La fine del Regno delle Due Sicilie, che com’è noto ebbe quale sommo artefice Giuseppe Garibaldi, fu caratterizzata dal voltafaccia di molti ufficiali e funzionari di quello Stato. Se questo è vero, lo è nella misura in cui tanti altri ufficiali fedelissimi alla dinastia regnante si batterono fino in fondo, tenendo alto il vessillo bianco con i gigli dei Borbone sulle fortezze di Gaeta, di Messina e di Civitella del Tronto.
Ancora oggi vivono i discendenti di un esercito dimenticato, che i denigratori di parte unitaria italiana vollero definire “l’esercito di Franceschiello”. Era un esercito armato e strutturato regolarmente in modo puntuale, ai cui vertici c’erano generali d’indiscusso valore, che da giovanissimi avevano servito anche il re francese Murat. Un esercito dissoltosi nel nulla. Una compagine militare annegata nel mare magnum dell’Italia unita e risorgimentale. Centinaia di nomi che non significano nulla per la storia italiana, ma non per quella napoletana.
Il generale Gennaro Fergola (1793-1870) apparteneva a una famiglia di scienziati e artisti. Studiò nel Collegio della Nunziatella da allievo esterno, attratto dalla carriera militare. Il 5 gennaio 1814 superò brillantemente l’esame di ammissione nell’arma di artiglieria con il grado di secondo tenente. Si era quasi all’epilogo della parentesi del regno francese bonapartista e il giovane tenente partecipò nel 1815 alla campagna d’Italia e alla difesa della piazza d’Ancona al comando del generale De Montemayor. Con la restaurazione della dinastia borbonica divenne primo tenente. Nel 1820 fu mandato in Sicilia a ristabilire l’ordine al seguito della spedizione diretta dal generale Florestano Pepe.
Era l’epoca dei moti rivoluzionari. Nel 1827 fu capitano, nel 45 maggiore addetto al comando della fabbrica di armi e munizioni di Torre Annunziata, poi a quello degli arsenali di Palermo e Messina. Nel 1847 giunse la promozione a tenente colonnello, con essa il trasferimento al forte palermitano di Castellammare, come comandante dell’artiglieria. Qui, nel ’48, la citt  insorse e lui si distinse per aver ristabilito l’ordine. Fu decorato della croce di diritto dell’Ordine di San Giorgio. Sottoispettore dell’arma di artiglieria, nel 1854 fu promosso colonnello. Lasciò la Sicilia diretto a Capua per comandare il Reggimento di artiglieria “Regina”; intanto assunse anche la direzione della Scuola di applicazione per gli alfieri d’artiglieria e del genio usciti dalla Nunziatella.
Il 13 giugno 1859, insieme alla promozione a generale di brigata, gli giunse la nomina a ispettore di artiglieria in Sicilia. Il 9 agosto 1860 le truppe napoletane abbandonarono la Sicilia e Fergola assunse il comando superiore delle cittadelle fortificate di Messina, Augusta e Siracusa. Il giorno 20 agosto fu impotente di fronte allo sbarco garibaldino in Calabria. Organizzò una spedizione per soccorrere Reggio, assalita dai garibaldini, ponendo mille uomini al comando del colonnello Francesco Cobianchi. Ma l’impresa fall per il tradimento della flotta napoletana, che non rese possibile lo sbarco.
Il generale Fergola si trovò isolato dal resto dell’esercito che combatteva sulle rive del Volturno. Si trovava in un territorio ostile, la Sicilia, circondato dai garibaldini e dall’ostilit  della popolazione isolana. Mantenne unita la guarnigione, tra mille difficolt , fronteggiando anche tentativi di contestazione disfattista. Espulse addirittura il valoroso colonnello Ferrara che proponeva di cedere ai piemontesi la fortezza di Messina, dopo la capitolazione di Gaeta.
Francesco II l’8 ottobre 1860 lo promosse maresciallo di campo, plaudendo al comportamento della guarnigione e inviando promozioni per quelli che si erano distinti. Ma il momento più difficile non era ancora giunto. Il generale piemontese Enrico Cialdini, espugnata la fortezza di Gaeta il 14 febbraio 1861, si diresse a Messina, chiedendo con una lettera a Fergola l’immediata resa della piazza, minacciando fucilazioni e rappresaglie, definendolo vile e assassino qualora avesse colpito la citt . Il generale napoletano gli rispose «Le sar  facile scorgere che cesserei di essere un onorato soldato se mi regolassi in diverso modo da quello che pratico». Cialdini gli rispose che doveva arrendersi perch era avvenuto un cambiamento di governo, ma Fergola fu fermo, affermando «che tale riconoscimento è valido solamente quando le potenze d’Europa lo avranno sanzionato». Ancora, rivolgendosi a Cialdini scrisse «Se trovandosi del caso mio, Ella, generale d’armata, cederebbe una fortezza ad una semplice intimazione, coprendosi cos d’obbrobrio e meritando lo sprezzo generale? No! Ella farebbe quello che fo io. D  il nome di ribelli a degli onorati soldati» continuando «Io e il mio presidio che da me dipende facciamo il nostro dovere; n posso ideare ch’Ella abbia un diverso pensare, perch in tal caso non saprei riconoscere in lei il soldato, il generale».
Resistette otto mesi, con dignit , ma dovette piegarsi all’impari lotta con i cannoni rigati del nemico il 13 marzo 1861. Firmò la resa, non prima d’aver indiriz            6                  «    oè è á«sptLlibrined dd dpG7eEèHlèNO
» OJzato un commovente messaggio ai suoi soldati, precisando che non avrebbe ceduto se il bombardamento nemico non avesse minacciato la vita di mille tra donne e ragazzi, familiari dei militari, giunti da Gaeta.
Scrisse «Cediamo alla forza, perch sopraffatti dalla superiorit  dei mezzi e non dal valore dei vincitori». Cialdini, furibondo per la subita resistenza, non concesse l’onore delle armi alla guarnigione e fece arrestare gli ufficiali dello stato maggiore borbonico con l’accusa infondata d’aver indotto Fergola alla prolungata difesa della piazza. Francesco II dall’esilio romano lodò il comportamento di quest’ultimo, insignendolo della gran croce dell’Ordine di San Giorgio.
A Napoli, come in Sicilia, non v’è strada o piazza che sia stata intitolata a Gennaro Fergola, colpevole d’essere stato uno strenuo difensore dell’autonomia meridionale.

In alto, lo sbarco dei mille a Marsala in una stampa d’epoca.