Con l’iniziazione all’eros gay di un ragazzo tredicenne, che nella calca di un tram scopre il piacere e si accorge improvvisamente "d’essere cresciuto maschio e peccatore", si chiude la Rassegna Storie naturali e strafottenti con la quale lo Stabile napoletano ha inteso rendere omaggio alla memoria e all’arte di Peppino Patroni Griffi, a dieci anni dalla scomparsa. La notte blu del tram, l’ultima delle cinque rappresentazioni a lui dedicate, nasce nel 1948 come racconto e viene messo in scena da Pino Carbone.
L’argomento è di quelli scomodi, se non scabrosi, allora come oggi, per le implicazioni morali e giuridiche; è di quelli che corrono il rischio di imbattersi nelle maglie della censura, a teatro ancor più che sulla pagina. Ma si sa, Patroni Griffi è questo sfida continua, provocazione sberleffo, sincerit  spinta fino alla sfrontatezza, dire quello che tutti pensano e non hanno il coraggio di esternare, volteggiare sul ciglio del volgare senza mai cadervi, grazie a una poetica estetizzate che mescola arte e vita e riscatta la durezza delle storie sul piano di una trasfigurazione poetico linguistica. Stavolta la sfida è ancora più audace, perch diversamente dalle altre, questa storia non è s segnata dall’inestricabile intreccio di volutt  e sofferenza, da un amore che “piange sulla carne e entra nelle ossa”, ma ben presto la pulsione erotica ha la meglio sul senso del pudore, la vergogna, i sensi di colpa inculcati dalla religione, prescinde dai rischi.
La storia è amorale, in conflitto con il cosiddetto comune senso del pudore’. Irresponsabilit  dell’adolescente? Ma si può dire che le azioni di un tredicenne siano completamente prive di senso? O forse non sarebbe meglio parlare del suo agire come di una modalit  altra di senso, usata limitatamente, in uno specifico momento della sua vita, e in un particolare contesto, per raggiungere mete significative per lo sviluppo individuale? Tra incertezze, turbamenti, contraddizioni, azzardi e ritrosie, una giovane vita va avanti, sostenuta da una grande spinta che scaturisce dal più profondo del suo essere una curiosit  conoscitiva, non pettegola, che lo sollecita incoercibilmente ad affacciarsi sul bordo di un buco nero, dove ribolle un mondo magmatico di pulsioni del tutto nuove.
Un mix inscindibile di attrazione e repulsione, sospese tra incubo e sogno il senso del sublime. Va avanti, procede zigzagando ma procede, per l’urgenza di sciogliere quel grumo di sentimenti irrisolti che segnano l’incosciente arroganza dei suoi anni verdi. A poco serve parlare, in ottica adultistica, delle incertezze identitarie dell’adolescenza e dei suoi comportamenti a rischio la sfida alla morte frecciando sulla moto, il digiuno ostinato, l’assunzione di sostanze psicoattive…
Ciascuno comprende di essere ciò che è solo cercando dentro di s, scovando nelle pieghe del suo vissuto situazioni analoghe. qui la grandezza di Patroni Griffi che risolve a livello parapoetico quel “naturale”, amorale abbandonarsi ” del fanciullo. Leggendo, siamo portati a rivivere per immedesimazione una “vergine” intensit  del sentire, largamente usurata negli anni dalla ripetitivit . Il giovane attratto dalla sicurezza dell’adulto, dalla sua esperienza. L’adulto sedotto dalla freschezza del giovane, di cui nel suo corpo sussistono solo le tracce. Una storia antica. Una storia infinita. Le tracce nelle pagine di Platone e nei segni iconici nelle immagini conviviali delle necropoli di Paestum.

Carbone gioca sulla prudenza.
I due protagonisti (nella foto di Marco Ghidelli) separati per la maggior parte del tempo, il ragazzo, sostituita da una presenza femminile, grazie a uno strofio, la maglietta larga, i pantaloncini corti e i calzettoni (Zaira De Vincentiis) ma soprattutto per merito di una credibile flessuosit  adolescenziale della talentuosa e giovane attrice, Francesca Nicolais.
L’ambientazione antinaturalistica tutta la vicenda collocata astrattamente in un’ installazione cubica dagli spigoli smussati (Luigi Ferrigno), quasi a voler materializzare nello spazio l’incapacit  del ragazzo a venir fuori dal bozzolo delle sue contraddizioni e dall’indugiare in giochi troppo infantili. Il trascorrere del tempo e la traduzione delle emozioni in chiave cromatica affidate al suggestivo disegno luci di Gigi Saccomandi.
L’adulto seduttore, il bravo Giovanni Del Monte, inizialmente costretto in una tuta bianca dotata di genitali esterni e sormontata da una macrocefala testa dalle vaghe sembianze leonine, funge da metafora di gigantismo fallico, personificato nella figura mitica di Polifemo, il monocolo per eccellenza. Fin qui, potremmo ancora condividere, ma fino a un certo punto.
Le paure del ragazzo vengono più dal di dentro che non dall’aspetto dell’adulto, peraltro niente affatto orchesco. Il giovinetto è spaventato dall’idea di un genitale maschile diverso dal suo, ma anche attratto da contatto umano con l’uomo.
Quello che proprio non va è la riduzione teatrale, l            6                 è« «    oè  á«sptBLlibrineBlinkBBd dBd d«BpGBB«7Be«BEBBèMODEBHlèNOèBB» OJBe
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BEBTB pMBSUPERBS swe7B’adattamento che troppo spesso rinuncia a trasformare la funzione diegetico del narratore in quella mimetico del dialogo, di cui principalmente il testo drammatico si compone e si nutre.
Ben altra tensione drammatica avrebbero potuto avere la rievocazione del timore- tremore di quelle prime eppure esaltanti esperienze;di quel tormentato procedere del ragazzo verso l’accettazione della sua particolare sessualit .francamente imbarazzate vedere il/la protagonista leggere a lungo intere pagine del racconto per presentare se stesso/a e il contesto.
L’evocazione delle suggestioni e delle emozioni rimane in buona parte affidata alla pagina di Patroni Griffi, più che alla azione sceniche, non si transcodifica nelle modalit  espressive proprie del linguaggio teatrale. Le cose vanno un po’ meglio quando un sudato Del Monte esce dall’involucro e, restituito alla umanit  dei suoi tratti fisici, seduce verbalmente il ragazzo, alimentando in maniera subdola e violentemente misogina le sue fantasie di castrazione, prospettando l’accoppiamento classico biblico con la femmina come l’annegamento del pene in un “putrido fiore tropicale”. E questo non va bene.

In scena al Ridotto del Mercadante fino al 15 marzo.
Per saperne di più

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