Era solito sedersi in disparte, uno sconosciuto in mezzo alla folla eccitata che studiava come accaparrarsi un posto in prima fila.

In occasione degli eventi più importanti soleva arrivare con un certo anticipo per evitare la ressa. Si aggirava con fare guardingo, prendeva posto ed ascoltava in silenzio il dibattito in corso.

La gente serbava di lui solo una vaga impressione: la coppola in testa, i baffi bianchi spioventi, gli occhiali dalle lenti spesse.

A volte trascriveva su un foglio dalla forma inconsueta qualcosa che lo aveva colpito, sorrideva beffardo e riponeva il tutto in tasca. Qualche spettatore attento era indeciso se considerarlo un giornalista in incognito o uno scrittore affermato ormai fuori dal giro; alla fine, però, era prevalsa l’ipotesi che fosse un pensionato qualunque.

In più di un’occasione, anch’io avevo avuto modo di accorgermi di questo sconosciuto i cui modi discreti erano in contrasto con quelli melliflui dei presenzialisti di turno. Un pubblico salottiero, di vedute spesso ristrette e dalla mentalit  provinciale, che partecipava agli incontri letterari per pura smania di protagonismo, intervenendo in prima persona con domande a volte di una banalit  sconcertante. E dell’ambiente culturale vero e proprio che dire? La situazione per certi versi era anche peggiore. Una galassia infinita di piccole e grandi associazioni, in competizione tra loro, si disputavano, con una guerra senza esclusione di colpi, le grazie di giornalisti compiacenti, solleticandone il narcisismo con indubbia maestria.

A loro si aggiungeva qualche editore in cerca del facile guadagno che, con la complicit  di un improvvisato addetto-stampa, rendeva la calca ancora più fastidiosa persino a me che ero parte del giro.

A questo punto, potrete ben capire come questo signore mi incuriosisse a tal punto da spingermi, d’istinto, a pedinarlo. E dire che non mi aspettavo certo di riuscire nell’impresa!

Cos, un afoso pomeriggio di giugno, invece di prendere la solita via di casa, vinsi ogni ritrosia e mi accinsi a seguirlo. Percorremmo a passo svelto tutto il Vomero: dalla Fnac di Via Luca Giordano a Piazza degli Artisti, da via Menzinger, resa impraticabile dai lavori di manutenzione, a Piazza Immacolata.

Avevo quasi l’impressione che il mio uomo, resosi conto di essere braccato, si divertisse ad innervosirmi. Stremata, maledicendo le scarpe non troppo comode, inadatte ad un tragitto cos lungo, percorsi la discesa di via Salvator Rosa e l’ancora più angusta via Gesù e Maria, dove lo sconosciuto imboccò un vicoletto poco agevole a causa del continuo sfrecciare dei motorini.

Finalmente, nei pressi di un palazzo antico, di quelli senza ascensore, l’individuo giunse a destinazione. Quale motivo avesse condotto un tipo schivo come lui ad abitare in un quartiere cos chiassoso rappresentava per me un ulteriore mistero.

Da quel giorno, quello strano personaggio divenne per me una sorta di rebus da risolvere. Intuivo che egli era una chiave di interpretazione non di se stesso ma di tutto un ambiente rispetto al quale costituiva, con la sua riservatezza e con il suo stare fuori dal gioco, una nota stonata.

Ed ecco che ebbi l’occasione di rivederlo, quasi un mese dopo, alla saletta verde della Libreria Guida in via Merliani.

Arrivò con un certo ritardo, visibilmente trafelato, e chiese di accomodarsi al mio fianco, sulla sedia che avevo temporaneamente occupato con la giacca.

Non mi parve vero: in questo modo, fingendo di scarabocchiare qualche nota sul taccuino, potevo tenerlo costantemente d’occhio.

Quando l’Autore congedò il pubblico presente che, senza dargli tregua, si catapultò sul palco per averne l’autografo, non persi tempo ed invitai con disinvoltura lo sconosciuto al bar. Tra di noi ebbe luogo una breve ma significativa conversazione.

– Ma lei chi è in realt ? Un giornalista, uno scrittore, un editore in cerca di talenti?

Di fronte alla mia foga lo sconosciuto non riusc a trattenere un sorriso, compiaciuto di essere lui al centro dell’attenzione.

– Mi chiamo Giacomo Scalzi. Quindici anni fa ho avuto un discreto successo con un romanzo, “Una vita di bugie”. Lo firmai con uno pseudonimo e mi rifiutai di pubblicizzarlo. Non sono mai apparso in pubblico.

