In napoletano “partirò” non si può tradurre diversamente da “dovrei partire” o “devo partire” la possibilit  remota o l’obbligo.
Come altre iniziative culturali, anche il Festival del Cinema dei Diritti Umani soffre dello stesso difetto immagina il futuro come possibilit  remota o come obbligo.
Da cinque anni combatte per la sopravvivenza di un’iniziativa artistica e politica dalla forma nuova, in costante ridefinizione, ma sempre e comunque sul filo dell’emergenza, mai in grado di uscire da questa logica.
Il Festival ha realizzato in anticipo e con la prassi, quello che istituzioni e collettivi vari abbracciano solo ora come idea di discussione.
Dalle pratiche del Festival e dai propri errori è possibile aggiornare il dibattito e renderlo più vicino alla necessit  comune ripensare la cultura.
” indispensabile provare a fare, tutti insieme, un’analisi onesta, realistica di qual è la condizione della cultura e dei rapporti tra intellettuali e politica a Napoli dopo una stagione che ha attraversato quasi per intero i venti anni a cavallo tra questo e lo scorso secolo”.
Si può prendere spunto da questa tardiva proposta dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Napoli, per ri-analizzare il lavoro passato per non ripetere gli errori fatti in precedenza.

Da quando non esistono più i mecenati, la ripetibilit  di un evento culturale ha da sempre solo due possibilit  il finanziamento statale, col rischio di strumentalizzazione, ma anche con la certezza di sopravvivenza nel tempo, oppure l’ingresso concreto nel mercato, con il brutto appellativo di “prodotto”. Esistere, in due parole, solo quando la domanda si pareggia con l’offerta.

La provocazione liberista nasce, ovviamente, dalla frustrazione nei confronti delle istituzioni che hanno smesso di considerare il ruolo dell’arte come necessario alla societ  civile.
E’ fondamentale che ogni evento culturale non sia autoreferenziale, come troppo spesso accade per la cultura cosiddetta “di sinistra”.
Non si può millantare indipendenza e inseguire le promesse delle autorit . Non si può schiaffeggiare il pubblico come a sfogare la propria frustrazione repressa e ostentare progressismo che a volte ricade irrimediabilmente nel sistema clientelare.

La sinergia con tutti gli attori sociali (istituzioni incluse) è necessaria, ma bisogna focalizzare la propria azione in quella ferita insoddisfatta in cui boccheggia il cittadino/spettatore tracciare un solco nella coscienza critica della persona e farlo secondo un modo di agire accattivante e contemporaneo.
Il napoletano non ha futuro, ma per il proprio futuro culturale è necessario aprirsi al pubblico, senza sceglierlo settorialmente, ricucire la frattura insanabile tra le “due citt ” di Napoli e offrire una proposta culturale valida per entrambe.
Sarebbe un’occasione di autocritica necessaria al Festival, che pur avendo agito da pioniere, deve necessariamente restare al passo con i tempi.

*Giovanissimo regista con un background di cinema per i ragazzi e alcune originali opere di cinema documentario tra cui “Rosaria” (2011), “La vera leggenda di Valaja Marley” (2011) e “Malasorte” (2013)

Nella foto di Ileana Bonadies, il pubblico della serata finale del Festival del Cinema dei Diritti Umani 2011 a San Lorenzo Maggiore