la scuola è stata una cassa di risonanza che ha dato fiducia al quartiere.
È stato un grande passo in avanti…
Sì! Se inizialmente venivano mamme che volevano sfogare tutta la loro rabbia anche rispetto a certi momenti della vita di cui venivano investite, oggi abbiamo mamme che sono per la scuola, sono serene. Sanno che i figli stanno qui, sono accuditi. In questo, si dimostra fondata la mia idea: prendendosi cura dei bambini, ci si prende cura delle famiglie e del territorio. Certo, ovviamente non è che pretendo di cambiare il mondo, perché questa è una goccia nel mare di cose da fare. Tuttavia, con un paziente lavoro di intelaiatura coi piccoli, le loro famiglie, il territorio, stanno maturando frutti preziosi.
Scampia viene spesso dipinta come la roccaforte di Gomorra. Come percepisce questa narrazione da preside di un’importante istituzione scolastica?
Nei territori difficili, ci sono effettivamente dei mali. Ma questi mali non sono solo qui. Su Scampia sono state fatte veramente tante speculazioni. C’è chi, ancora oggi, viene da fuori e guida dei gruppi che vanno in giro a fare il “tour dell’orrore”. Queste cose fanno male e feriscono la dignità di un’interà comunità. Spesso giro per le classi e parlo con i ragazzi. Loro hanno sempre sofferto di questa sorta di marchio che hanno ricevuto un po’ come le mucche di allevamento. Percepiscono l’essere nati a Scampia come uno stigma, una lettera scarlatta che gli è stata affibbiata da qualcuno anche se non hanno alcuna colpa nell’indossarla. Ho sempre allontanato da loro questa etichetta contrapponendo quello che si diceva tramite i media e il web alle cose belle che ha da offire questa realtà. Bisogna puntare a narrare la bellezza. Se non si parla del potenziale di Scampia, si perpetra nella marginalizzazione di questo territorio.

Un dettaglio delle Vele. Su un muro, una scritta recita: “No al turismo dell’orrore”

