Napoli, 1990: è la data del primo concerto fuori della natia Ascoli Piceno. Ne ha fatta di strada da allora Giovanni Allevi, che ricorda con nostalgia gli esordi, quella “Japan”, la sua prima composizione, che contiene in nuce buona parte di quello che il pianista dir  negli anni.
Personaggio costruito fin nei dettagli al di l  delle apparenze, campione di una industria discografica che ha trasformato in fenomeno un pianista come tanti e un compositore di un qualche interesse, Giovanni Allevi piace. Piace per la sua timidezza, per la fragilit  da sfigato accortamente ostentata, per il fare dimesso, insomma piace per tante ragioni.
Che la musica sia soltanto un pretesto quasi sfugge ai più. Snocciola date, ricorda un passato lacrimevole da cameriere, quasi come se dormire in un monolocale a Milano fosse cosa disdicevole assai per chi evidentemente si ritiene un genio.
Non vogliamo sposare la tesi di chi sostiene sia, piuttosto, un bluff; preferiamo affermare che la vena, che quindi c’era, si è esaurita. Non si è mai visto un compositore che a quarant’anni enfatizza tanto il suo passato: chiaro indizio di una senilit  creativa che finisce con il sostanziarsi di improbabili paure, di vezzose timidezze, di piccoli niente. Anche Rossini, in vecchiaia, si dedicò a scrivere i "Petits quelques riens", quando però, appunto, non aveva più nulla da dire.
Il concerto di piazza Plebiscito, nel solco di quello di pochi mesi fa al San Carlo, si infarcisce di attacchi di panico che assalgono il pianista, alla vigilia di una tourne in Cina, si riempie di capelli fluttuanti, di onanistiche e, per qualcuno, forse, rassicuranti anafore di incisi, di frasi musicali, di formule.
Cadenze scontate, melodie nostalgicamente tonali, progressioni banali, le mani giunte, le voce tremula, il solito foglio con l’elenco dei ringraziamenti: quanto durer  ancora questo copione? Rinnovarsi o morire, suggeriva d’Annunzio. Artisticamente parlando, of course.
Pensaci, Allevi…