Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Ugo Piscopo, poeta, scrittore, studioso di letterature comparate e di arte contemporanea, un ricordo del pittore e scultore napoletano Libero Galdo che si è spento alla fine della scorsa settimana. Quasi alla soglia del secolo di vita, dopo aver prodotto tante opere, con la discrezione della bellezza astratta e della genialit  da outsider, ignorato dall’arte che si fa sistema.

Ogni estate mi mandava da Salina una-due cartoline con frasi affettuosissime. Ogni estate, al ritorno da Salina, mi raccontava di quel mare, di quelle luci e mi invitava ad andarci anch’io una-due settimane come ospite nella casa della famiglia della moglie. Non ci sono mai stato, tranne col pensiero. Ora che Libero non c’è più, certamente, non ci andrò più far  parte, quella casa, di tante altre case, che ho accarezzato con la mia fantasia da lontano, ma dove non ho materialmente mai messo piede.

Quest’estate Libero non mi racconter  più del suo ritorno da Salina, n da altre parti. Ha fatto un biglietto di andata per un viaggio senza ritorno.
N più mi parler , come faceva insistentemente e ripetutamente nelle conversazioni telefoniche o direttamente a casa sua in questi ultimi tre-quattro anni, del suo nuovo indirizzo, della nuova casa dove era andato ad abitare, ma che non era una casa proprio nuova, perch era proprio la sua casa che era nel suo palazzo in una via proprio in tutto identica a via Battistello Caracciolo, con il supermercato di fronte e con l’uscita su via Salvator Rosa.
Non so com’è successo, mi diceva sempre, ma oggi con i nuovi mezzi tecnologici e con la nuova ingegneria, la casa, con me e mia moglie dentro e le mie opere, è stata portata, spostata fuori Napoli. Nella zona occidentale. Bisognava uscire da Napoli, prendere la via di Pozzuoli e andare sopra lungo la costa. Io dovevo andare a trovarlo e voleva che prendessi gli appunti esatti del percorso da fare. Tu ti fai desiderare, mi rimproverava, io ti devo vedere, perch, se tu non puoi venire, vengo io a casa tua. Ma mi deve accompagnare mia moglie, perch io da solo ormai non ce la faccio più. Tu devi vedere queste ultime cose che sto facendo, perch io, sebbene impedito in tanti movimenti, continuo e continuerò a lavorare sempre. Anche se devo imparare ancora a dipingere, perch il mestiere di pittore uno non l’impara bene, neppure se campa cento anni. E io, scherzando, gli rispondevo che si assicurasse i primi cento anni e che, poi, nella seconda serie di altri cento anni, aveva tempo a volont  a disposizione, per imparare il mestiere, come si doveva. Allora lui mi guardava e ascoltava in sospensione di riflessione e scuoteva la testa.

Era questo, nelle nostre amicali conversazioni. il canovaccio obbligato dall’alzheimer, che lo ha afflitto negli ultimi tre-quattro anni di vita.
Prima, invece, Libero era un congegno di perfetto autocontrollo, di tersa lucidit  non incombente o invadente, ma usata con discrezione e opportunit , anche perch il terreno dell’arte, soprattutto osservato sotto l’aspetto delle interrelazioni delicate e instabili di artisti e critici, ha una sua spietatezza e nevrastenia, come pochi altri terreni.

Con mia moglie, che lo conosceva e apprezzava, tanto da essere contenta che due pareti di casa nostra, una nel salone, una nel tinello,
fossero interamente occupate da opere di Libero, io, nel corso di questi ultimi tre-quattro anni, commentavo con rammarico la vicenda di una sensibilit  e di un’intelligenza sobria e acuta, come quelle di Libero, fossero state cos messe alla prova e devastate da una malattia. Più di una volta mi è toccato di osservare che, però, nonostante tutto, Libero dentro di s continuava ad avere dei suoi spazi precisi (l’interno di casa sua) e un’attivit  pittorica che gli avrebbe fatto compagnia sino all’ultimo. E dicevo che era una fortuna.

Per me, è stata una fortuna conoscerlo ed essergli stato amico.
Nei lavori di scavo e di disoccultamento del futurismo a Napoli, mi è stato di valido aiuto a scoprire situazioni e personaggi, da Guglielmo Roherssen a Domenico Bologna, da Elena Cappiello a Mario Colucci, a poter disporre di una rivista come “IX maggio”, di cui non c’è alcun esemplare nelle Biblioteche Nazionali e nelle emeroteche, a poter parlare e discutere con uno, che era una ricchissima e preziosa memoria storica della Napoli moderna, dagli anni Trenta del secolo scorso in qua.
Grazie, Libero, di questo e soprattutto del tuo affetto.

In foto, l’autore e alcune delle sue opere