Buon Teatro a tutti. Specialmente in un periodo storico in cui il pubblico e i lavoratori dello spettacolo vengono penalizzati dall’emergenza Covid. Un pensiero va alle maestranze che portano avanti la macchina dello spettacolo: trucco, parrucco, tecnici di scena, delle luci, costumisti, e tanti altri ancora.
Un plauso a chi con coraggio, passione e determinazione continua a lavorare per la sopravvivenza. Come il Teatro Cortese che venerdì 9 ottobre, alle 21,15, dà avvio alla rassegna Tradimenti, sei spettacoli basati su testi teatrali di Roberto Russo.
Il primo ad andare in scena sarà “Le mani aperte”con Stefano Ariota (foto) e accompagnamento pianistico di Ernesto Colicino.
Ariota è artista con una carriera trentennale alle spalle, nel suo percorso di attore ha lavorato con grandi nomi del panorama nazionale e internazionale, Vanessa Redgrave, Franco Nero, Geppy Gleyses, e registi del calibro di  Ruggiero Cappuccio e Franco Però.
Propone “Le mani aperte” partendo dalla rassegna “Il Garofano Verde”. Il testo fu selezionato da Rodolfo Di Giammarco e nel 2001 andò in scena al Teatro Belli di Roma.
 Nella stagione 2002-2003 venne proposto per la prima volta, nella versione scenica, firmata da Luigi Russo, al Teatro de Poche di Napoli ottenendo commenti molto lusinghieri da parte della critica. Poi il progetto venne accantonato, ma riproposto proprio in ragione di quel brillante inizio tanto lontano nel tempo.
Commenta Roberto Russo: «La metafora più ricorrente della precarietà è quella della navicella in un mare in tempesta. Ma questa immagine si adatta a quanto solo eccezionalmente è precario ed è evidente che in questa sorta di simbologia, in piena epoca Covid, ci siamo tutti. Siamo tutti precari. Ma quando lo stato di precarietà è endemico, come avviene per il mondo del Teatro, allora l’immagine della navicella fra i flutti non basta più perché non si è più in un mare in tempesta, ma si è il mare in tempesta. Tutti. Tutti coloro che vivono, esteriormente, o anche solo interiormente per il Teatro. E noi, mare in tempesta, nell’epoca più tempestosa che la nostra generazione ricorderà, alziamo la vela comunque e, comunque armiamo la lancia (Shake-speare, letteralmente) e proviamo a navigare».
Il testo è liberamente ispirato al romanzo “Alexis” di Marguerite Yourcenar. Che Stefano nel marzo del 1999 regala a Roberto chiedendogli di farne un testo teatrale.
Lui accetta, malgrado dubbi e perplessità, che lo accompagnano anche durante la lettura, proprio perché si tratta di una storia mitteleuropea, ante prima guerra mondiale, che esprime una sensibilità distante, a prima lettura, dalla propria.
Non è il suo mondo. Non è il suo modo di vedere le cose. Quindi, il nodo è trovare un “nocciolo” ideale da personalizzare, senza scalfire la tormentata e delicata atmosfera della Yourcenar. Il punto comune alla fine emerge: è la Liberazione dal vecchio se stesso e da un mondo stantio.
Paolo Rocca ( ovvero Alexis) dopo anni e anni di convenzioni, abitudini, e paura del cambiamento, decide di liberarsi nella Verità sovvertendo la propria vita per crearne un’altra: vera e aspra, ma senza ipocrisia.
Il racconto cambia scenario: viene ambientato nella Napoli del secondo dopoguerra, quella degli anni ‘50 e del boom economico. La lingua è un napoletano italianizzato. Il testo assume contaminazioni da ricordi familiari del drammaturgo. Così nasce lo scritto: “Le mani aperte”.
Lo spettacolo, invece, si sviluppa dallo studio capillare fatto prima da Stefano e poi da Luigi Russo che firma tuttora la regia. Regalando rinnovate emozioni agli spettatori che andranno a vederlo venerdì. Concedendosi la magia del palcoscenico in un momento di incertezza e inquietudine.
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