La toponomastica della citt  di Napoli è ricca di nomi riferiti al Risorgimento. Chiaramente di quei nomi appartenenti a personaggi che hanno voluto l’Unit  d’Italia o che si sono uniti a quelli che la volevano. I nomi di quelli che difesero la dignit  di Napoli e del suo reame sono stati banditi e, poi, dimenticati. La loro testardaggine nel respingere l’invasione garibaldina e le idee rivoluzionarie cisalpine, è stata una colpa grave per la storiografia ufficiale. Tra i nomi delle strade di Napoli, fatta eccezione di qualcuno, non si trovano quelli di personaggi napoletani anti-unitari. L’eccezione è costituita dalla Piazza cardinale Sisto Riario-Sforza. Nato nel 1810 e appartenente a una nobile famiglia romagnola, fu consacrato ad appena 36 anni. Era arcivescovo di Napoli, quando, nel 1860, all’arrivo di Garibaldi, fedelissimo ai Borbone, lasciò la citt . Vi ritornò, ma ne fu espulso il 31 luglio 1861. Rientrò definitivamente nel 1866. Fu famoso per i suoi provvedimenti a tutela delle opere d’arte nei luoghi sacri. Gino Doria scrisse di lui, «Il nome di Sisto Riario Sforza»…«si sarebbe intonato benissimo a una grande piazza napoletana, magari all’attuale piazza del Plebiscito; qualora, nel 1860, Giuseppe Garibaldi fosse stato clamorosamente espulso, e sul trono dei suoi avi si fosse stabilmente assiso il mite Francesco II». Il motivo per cui l’amministrazione civica di Napoli ha dovuto intitolargli una piazza, si deve al popolo che amava il suo vescovo, nonostante fosse un esempio d’incallito borbonico e oppositore intransigente della monarchia sabauda, Sisto Riario-Sforza ha conquistato da solo il suo spazio nella toponomastica napoletana.

Il Cardinale è un caso isolato. Gli esclusi dagli onori della targa viaria non si contano. Dopo la partenza del re Francesco II per Gaeta e alla resa di quella fortezza, molti ufficiali lasciarono Napoli con le loro famiglie. Alcuni seguirono il re a Roma. Vincenzo Ruffo, principe della Scaletta, appartenente a una delle famiglie più antiche del regno, fu inviato dal re a Roma, in missione, e non volle più tornare dopo la resa di Gaeta. Si stabil nella capitale pontificia portandovi tutta la sua famiglia, i cui discendenti vivono l tuttora.

All’indomani della fine del Regno delle Due Sicilie, a Napoli e nel suo regno non vi era traccia di borbonici. Un po’ come quando molti anni dopo, alla caduta del fascismo in Italia non c’erano più fascisti. In realt  i borbonici c’erano, come se non c’erano! Quelli che non erano borbonici erano certamente anti-unitari.

Gli ufficiali dell’ultimo esercito napoletano (1860-61), fedeli al re Francesco dimostrarono coraggio e determinazione. Tra questi c’era il tenente colonnello Vincenzo Afan de Rivera (1820-88), figlio di Carlo, un antico ufficiale di artiglieria, ottimo scrittore di cose militari, sua madre Rosa Ferrari, apparteneva ad una nota famiglia di militari. Vincenzo nacque a Napoli il 18 gennaio 1820. Divenne un brillante allievo della Nunziatella tra il 1829 e il ’37. Nel 1840 fu inaugurato l’opificio di Pietrarsa e lui, giovane alfiere d’artiglieria, lo raggiunse perch l destinato. Partecipò alla campagna di Sicilia del 1849 come capitano, ma tranne questa parentesi, trascorse vent’anni a Pietrarsa dove sperimentò varie ingegnose tecniche. Il 29 luglio 1860 ebbe la nomina a tenente colonnello, con il comando della 2 Direzione d’artiglieria. Il 7 settembre Garibaldi entrò in Napoli e Afan de Rivera con il suo collega Nunzio Ferrante raggiunse Capua, dove si preparava la resistenza al nemico. Da qui fu inviato a Gaeta a comandare gli artiglieri. Il 4 novembre del 1860 fu promosso colonnello e gli fu affidato anche il comando degli artefici. Nel corso dell’assedio migliorò l’efficacia dell’artiglieria. Arrivò ad inventare una macchina per rigare i cannoni. Unica nel suo genere, tanto che gli ufficiali nemici, a fortezza espugnata, vollero vedere questa geniale invenzione, realizzata in assenza di materiali idonei. Durante l’assedio ordinò che si raccogliessero i proiettili nemici inesplosi, facendoli adoperare nei suoi cannoni. Francesco II lo ricompensò con la croce di commendatore dell’Ordine di San Giorgio.

Devoto oltremodo alla dinastia borbonica e fedele alle Due Sicilie, Vincenzo Afan de Rivera segu il sovrano in esilio a Roma, indossando anche l’uniforme dell’esercito pontificio nel 1867 a Mentana contro i garibaldini. Nel 1870, indomito, prese parte all’ultima difesa di Roma. Dopo che i bersaglieri ebbero aperto una breccia a Porta Pia, conquistando Roma, segu il suo re in giro per l’Europa. Nel 1878 conobbe in Francia Maria Gournand, la sposò, ma non ebbero figli. Si spense a Cannes nel 1888, dove si era trasferito il conte di Caserta, Alfonso di Borbone, zio di Francesco II e, poi, capo del partito legittimista.

Questo, come altri racconti biografici, è solo uno dei tanti che affollano la memoria negata di Napoli e del suo scomparso regno. il dovere storico che ci obbliga a gettare un fascio di luce nelle tenebre volute dalle vittoriose fazioni del "partito unitario".


Nella foto in alto, Palazzo reale