Vittoria ha ventotto anni quando sogna di varcare la soglia del paradiso e di parlare con Gesù. Quanto di nuovo e straordinario potrebbe capitarle nel luogo di grazia per eccellenza impallidisce e scompare davanti al giudizio divino che piomba sulle sue spalle feroce e pesante come una certa realt . Nel pieno di un’atmosfera salvifica e misericordiosa a Vittoria spetta il posto di Giuda, di colui che operò contro il bene, perch ha scelto di abortire, di violare le sante e umane leggi, tradire il suo ruolo di procreatrice a oltranza, che pone la donna nei bassifondi della societ , condannata ad essere un residuo puramente naturale in una dimensione maschile e culturale. Vittoria è la protagonista di un monologo scritto e interpretato da Saverio La Ruina, intitolato “La Borto”. Lo spettacolo teatrale in calendario da oggi all’11 aprile, sul palcoscenico del teatro Galleria Toledo in via Concezione Montecalvario 34 (Napoli), rientra nel progetto Punta Corsara, in un percorso di riavvicinamento a tappe all’Auditorium di Scampia, attualmente chiuso per lavori di ristrutturazione.

Saverio La Ruina, accompagnato dalle musiche composte ed eseguite dal vivo dal maestro Gianfranco De Franco, si misura ancora una volta, dopo “Dissonorata”, con l’universo femminile, scandendone le piccole e grandi tragedie consumate nell’atavica quotidianit  di un universo patriarcale, che schiaccia e divide, mortifica e si impone. Il dialetto calabrese è il passe partout per accedere in un villaggio della Calabria tra la met  degli anni sessanta e gli anni settanta, in cui le donne camminano con la “capa avasciata”, vittime degli sguardi perquisitori degli uomini e dell’idea che rappresentino carne da riproduzione.

Vittoria ha tredici anni quando viene data in sposa ad un uomo brutto, vecchio e “sciancato”. A ventotto anni ha dato alla luce sette figli. Il suo tempo, come quello di tutte le mogli, è fatto di nove mesi. All’ottava gravidanza decide di abortire, stremata, stravolta, minacciata dall’incombere di una miseria sempre più nera, abbandonata da tutti al suo destino di traditrice, che spezza il filo di una consuetudine normale e aberrante insieme.

La donna, raccontata attraverso gli occhi di un uomo, compare sulla scena come vittima a volte consenziente di un’impalcatura mentale difficile da smantellare, tanto da mostrare ancora oggi le sue ultime, resistenti vestigia anche in quella parte del mondo che si cura di mantenere intatta la distinzione tra delitti passionali, commessi in seno ad agiate famiglie occidentali e delitti d’onore, espressione del fondamentalismo islamico.

L’aborto, la violenza carnale, l’asfissiante ricerca della forma fisica, la carriera e la famiglia, il silenzio e l’accondiscendenza rispetto a certi temi scomodi scivolano, attraverso la mediazione del teatro, nella contemporaneit  come espressione della condizione femminile, intesa ancora oggi come argomento di dibattito e ricerca di un’identit  che affermi l’uguaglianza e la differenza rispetto al genere maschile.

La Ruina sceglie di raccontare Vittoria come se fosse lei stessa a parlare, a scrivere “la borto” senza l’accento perch lei è analfabeta, lasciando alle bagarre televisive ogni tipo di impostazione ideologica, ricordando a una certa societ  che l’uomo non è immune dalle implicazioni del maschilismo, che lo costringono ad essere padre padrone in alcuni casi, vincente a ogni costo in altri. La possibilit  di salvezza dipende dalla volont  di riflessione, di accettazione e rivalutazione dell’altro e non è un’utopia, ma una via percorribile. Nell’ opera di La Ruina è presente l’opportunit  di un riscatto. Al termine del sogno Gesù perdona Vittoria la reintegra nella societ  dei sani, capendone il dolore e le ragioni, in attesa che la comprensione possa trasformarsi da prodigio divino a prova di grande umanit .

Nella foto (di Angelo Maggio), Saverio La Ruina