Durante le prove di “Padiglione sorveglianza”in programma dal 3 al 5 aprile alla Galleria Toledo (via Concezione a Montecalvario 34, Napoli) parliamo dello spettacolo con l’autore Domenico Sabino.
Come definisci il tuo teatro?
« una fusione o confusione che è nata per caso. Tutto per me è affidato al caso, c’è un segno che forse la mente avverte prima e il corpo in un secondo momento, si deve creare un’osmosi tra autore, regista e attore. Teatro dell’assurdo, del nonsense; fino ad arrivare al teatro della crudelt  che è Artaud. E c’è tutto nella mia scrittura teatrale. Anche molto di antropologico e di psicologico perch è questo il mio background culturale».
La drammaturgia oggi …
«Quanto vediamo in giro è soprattutto puro spettacolo, operazione di marketing, nient’altro che televisione. Io lo chiamo teatro al plasma nella duplice accezione del termine plasma perch è piatto come contenuti, come figure… come attori poi, non ne parliamo…e poi al plasma, perch è come se si andasse al bar come si andava negli anni cinquanta a vedere la televisione senza sapere bene neanche cosa si va vedere, ma solo perch c’è il nome di richiamo nel cartellone. Purtroppo è il sistema culturale che in Italia non funziona più, da trenta anni, a differenza di altre parti d’Europa dove ci sono delle scuole che formano proprio l’attore, l’autore. L’autore in Germania è un’entit . Qui vanno avanti i lottizzati. Se tutti partissero dallo stesso livello, verrebbe premiato solo chi sa fare il proprio mestiere; invece la meritocrazia oggi non esiste, c’è soltanto una lottizzazione che non è neanche più politica, ma partitica. I partiti sono azzerati e quindi è tutta una lobby».
Come si colloca il tuo lavoro in questo “television ste”?
« Io faccio teatro irrazionale, poetico, che lascia delle emozioni, introspettivo. una lingua teatrale ibrida, ossimorica, antinomica, dissonante, contaminata e sempre sul limine in cui emerge con chiarezza che il teatro della crudelt  resta un’ineluttabile necessit  per ricominciare a esistere. Il mio,direi, è un teatro di nicchia. Non è fatto per attori senza formazione culturale ed è rivolto a un pubblico che non si è fatto schiacciare da questa omologazione generale».
Cosa desideri trasmettere sul palcoscenico?
« Quando metto in scena i miei testi, per chi assiste credo che sia come andare a una seduta psicanalitica si dovrebbe verficare un transfert nel quale alcuni possono recepire tutto, altri niente e altri solo in parte. Non importa. Il teatro non può e non deve essere recepito da tutti allo stesso modo».
Il titolo, Padiglione Sorveglianza …
« Il padiglione di sorveglianza era il luogo dove venivano reclusi i folli. Questo mio lavoro è dedicato ad Artaud che fu rinchiuso per nove anni nel manicomio e scrisse delle cose straordinarie tra cui il saggio fondamentale “Il teatro e il suo doppio”. Artaud parla della peste metaforica della lingua che deve essere contaminata da questo nuovo linguaggio che si va a frantumare deve nascere un nuovo teatro. Teatro non in senso borghese, ma come rito orgiastico, una liturgia. L’impostazione registica dei miei testi teatrali è come una liturgia».
Questo testo mette a nudo le immagini di una Napoli/non luogo…
«Napoli per me non è un luogo, Napoli è tutto e niente. N solo pizza, mandolini e sfogliatelle, n solo “gamorra”. Sono le facce della stessa medaglia». giusto denunciare. Non mi piace la spettacolarizzazione, perch Napoli ha tanto di bello e tanti mali, come Milano, Roma, Parigi. Il “gamorra show” non ha niente a che fare con la denuncia».
Affinit  elettive…
«Mi sento vicino a Moscato. Anche lui ha dedicato delle sue opere ad Artaud nel 96″ Lingua carne soffio” e ora è in scena al Mercadante con “La magnificenza del terrore”. Il suo spettacolo è più corale, però siamo gli unici a Napoli a ricordare questa figura cos importante del teatro francese. Artaud ha dato tanto alla scena europea, mondiale, ma soprattutto napoletana. Sia io che Moscato ci muoviamo su sentieri spinati. Non andiamo a proporre Scarpetta o Petito in chiave oleografica. Anche un grande attore come Eduardo ne soffre quando la drammaturgia si ferma sempre sullo stesso schema. Eduardo va triturato, macinato, e poi vomitato. Bisognerebbe frantumare la scrittura eduardiana. Senza saperlo Eduardo è stato il più grande attore artaudiano del secolo tutto quel movimento con le sopracciglia era calcolato al millesimo, quasi una sconnessione corpo/mente. Però portare Edoardo tale e quale, fatto da altri, è rassicurante per i produttori, per gli autori, per il pubblico che cos non deve pensare. Se a Napoli non si esce da questo complicatissimo circolo vizioso è una tragedia. Ma ci vuole tanto coraggio…».

In alto, un momento dello spettacolo; sotto, Domenico Sabino

Per saperne di più www.galleriatoledo.org