Si può abbattere questo marchio di negatività?
Penso sempre a come sarebbero gli abitanti di questo quartiere se non avessero subito quarant’anni di isolamento. Chissà come sarebbero oggi dopo lo stesso periodo di opportunità.  Probabilmente, molti ragazzi avrebbero fatto un altro tipo di percorso. Tuttavia, non dobbiamo vedere solo gli effetti dell’isolamento, stigmatizzarli e portarli in documentari, libri, film, fiction. Dobbiamo anche capire perché abbiamo avuto questo. Secondo me, tante domande emergono anche rispetto al ritardo delle istituzioni, perché questo territorio è stato tagliato fuori. Solo oggi si torna a parlare di cinema, metropolitana e università che, dopo tanti sforzi, sono entrati in funzione. Sia chiaro: non intendo fare la guerra a chi parla male del territorio, ma penso che oggi ciscuno di noi abbia il dovere di vedere il bello e portare un contributo di evoluzione alle generazioni future.
C’è un’esperienza in particolare che lega a questa lotta per il riscatto? Ho sempre cercato di portare fuori i ragazzi, arricchendo il loro bagaglio culturale. Rammento di una volta che siamo stati a Capri al Quisisana ad interpretare una commedia con la compagnia del “Virgilio IV”. Quando i ragazzi videro l’isola, rimasero estasiati. Abbiamo sempre ricevuto i complimenti per l’educazione e il comportamento. Tutto quanto è stato fatto per loro. I ragazzi, quando vanno fuori, escono sempre con l’entusiasmo di vedere cose nuove, non avendone avuto prima l’opportunità. Anche per questo è una gioia tornare a casa sempre carichi di soddisfazioni. Andando in giro, abbiamo ricevuto molti premi e vinto tanti concorsi. D’altronde, ho sempre pensato che il mio dovere fosse quello di capire quali fossero i bisogni e offrire opportunità. Ovviamente, questi bisogni sono cambiati nel tempo e mi pongo sempre in ascolto. Proprio come il medico ausculta il torace.
Quali azioni sta portando avanti il “Virgilio IV”?
Il Covid ha segnato un grande spartiacque. Abbiamo fatto moltissimi progetti sia prima, sia dopo. Su tutti, ne rammento volentieri uno. Girando per le classi un giorno mi trovai in una sezione dell’infanzia. Chiesi ai bambini cosa stessero facendo. Mi risposero che stavano disegnando il mare. Gli dissi di farlo bene, perché poi ci saremmo andati. Un bambino commentò: «finalmente è arrivato qualcuno che mi porta al mare!». Questa frase mi colpì molto. Tornando a casa, mi domandai come fosse possibile che i bambini non avessero mai visto il mare. Allora, poco tempo dopo, venni a conoscenza di un progetto importante. Un giorno, entrai a scuola con la valigia e un mio collaboratore mi chiese cosa stessi facendo. Gli risposi che stavo andando a Torino. Lì, avrei incontrato delle persone per un progetto finanziato dalla Fondazione San Paolo. Esposi così la mia idea, suddivisa in una fase estiva e una fase invernale. Fu così che, quando ottenemmo il finanziamento e attuammo le azioni del progetto, nella fase estiva portammo i bambini per circa 20 giorni al mare. Prevedemmo tutto, dai giubbottini salvagente alla crema solare, pensando anche alla merenda. Vennero coinvolte anche le famiglie. Quando tornarono dal mare col pullman e dalle visite guidate, stavo ancora a scuola a lavorare. Erano entusiasti.
Nei vostri progetti c’è anche uno sguardo rivolto ai genitori?
Certo. Tra le molte attività, abbiamo promosso anche dei laboratori di pasticceria col rilascio di attestati professionalizzanti. Molte mamme hanno aderito con entusiasmo al modulo progettuale attivo presso il nostro istituto e qualcuna di loro oggi lavora in una vera pasticceria. In egual misura, abbiamo promosso dei laboratori di sartoria e altre azioni protese sempre all’evoluzione culturale delle famiglie. Questo nell’ottica di restituire una speranza di riscatto per il territorio. In questo modo, diversi genitori hanno compreso anche l’importanza del riprendere gli studi e diplomarsi per avere una possibilità in più.
C’è qualcosa che vorrebbe fare nell’immediato?
Mi piacerebbe ripescare con la funzione dell’orientamento i ragazzi che erano iscritti da noi nel 2015 e vedere che percorso hanno intrapreso. Vorrei sapere se sono andati alla scuola superiore, se si sono iscritti all’università oppure se hanno scelto un mestiere come quello del fotografo, dato che molti hanno frequentato anche un apposito modulo attivo presso il nostro Istituto. All’epoca, lo feci attivare perché, attraverso la fotografia, i ragazzi avrebbero potuto inquadrare le bellezze del territorio. Attraverso l’azione progettuale della fotografia poi, sono emerse tante altre idee sulla poesia, sul teatro, cercando di far capire loro che non vivevano in un territorio spazzatura, in uno zoo o in un carrozzone da circo.
Promuovendo istruzione e cultura, si possono creare esempi di cittadinanza attiva e opportunità di emancipazione?
Sì, è un po’ come per la teoria del “vetro rotto”. Bisogna insegnare ai ragazzi ad osservare la bellezza che hanno sul proprio territorio. Questa idea l’abbiamo promossa anche attraverso il rapporto con le associazioni, come il Centro territoriale Mammuth e tante altre realtà. Diamo molta importanza anche allo sport, grazie al rapporto con l’associazione Raggio di Sole di Lello Andreozzi. Se non c’è cooperazione fra noi tutti, siamo destinati a ripiombare indietro.

La preside Vollaro (la terza da destra) assieme a una parte dei propri collaboratori di staff. Sullo sfondo, il “Villaggio di Natale”, edizione 2023, realizzato dagli alunni sotto la supervisione artistica dei loro insegnanti [Photo credit: Daniele Maffione]