Fece una pausa, sorbendo quel poco di caffè rimasto nella tazzina.

– Non scrivo più da tanto tempo, ormai. Il libro mi ha fruttato bene. Ha avuto ben dieci ristampe e mi consente una vita decorosa. –

– Perch non ha voluto farsi conoscere dalla gente?

– Indolenza, sprezzo delle regole, chiss … Ormai non ha più importanza. concluse con un certo riserbo il mio ospite.

Per qualche minuto restammo senza parlare, come due vecchi amici che non hanno timore dei silenzi. Poi, anche quel magico momento fin e tornammo ad essere due estranei. Lo salutai, perplessa, chiedendomi se quell’uomo cos reticente mi avesse detto tutta la verit .

Mentre ero immersa nei miei pensieri, lo sconosciuto faceva intanto ritorno alla propria abitazione. Ormai non badava più             6                  «    oè è á«sptLlibrined dd dpG7e:EèHlèNO» OJe
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:     îî  îè  îèî  w  è  îïn       al numero infinito di scalini che ogni giorno era costretto a salire per raggiungere il quinto piano e, al contrario, attribuiva il suo aspetto giovanile proprio al costante esercizio fisico.

Ad accoglierlo fu la sorella Peppina, la cui testa canuta faceva capolino dalla cucina.

– Sbrigati, il signor Luigi è sveglio, ti sta aspettando. Io, intanto, faccio un salto in farmacia.

Abituata ad avere l’ultima parola su tutto da quando Luigi Astoria aveva abdicato al ruolo di padrone di casa per trascorrere la propria giornata confinato in un letto, Peppina provvedeva con efficienza al gravoso compito che le era stato affidato.

Fu per un caso del destino che la incontrai nei pressi di Piazza Immacolata in una delle poche farmacie di turno. L’anziana donna aveva dimenticato a casa il portafogli e non sapeva come pagare. Inutilmente pregò il farmacista di farle credito, spiegando che era la sorella di Giacomo Scalzi, loro cliente occasionale.

Quando mi offrii di saldare personalmente il conto, Peppina si profuse in ringraziamenti, pregandomi di accompagnarla fino a casa dove mi avrebbe restituito la somma. Le dissi che quello stesso pomeriggio avevo fatto la conoscenza del fratello Giacomo, scrittore sensibile e avulso rispetto ad un ambiente culturale fatuo e superficiale.

Al principio, la donna mi guardò negli occhi confusa, poi mi rivelò che l’unico scrittore a lei noto era il suo padrone di casa, un certo Luigi Astoria, ora semiparalizzato. Da quasi venti anni suo fratello Giacomo ne era il confidente privilegiato, al punto da seguire i principali eventi culturali della citt  per poi fargliene un resoconto particolareggiato. Era quello l’unico conforto di un uomo che un tempo aveva disprezzato la notoriet  ed adesso avrebbe dato qualsiasi cosa per ritornare in gioco.

Dopo quella inaspettata rivelazione, provai un moto istintivo di simpatia per il mite Giacomo che si era immedesimato nel ruolo dello scrittore al punto da recitarne la parte in mia presenza.

Adducendo un banale equivoco, troncai l la conversazione e promisi a Peppina che le avrei fatto visita in seguito.

Mentre nel caos del sabato sera percorrevo a passo svelto la strada di casa, non potei fare a meno di pensare allo strano rapporto che doveva essersi stabilito fra un intellettuale ormai finito come Luigi Astoria ed il suo volenteroso emissario.

Immaginai Giacomo chino sul letto dello scrittore di cui tentava inutilmente, schiarendosi la voce, di richiamarne l’attenzione. Poi lo vidi nell’atto di lasciare la stanza in cui giaceva quell’uomo stanco e sofferente, per ritirarsi nel suo studiolo, dove, a tarda sera, era solito trascrivere su di quadernetto a righe le riflessioni della giornata.

Chiss  se in quelle pagine vergate da una scrittura nervosa c’era l’embrione di una storia che Giacomo stava approntando all’insaputa di tutti.

Forse, pensai nell’accingermi a far ritorno a casa, proprio in quell’istante Giacomo era seduto a tavolino, la schiena curva sul foglio, la fronte aggrottata per lo sforzo, in preda ad un’ansia febbrile che lo rendeva ignaro persino della pioggia che, sferzante, si abbatteva sul vetro della finestra.

Da “Vedi Napoli e poi scrivi” a cura di Aldo Putignano, Kairòs Edizioni, 2005

*napoletana, giornalista pubblicista e scrittrice, press office/Communication & PR Manager

Nella foto, uno scorcio del Vomero