Unit  architettonica, sistema politico, strumento di organizzazione e controllo: che cos’è la citt  e quale è stato il percorso storico che l’ha trasformata fino a oggi? A queste domande risponde “Filosofie della metropoli”(Carocci, euro24,80, pag.274), raccolta di saggi a cura di Matteo Vegetti , docente di antropologia culturale all’accademia di architettura di Mendrisio e filosofia estetica al politecnico di Milano.
Dinamiche di potere e trasformazioni economiche prendono corpo sotto forma di architetture moderne, la citt  muore e rinasce sempre meno de-finita fino all’estensione virtuale contemporanea che stravolge il concetto di spazio e di abitante.

“Tra Sei e Settecento, il progressivo smantellamento delle mura creer  le condizioni spaziali della metropoli moderna, priva di specifici limiti giuridici e territoriali e sancir , anche su un piano simbolico, il dominio territoriale degli Stati”(Vegetti). Non si tratta più di difendere un territorio da mire espansionistiche di sovrani vicini, l’attenzione si sposta sulla popolazione, le cui abitudini stanno cambiando: il contadino che viveva seguendo l’andamento del sole si sta trasformando in operaio ed è tempo di seguire il ritmo della produzione.

In assenza della figura forte e accentratrice del sovrano il popolo si fa disordinato, si rafforzano le pratiche disciplinari striscianti, frammentate nelle nuove figure di riferimento: medici, sorveglianti, educatori, psichiatri. La cittadinanza cambia volto e cos anche la citt  che viene bonificata e organizzata per garantirne l’ordine e l’asetticit , nascono marciapiedi e boulevard. Viene meno il senso di comunit  e nasce l’in-dividuo, restano le dinamiche di relazione legate alla produzione e allo scambio.

Pochi sono i casi in Europa di citt  in cui perdura la dimensione comunitaria, uno di questi è Napoli dove “l’ambiente domestico si ricrea sulla strada (…) cos la strada penetra all’interno delle case (…). La miseria ha provocato una dilatazione dei confini che è immagine speculare della più radiosa libert  di spirito” (Benjamin).

Nel passage parigino riconosciamo una tappa intermedia: non c’è più la bottega artigiana chiusa ma non c’è ancora il centro commerciale. Nascono le vetrine e lo spettacolo delle merci, nella metropoli si amplificano gli stimoli e l’individuo per sopravvivere si fa blas, impermeabile agli accadimenti esterni.

Nel 900 l’uomo è totalmente assorbito, Junger ci spiega come il tempo del lavoro si sovrapponga totalmente al tempo della vita: quando usciamo dall’officina siamo consumatori di beni e fruitori di servizi e quindi ancora parte del sistema di produzione. Anche la bellezza si uniforma e si fa funzionale, il corpo rinuncia alle forme e si riduce all’essenziale “la bellezza diventa valutabile in cifre, in larga misura qualcosa che hanno tutti”(Junger).

Il villaggio globale sembra infine chiudere il cerchio, riassumendo in s tutte le contraddizioni storiche della storia della citt : “universalizzazione e particolarizzazione, divaricazione e chiusura dello spazio, integrazione ed esclusione, sono i volti antitetici di un identico paesaggio antropologico o socio spaziale” (Vegetti).

Nel volume saggi di Matteo Vegetti, Agostino Perillo, Pierandrea Amato,Giovanni Gurisatti, Andrea Pinotti, Antonio Somaini, Maurizio Guerri e Massimiliano Guareschi. Di seguito l’intervista all’autore.

Vegetti e il mutamento urbano globale

Oggi ha ancora senso parlare di citt ?

Probabilmente no perch la citt  è cambiata. Come la nascita della metropoli è legata alla nascita del mondo industriale, cos con il post fordismo nasce la post metropoli. Oggi ci troviamo di fronte a un cambiamento di struttura di enorme portata, siamo di fronte a un altro nodo cruciale, a una fase in cui le strutture portanti della citt  nata nella met  del 700 vengono meno.

Crede che le istituzioni tengano conto di questi cambiamenti?

Non sempre: ci sono realt  più avanzate come la Mairie di Parigi e Sarkozy che stanno studiando un piano per la “Grande Parigi”, un progetto urbanistico che tenga conto della fluidit  dei confini attuali della metropoli. Ma poi ci sono situazioni molto più arretrate proprio rispetto alla necessit  di rivedere i confini che non sono più amministrativi n geografici e comportano implicazioni da citt -regione. E’ fondamentale fare un percorso di questo tipo per creare processi di governance che possano riconoscere e amministrare al meglio il territorio.

Parlando del caso italiano, tra nord e sud ci sono forti differenze nell’organizzazione della citt , forse al sud e in particolare a Napoli, persiste una tendenza alla centralizzazione del potere che non consente di adattarlo alle peculiarit  delle differenti aree?

L’Italia è molto arretrata rispetto alla Francia e al nord Europa, ma si stanno facendo degli sforzi per rompere i sistemi di accentramento e andare verso il multi centrismo. E probabilmente c’è in qualche misura una distanza tra nord e sud.

Nella metropo            6                  «    oè è á«sptLlibrined dd dpGli di Focault dal 700 in poi vige un sistema di controllo capillare, quotidiano, impercettibile eppure onnipresente. Oggi la popolazione sembra abbandonata a s stessa è solo un’impressione? E come agisce oggi il controllo sociale?

C’è stato un cambiamento nei dispositivi di sorveglianza. In epoca postmoderna con lo scioglimento del sistema di fabbrica, si scardina la modalit  di controllo capillare di cui parla Focault: non si può più impedire la mobilit  sociale, n la mobilit  dell’informazione. Nasce cos una nuova strategia di controllo che consiste nel monitorare le soglie di accesso e di uscita, nevralgico è dunque il controllo dei flussi e non più il territorio in s.

Nella foto, la copertina