Si inaugura oggi, alle 18, nella sala della Meridiana del Museo Archeologico di Napoli, la mostra de “Il più grande artista del mondo”, che sar  aperta al pubblico dal 7 febbraio al 9 marzo, secondo gli orari di apertura del museo (dal mercoled al luned, dalle ore 9 alle 19).
La mostra presenta la storia di un reperimento, avvenuto, nel 1938, per opera del famoso paleoantropologo tedesco Ralph von Koenigswald, nell’antica Cuma, a occidente del cosiddetto tempio di Giove. I reperti sono i resti ossei di un gigante di quarantamila anni fa e una pittura rupestre a lui attribuita. Sono ora in esposizione insieme a documenti di archivio e testi e fotografie dell’epoca. La notizia di questo ritrovamento, che ora viene comunicata, a quel tempo fu impedita dalle vicende belliche iniziate nel 1939. Il ritrovamento è avallato dal mito che dice l’area cumana abitata da giganti, un popolo mostruoso, sconfitto poi in battaglia dagli antichi dei.
Ebbene, la notizia appena qui comunicata è falsa non ci fu nessun ritrovamento da parte di Ralph Koenigswald, sebbene lo studioso sia realmente esistito. E’ tutto frutto dell’immaginazione del gruppo artistico Brigataes. E anche l’esistenza di questo gruppo in fondo è un falso, giacch il nome nasconde quello di un solo artista, Aldo Elefante. Vera, invece, è la mostra e un volume, edito, per l’occasione, dall’ Editoriale Scientifica, che raccoglie i testi di critici di vaglia, i quali ne commentano e il significato.

Aldo Elefante ha realizzato la sua opera con il finanziamento della Fondazione Banco Napoli e la collaborazione del servizio educativo della Sovrintendenza per i beni archeologici di Napoli coordinato da Marco de Gemmis.
Questa collaborazione è valsa a dare uno straordinario carattere di veridicit  ai documenti e alla mostra intera e a presentarla con un carattere storico-documentaristico. Ma se, come è stato detto, l’arte è immaginazione coerente e comunicativa , si può anche affermare che essa è una vera manifestazione artistica. Che pone degli interrogativi. Se l’arte sia opera individuale o collettiva, se conservi la sua validit  al di l  del tempo, se vi sia la possibilit  di sceverare con certezza il vero dal falso, se vi sia concomitanza tra le affermazioni scientifiche e la realt … e cos via.
Una domanda posta da de Gemmis è soprattutto intrigante perch un artista di oggi si volge al passato? E viene da domandarsi se la ragione non sia la ricerca di una spiritualit , di un’anima o anche di una verit  che in questo modo caotico d’oggi sembra inesistente. Intorno a s ogni artista vero vede rapidamente tramontare le cosiddette nuove avanguardie, che gi  sanno di vecchio perch mancano o meglio sono carenti di una forte carica di energia, di vitalit . E spesso l’uomo comune, osservando mostre di osannati artisti, si domanda se la loro opera sia arte davvero. E ha sentore che, in questo sistema di accordi tra critici, curatori e mercanti d’arte, proprio le opere ad alto livello potrebbero più onestamente definirsi commerciali. E ancora ci si pone un grosso interrogativo; se l’arte debba fare tabula rasa del passato per dirsi nuova. O, addirittura, se possa esistere un’arte che intenda fare tabula rasa del passato.

Certo il richiamo all’antico non è nuovo.
Esistono ancora artisti che continuano la tradizione e vengono tacciati per retrogradi, pur se alcuni di loro affermino di essere i veri anticonformisti. Ma vi sono anche quelli che hanno il senso della contemporaneit  e accostano nella loro opera un elemento del passato con un altro del presente. Come fa, a esempio, MichelangeloPistoletto nella famosa Venere degli Stracci accanto ai vivi colori di una massa di stracci la sublime, fredda, marmorea bellezza di una antica statua di donna nuda.
Molti e intriganti sono gli interrogativi che pone questa mostra. Ma, quando si entra nella sala della Meridiana, quasi li si dimentica e si è presi da una forte suggestione, da un’emozione. Certo, l’ampiezza severa ma accogliente del luogo e il richiamo, forte, nella nostra mente, a Cuma e ai magici Campi di Fuoco, giocano il loro ruolo. Certo, la smisurata grandezza dei cosiddetti reperti anche. Ma il sentimento che si prova, un curioso amalgama tra l’intenzione parodistica e provocatoria del gioco e l’immagine viva di un gigante artista e della sua arte, è sopraffatto da un’altra più forte impressione l’incanto dell’antico, l’anima del passato che è ancora in noi. Non passa mai. E’ questo che ci rigenera e ci d  energia per guardare al futuro.

Luogo Museo Archeologico Nazionale di Napoli
Titolo Il più grande artista del mondo
Ideazione/realizzazione Brigataes

Vernissage 6 febbraio 2015 ore 18
Dal 7 febbraio – 9 marzo 2015 merc-lun 9-19,30

Materiali esposti
Tre frammenti di scheletro gigante cranio (cm 242 x 226 x 306), mano (cm. 310 x 210 x 60), femore (cm 685 x 150 x 165) e un frammento di lastra in pietra con tracce di pittura rupestre (cm 300 x 400            6                 è« «    oè  á«sptBLlibrineBlinkBBd dBd d«BpGBB x 30) realizzati in polistirolo resinato
Teche contenenti testi antichi, documentazione cartacea e reperti di minori dimensioni
Pannelli informativi
Filmato girato nell’acropoli di Cuma (digital video 5′) cui hanno partecipato Paolo Caputo (direttore del Parco archeologico di Cuma), Alfredo De Dominicis (direttore editoriale di Editoriale Scientifica), Marco de Gemmis (responsabile Servizio educativo della soprintendenza per i beni archeologici), Daniele Marrama (presidente della Fondazione Banco di Napoli), Angela Tecce (direttore di Castel S.Elmo), Andrea Viliani (direttore del Museo Madre).

Nella foto, scatto di Biagio Ippolito che celebra il (falso) ritrovamento