b>Un Paese in anestesia. Dopo “Italieni, il paese delle mezze calzette” Antonio Filippetti torna a indagare sulle ragioni del declino dello Stivale. E lo fa abbracciando diversi aspetti, da quello politico a quello culturale, passando per la vita civile, senza risparmiare nessuno. Lontano da tutte le riflessioni che vedono nel berlusconismo, da sempre, l’unico vero problema da risolvere, il direttore della rivista “Arte&Carte”, trasforma quella che i principali addetti ai lavori hanno sempre additato come malattia, in un sintomo. Come la rivelazione di qualcosa di più grave e profondo, che intacca la quotidianit  di ogni cittadino e dirigente. L’affresco che ne deriva è puntuale e sotto molti aspetti catartico.
Il libro in questione, “Bella Italia Brutta gente”(Istituto Culturale del Mezzogiorno, p.p. 100, euro 12), si propone come strumento d’analisi per un paese in anestesia. La delicata operazione di Filippetti si avvale di un bisturi molto particolare la letteratura. Il lettore è guidato nel marasma della politica, comunicazione e cultura italiana, da citazioni di grandi autori italiani (e non solo) del passato. Due in particolare Leopardi e Dante. Il Sommo Poeta chiude il libro con la sua invettiva più famosa a un Italia asservita, “di dolore ostello/non donna di province ma bordello”, in un appendice dal nome “la poesia profetica”.
Come lo stesso Filippetti sottolinea, è importante riflettere su quanto siano attuali le parole del padre della lingua italiana, scritte 712 anni fa. Ed è proprio questo l’intento di “Bella Italia Brutta Gente”, l’attenta analisi di un sistema corrotto in tutte le sue parti, a cominciare dai riformatori dell’ultima ora, molto spesso attori principali di una crisi causata soprattutto dalle loro scelte sbagliate.
L’autore offre una visuale completa, individuando nella riforma della giustizia la madre di tutte le riforme. Un concetto di giustizia, tuttavia, molto lontano dalle analisi di tecnici e politicanti, ma intesa come ” una pratica della giustizia, ovvero del comportamento giusto nella vita civile e personale di tutti i giorni”, allargando cos il concetto anche ai diritti defraudati quotidianamente- dei singoli cittadini (come “l’attendere come un miracolo l’arrivo di un autobus e impiegare quattro ore di treno per percorrere sessanta o settanta chilometri, viaggiando in condizioni disastrose”) e non solo la riforma giudiziaria in senso più stretto che, per Filippetti, resta comunque di primaria importanza.
Una giustizia assente “non solo nelle aule di tribunale/ il concetto di giustizia chiama in causa quasi tutti gli aspetti della vita ordinaria di milioni di cittadini alle prese con le attivit  di ogni giorno”. La chimera delle riforme, rientra nel mal funzionamento di una macchina stanca e ormai priva di significato. Uno dei capitoli più amari, tuttavia, non è dedicato alla politica, ma alla comunicazione. l’analisi dell’autore non si risparmia stilando un campionario di nomi eccellenti (tra cui troviamo la Gruber, Mentana e Lerner, individuati come “alternative credibili”, ma poco incisive). La comunicazione descritta da Filippetti conduce a un processo pericoloso e corrosivo, “soccombere per un eccesso di parole e paradossalmente e tragicamente senza riuscire a esprimere nulla.
La “panic room” di cui parla l’autore diventa la stanza in cui tutti siamo spettatori di un paziente anestetizzato, in coma. Non è dato sapere se mai sar  possibile il risveglio. L’unica via d’uscita possibile è conoscere a fondo questo paziente malato, tramite un’operazione di attenta analisi, soprattutto di noi stessi.”
L’elogio del silenzio”, che Filippetti delinea come unica cura per “riformare” una stampa lontana dal ruolo di difensore della democrazia, è un invito che diventa collettivo, per dare soprattutto spazio alla scuola, sempre più martorizzata, ma uno dei pochi luoghi d’analisi e costruzione rimasti nel nostro Paese. E che va quindi protetta e salvaguardata. Il libro di Filippetti, rappresenta il foglio illustrativo di un medicinale mai quanto ora indispensabile la cultura. Il viaggio del testo edito dall’ “Istituto Culturale del Mezzogiorno”, non consente al lettore di schierarsi come invece politici e palinsesti televisivi vorrebbero ma di informarsi, conoscere e ragionare. Di scegliere.

