un potente affresco il romanzo di recente uscita Vicara. Un’educazione napoletana (Rizzoli, pagg. 490, euro 19, in foto, la copertina) dello scrittore napoletano Vladimiro Bottone. Potente e da leggere tutto d’un fiato, per le molte ragioni che risiedono nei vari e avvolgenti piani di lettura e di sorprese che riserva al lettore.

Vicara è prima di tutto un romanzo storico, poich ambientato a Napoli nel 1841,
nel ventre di una citt  borbonica dove il re Ferdinando II aveva ereditato dall’avo, l’illuminato Carlo III, prestigiose edificazioni che rientravano nel piano di rinnovamento edilizio della citt . Tra queste il gigantesco Real Albergo dei Poveri progettato dall’architetto Ferdinando Fuga, detto anche palazzo Fuga, soprannominato dai napoletani serraglio o reclusorio. L’opera mastodontica – una delle più grandi costruzioni settecentesche – rimasta incompiuta (i lavori vennero abbandonati nel 1819 perch troppo dispendiosi), doveva accogliere, nelle intenzioni del sovrano, le masse dei poveri; un luogo dove ospitare i svariati senza tetto che vagavano per la citt  giorno e notte e, successivamente, anche gli orfani depositati nella Ruota dell’Annunziata, altra opera benefica cittadina di indole religiosa, per dare loro una sorta d’istruzione, insegnare un mestiere.

Di fatto l’Albergo dei Poveri si trasformò negli anni in un vero e proprio carcere, dal quale sarebbe stato molto difficile uscire.
In questo scenario storico si svolge l’appassionante romanzo e di uno degli orfani ospiti del serraglio, Antimo, un bambinetto di sette anni, ne focalizza la storia tragica. Poich Antimo perisce tragicamente sin da subito ma la sua ombra, la sua immanente presenza, sono gli elementi trainanti dell’intera vicenda che, per gli accadimenti che racconta, assume l’aspetto di un noir in piena regola. E non solo questo.
La storia si tinge di colori incandescenti nel raccontare l’inferno, i soprusi e le turpitudini a cui sono sottoposti i piccoli ospiti dell’Albergo, l’ingiustizia e la corruzione di alcuni personaggi che vestono i panni di alti organi dello Stato borbonico, il malaffare che aleggia nella citt  e la delinquenza che alligna nei bassi strati sociali dello Stato borbonico.

Nella morte violenta di Antimo,
sul suo giovane corpo martoriato s’imbatte il giovane commissario Gioacchino Fiorilli, ed è qui che il romanzo vola verso la ricerca del male che si nasconde tre le pieghe del serraglio, nel segreto delle sue stanze, nella violazione continua di una gioventù negata, ma anche in quelle di una giustizia falsamente amministrata.

Una storia di grande potenza, si diceva, un affresco, un quadro corale che assume variegate sfumature, all’interno del quale si muovono moltissimi personaggi, inventati da Vladimiro Bottone con una maestria e una sapienza assoluta.
Si intrecciano sulle strade del bene, come Emma, giovane inglese, insegnante di musica al serraglio, il fratello Peter, e del male, come Florino, che sovraintende all’Albergo dei Poveri, De Consoli, medico ufficiale del Serraglio e tanti altri che costituiscono l’ossatura portante di Vicara.

Ciò che affascina, oltre questo ordito cos incandescente, è ciò che risiede al di l  delle sinuosit  della storia, ci la vocazione epica di questo romanzo.
Una grande comdie humaine alla Honor De Balzac, dove il bene e il male devono convivere nei loro pur labili confini, dove i morti affiancano i vivi in continuazione, anzi li portano per mano alla ricerca della verit , dove le classi più umili costrette a fare lavori infamanti, come il personaggio della giovane prostituta Carolina (in qualche modo ricorda la sfortunata Fantine de I Miserabili di Hugo), rivelano animi nobili.

Soprattutto ciò che circonda la storia in un abbraccio forte e immanente è la citt  sullo sfondo,
ma grande protagonista, nelle descrizioni brulicanti e vivaci, nei passaggi storici fondamentali e documentati che caratterizzarono la Napoli dell’epoca. Essa viene incontro al lettore immergendolo a piene mani nella vicenda. Ed è in questo ultimo contesto che si apre il “colpo di teatro” del romanzo poich la storia s’innerva in uno degli avvenimenti che da sempre, allora come ora, diventa fondamentale per il popolo napoletano, ci il gioco del lotto.
Il lotto, con i suoi riti e personaggi al limite del reale come gli “assistiti” (persone che comunicano con l’aldil  e sono in grado di consigliare i numeri giusti da giocare), quelli che interpretano i sogni, grandi veicoli di potenziali numeri, o quelli che interpretano il libro della smorfia da cui desumere i numeri sognati. Il gioco del lotto che nel regno borbonico era fonte essenziale di reddito per lo Stato, il gioco del lotto che, in questa storia, muove le fila e i destini di tutti.

Su tutto ciò sovrasta il linguaggio usato da Vladimiro Bottone, una lingua impastata dell’idioma napoletano,
viva e presente, usata con grande abilit  che non smette di coinvolgere come tutto il romanzo di questo scrit            6                 è« «    oè  á«sptBLlibritore che da tempo ci ha abituati a grandi prove di scrittura come i suoi precedenti romanzi, di cui ci piace citare “L’ospite della vita” (Avagliano, 1999) che racconta l’ultimo anno di vita di Giacomo Leopardi a Napoli.
Un romanzo bello di uno scrittore di razza.

Il libro sar  presentato alla Fondazione Mezzogiorno Europa (Palazzo Reale, Piazza del Plebiscito Napoli) venerd 10 aprile, alle 16.30. Con l’autore intervengono Umberto Ranieri, Alfredo Mazzei, Enzo Amendola, Edgar Colonnese