Dopo tanti anni di narrazione tossica dei media e di abbandono da parte dello Stato, come giudica il rapporto con le altre istituzioni? La scuola è interpretata come un presidio di legalità, cultura e inclusione. Tra le altre cose, siamo anche un presidio di inclusione per bambini e ragazzi con bisogni educativi speciali. Al principio, mancava questa fiducia da parte delle famiglie con cui c’è stato tutto un lavoro di fidelizzazione collettiva. Poi, è chiaro che in questi anni non solo la nostra, ma tutte le scuole del territorio, ciascuna con la propria impronta, ha puntato sull’evoluzione culturale. In questo, abbiamo costruito una sinergia anche con le forze dell’ordine, su cui stiamo riuscendo a far superare tra i ragazzi una certa diffidenza e a farle riconoscere come espressione dello Stato. In questo, registriamo anche un’evoluzione da parte delle famiglie, che hanno capito che il futuro dei figli è percorrere la strada della legalità. Abbiamo organizzato tante manifestazioni con la partecipazione di Carabinieri, Polizia di Stato, Polizia Municipale, Esercito, Guardia di Finanza, per promuovere le legalità come l’ultima in cui abbiamo invitato anche Fiammetta Borsellino o, anni fa, il Capitano Ultimo. Intendiamoci, qui tutte le cose non sono semplici o scontate ed è importante far capire alla gente l’importanza della legalità. Vogliamo trasmettere soprattutto ai ragazzi che lo Stato c’è e che bisogna sganciarsi dalle fiction televisive.
Cosa si auspica per i suoi alunni?
Credo moltissimo nella loro intelligenza e nelle loro capacità. A volte, mi stupiscono. Ricordo che, anni fa, mentre svolgevamo le prove Invalsi, stavo compiendo un giro per le classi. Notai un bambino della scuola elementare che, durante la prova, stava fissando un termosifone. Lo invitai a non distrarsi, perchè c’era poco tempo. Lui mi rispose che, fissando l’oggetto, stava risolvendo un problema di matematica. Praticamente, questo bambino trovò la soluzione guardando i moduli del termosifone. Quindi da qualcosa di pratico, estremamente vicino, lui è risalito alla soluzione della prova. Ciò dimostra che questi ragazzi hanno capacità sorprendenti. Con poche cose riescono a risolvere problemi complessi. Noi puntiamo allo sviluppo di queste competenze che mi auspico possano essere utili nella vita.
Grazie a questo intenso lavoro, il “Virgilio IV” ha aumentato gli iscritti e il personale. Possiamo dire dunque che questo è un esempio virtuoso?
Abbiamo lavorato molto sulla qualità. Ci siamo concentrati sul concetto della piramide, che vede l’infanzia alla base dell’istituto comprensivo. Aumentando i bambini in ingresso, sono aumentate le classi e anche il personale docente. Tengo a dire che, assieme al Presidio Sciuti dell’ASL Napoli 1 Centro, siamo un osservatorio di monitoraggio dell’autismo. Abbiamo svolto formazione ai docenti con degli specialisti di neuropsichiatria infantile. Abbiamo anche una “sala delle emozioni” in cui si svolgono attività specifiche. Prestiamo grande attenzione ai bambini che hanno difficoltà per carenza familiare, problemi socio-economici o ambientali. Lavoriamo sui bisogni educativi speciali e i disturbi dell’attenzione.
Nonostante le difficoltà, lei ha costruito una grande armonia con tutto l’ambiente…
Sì! Spesso, per scherzare, in collegio docenti dico che anche la preside ha bisogni educativi speciali, perché se si toglie gli occhiali non vede nulla. Ed è questa la nostra mission: aiutare i bambini a mettersi gli occhiali e capire ciò che li circonda. Nel fare questo, i docenti hanno un grande compito, quello di personalizzare gli interventi didattici. Noi non possiamo fare una didattica di massa oppure una didattica frontale. La nostra è una didattica laboratoriale, in cui i bambini sono in aula o in ambienti specifici, tutti atti a costruire i loro saperi e le loro competenze. Perché, per citare Edgar Morin: “non vogliamo teste ben piene, ma teste ben fatte”.
José Martí, poeta, intellettuale e rivoluzionario cubano, affermò che “essere colti, vuol dire essere liberi”. Cosa ne pensa?
Sono assolutamente d’accordo. Dico sempre ai bambini e ai ragazzi che la cultura è una finestra sul mondo: ti dà la libertà di pensiero, la libertà di azione, la libertà di scelta. In ultima analisi, la cultura ti dà la possibilità di dire di no e di dire di sì. Quindi, se si è colti, si ha la possibilità di intraprendere la propria strada secondo i propri talenti. E seguendo sempre quello che si ha dentro il cuore.
©Riproduzione riservata

RISPONDI

This site is protected by reCAPTCHA and the Google Privacy Policy and Terms of Service apply.