Zio Alessio faceva uno strano lavoro, anche se, a pensarci bene, per i tempi in cui viveva, non era neanche tanto strano. Aveva un negozietto, non tanto grande, vicino alla stazione centrale. Qualche volta lo aiutava una delle sorelle, zia Caterina e il giorno in cui avvenne il fatto Caterina era l e questo le aveva permesso di raccontarlo ai nipoti dopo molti molti anni (stranamente quella storia vera non era mai stata raccontata prima).

Il negozio vendeva uova, solo e soltanto uova, confezionate in grossi scatoloni perch venivano vendute ai pasticcieri, alle rosticcerie e ai ristoranti. Cos ad entrare nella bottega si vedevano solo grandi scatoloni e quasi nient’altro. In un angolo, vicino alla porta di ingresso c’era un piccolo ufficio, scrivania, una sedia, forse due, carte varie e una specie di cannocchiale che però un cannocchiale non era. Era sicuramente un tubo di metallo che all’occasione veniva posizionato di fronte ad una lampadina. La luce accesa ne illuminava una estremit  mentre dall’altro lato zio Alessio esaminava attentamente un uovo; e l’occhio esperto, che guardava attraverso il guscio, sapeva dire quanto tempo prima era stato deposto e quanto era grande il rosso, se era gallato o se era fradicio. Beh, a quei tempi non c’erano i codici a barre, n le date di scadenza, si lavorava cos, fidandosi dell’intuito dell’uomo. In fondo al negozio c’era un piccolo bagno e un fornellino per riscaldare il pranzo, giacch zio Alessio ci passava nel negozio tutto il santo giorno. Certi giorni erano tranquilli, altri un po’ tribolati perch l’omino delle consegne, che se non c’era da consegnare gli faceva compagnia, aveva il vizietto di alzare un po’ il gomito. E ve lo potete immaginare come andava a finire quando l’omino più che brillo si caricava gli scatoloni con le uova …

Ogni tanto nel negozio entrava la signora del negozio vicino, il portiere del palazzo di fronte, qualche amico di passaggio, di rado, molto di rado, con la sorella più piccola i due nipoti e il cognato. Quel giorno, il giorno che accadde il fatto, c’erano solo i due fratelli, Alessio e Caterina, e nessun altro. Oh, insomma veniamo al fatto! Era più o meno ora di pranzo e zio Alessio stava andando sul retro, verso il fornellino, quando all’improvviso si fermò. Cominciò a sorridere, e non era una cosa che faceva spesso, chiamò a gran voce la sorella e restò a guardare. Un topolino era riuscito a rubare un uovo, e questa è gi  una cosa insolita e disdicevole. Avrebbe provocato, se i particolari che sto per raccontarvi non fossero stupefacenti, un gran clamore, una caccia al topo, di certo non un sorriso dello zio più burbero che i nipoti avessero mai avuto. Il topolino l’uovo voleva portarselo via, ma se lo teneva tra le zampe non poteva camminare e a spingerlo rischiava di romperlo. Allora che aveva fatto, aveva chiamato in aiuto un paio di fratelli e mentre lui, coricato sulla schiena, lo teneva con le quattro zampe con tutte le sue forze i suoi amici lo tiravano per la coda insieme all’uovo.

Potete immaginare la reazione della zia Caterina a questa scena. E se ci fu una occhiata di affetto e tenerezza tra i due fratelli questo non ci è stato raccontato. Quel che è certo è che i tre topini furono lasciati andare via in pace con il loro meritato uovo.

L’AUTRICE

Carla Isernia (napoletana) è professoressa di Chimica generale e inorganica alla Seconda Universit  di Napoli.

2 agosto 2010