Il coraggio civile di un uomo e di un artista. Al centro del libro “Il caso Bracco”, di Francesco Soverina (Alessandro Polidoro Editore – pagg. 121). La restituzione sulla “scena” di un soggetto poliedrico annientato da una “critica indirizzata” ed interessata, annerito da giudizi approssimativi ed asserviti al pensiero dominante, offuscato da opportunisti di maniera.
Un testimone scomodo, ingombrante per la sua dirittura morale, senza farsi mai lusingare dal potere, antifascista mai finito sul libro paga del Duce (al contrario di tanti artisti ed intellettuali dell’epoca). Per questo ne paga le più drammatiche conseguenze, per esempio la “censura preventiva” de “I pazzi”, ad opera del sodale del “ventennio” Nicola De Pirro, direttore negli anni trenta della rivista “Scenario”.
Un testo che restituisce dignità al drammaturgo, ma anche al giornalista, novelliere, autore di opere teatrali, per il cinema e la canzone.
Così di lui scriveva Benedetto Croce, pontefice massimo della cultura italiana della prima metà del Novecento: «Tempra eminentemente teatrale è quella di Roberto Bracco, che ha saputo commuovere e divertire e appassionare con la varia e ricca opera sua di intonazione ora tragica ora gioiosa gli spettatori non solo in Italia, ma anche in paesi stranieri…Il Bracco disegna bene e poi colora con pari abilità, ma il poeta ha, tutto in un sol getto, il disegno che è colore, il colore che è disegno» .

Roberto Bracco | ilmondodisuk.com
Qui sopra, la copertina del libro dedicato a Roberto Bracco. In alto, Eleonora Duse


Mentre il critico e storico Francesco Flora sottolineava: «Poeta dialettale, critico, novelliere, scrittore sempre ricco di ingegnose invenzioni o «trovate», teorico di principii drammatici, Roberto Bracco fu essenzialmente uomo di teatro per una vocazione irresistibile come un fatto di natura. Il teatro era un modo della sensibilità di Roberto Bracco, una tecnica della sua concezione vitale: il mezzo espressivo dei suoi problemi morali, della sua partecipazione al consorzio civile».
Bracco è stato pioniere anche nell’aver apprezzato la donna come interprete di alcune sue opere, rompendo la gabbia di un maschilismo culturale e teatrale in maniera intelligente e coraggiosa. Eleonora Duse, Tina Di Lorenzo, Virginia Reiter, Irma ed Emma Gramatica, le migliori attrici femminili del tempo si sono misurate con il “teatro non teatro” di Bracco, quest’ultimo le portava in scena convinto che la donna sottomessa avesse una personalità ostacolata, bloccata nel suo libero sviluppo.
A tal proposito amava esprimersi: «Il mio femminismo […] è […] una difesa della donna ed è, sì, un’esortazione alla ribellione, ma sempre ha come obiettivo la reintegrazione di tutto ciò che più ho amato nella donna: la gentilezza, la squisitezza, la semplicità, l’amore. Le “donne forti” mi sono odiose».
Roberto Bracco deve essere ricordato come un uomo e un artista libero, una libertà emancipatrice la sua che distanzia il servilismo e l’accondiscendenza al regime fascista, contrariamente a chi lo ha rappresentato. Per questo ne pagherà uno scotto pesantissimo, praticamente morirà in miseria, rifiutando qualsiasi aiuto economico, da qualunque parte venisse.
Molto netta e chiara la sua posizione contro la guerra e l’interventismo “guerrafondaio” che pervadeva il dibattito italiano alla vigilia della prima guerra mondiale, ebbe il coraggio di “praticare”, in netta minoranza con il pensiero unico bellico, la sofferenza contro il nazionalismo farneticante che ha portato l’Italia a partecipare alla prima guerra mondiale.
Un soggetto controcorrente mai piegatosi al fascismo, tacciando esplicitamente i colleghi acquiescenti al regime di essere “vili”, “falsari della storia”, “prezzolati” ed “imbroglioni”. Per questo gli verrà negato il premio nobel nel 1926.