Di seguito l’intervista

3 dicembre 2012
Antonio Filippetti, giornalista e scrittore, è presidente dell’Istituto Culturale del Mezzogiorno e fa parte del Consiglio Direttivo dell’Unione Nazionale Scrittori e Artisti. “Bella Italia Brutta gente” è il suo ultimo libro, di cui però, la parte più importante è il sottotitolo “un paese in anestesia tra sciacalli, cialtroni e leccapiedi”, come sottolinea l’autore stesso “Il titolo è scontato. Ma io ho scritto come sottotitolo “un paese in anestesia”, e vorrei far riflettere su questo. Il paese è stato messo in coma. Probabilmente si potr  svegliare, chi lo sa. Questo è il tema che bisognerebbe approfondire, perch è stata messa in disparte la cu            6                 è« «    oè  á«sptBLlibrineBlinkBBd dBd d«BpGBB«7Be«BEBBèMODEBHlèNOèBB» OJBe
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BB»EWHEREUSINGB B B»RLIKERESETBeNULLBSHAREBSLAVErBPSIGNMIDptkoi8uBBBBRTRIMeROWS pBtxxïïxxxxxltura. Tutti stanno dicendo che è giunto il momento di riformare. Ma chi ha causato tutto questo, chi ha creato le condizioni? Gli stessi che oggi decantano le riforme”.
Nel suo libro fa riferimento a grandi autori, tra cui Ray Bradbury con il suo Fahrenheit 451.
“Anche questo era quasi d’obbligo. La cultura passa attraverso i libri. E nel libro di Bradbury è vietato leggere per legge. Oggi non c’è bisogno di una legge del genere , perch si è creato uno “stupidare” a più non posso. Faccio questo mestiere da 40 anni, e questa per i libri è un’epoca difficile. Oggi si leggono le “50 sfumature” e i “100 colpi di spazzola”, e sono anche primi in classifica. In uno dei momenti più toccanti di Fahrenheit 451, i protagonisti si interrogano sulla funzione di libri come “Anna Karenina” in quell’epoca. E trovano risposta in una frase molto importante “E quando ci domanderemo cosa stiamo facendo, potrai rispondere loro noi ricordiamo”. Quel noi ricordiamo è l’unica frase in corsivo del libro, e delinea la funzione principale della cultura”.
Uno dei capitoli più amari è quello dedicato ai suoi colleghi giornalisti, e alla stampa in generale..
“Io non mi ritengo più un giornalista, ma produttore di conoscenza. E’ il capitolo più amaro dedicato a questi illustri “colleghi”. Tutti oggi si dichiarano giornalista o scrittori, opinionisti o blogger. Ma rientrano tutti nella logica anestetica di questo momento storico”.
La chiusura del libro è dedicata alla poesia profetica, e quindi anche al ruolo dell’intellettuale.
“Non è assolutamente un caso, infatti, che l’appendice del libro sia occupata dal VI canto del Purgatori di Dante. Perch è un ritratto dell’Italia di oggi. La metafora del gioco della zara di Dante, rispecchia l’atteggiamento del nostro paese. Ma anche altre metafore immagini dantesche straordinarie. L’Italia è vista come donna dolente, forse chiss  in fin di vita, sul letto, nel pieno delle sofferenze che prova a rigirarsi nell’illusione di trovare una posizione migliore. Dante scrisse questa cosa 712 anni fa. Pensare a quanto ancora oggi sia attuale, fa riflettere”.

In foto, particolare della copertina e l’autore

3 dicembre 2012