Ecco le ultime pagine di diario firmate Carmine Negro dedicate all’isola nell’Oceano Indiano, a sud dell’India

QUARTA PUNTATA

Il volto enigmatico di Buddha trionfa nelle grotte affrescate del tempio d’Oro di Dambulla, noto anche come “tempio delle Grotte”; il calendario segna lunedì 6 agosto 2018. Il complesso fondato in epoca precristiana è stato restaurato molte volte: gli affreschi visibili oggi sono per lo più del XVIII secolo e riportano figure rigidamente frontali e bidimensionali. Nel pomeriggio, mentre l’auto percorre la strada per arrivare alla nuova destinazione, attraverso il vetro del finestrino scorrono i volti di uomini e donne.
Commerciano sul margine della foresta che costeggia la carreggiata o abitano i centri abitati attraversati o frequentano i templi che qua e là costellano il territorio. Sono occhi e volti, atteggiamenti e sguardi, che hanno come cornice una natura immensa, che descrivono la bellezza semplice della quotidianità e rimandano all’arte pittorica incontrata. E’ un’arte ricca di simboli religiosi, quella degli straordinari affreschi rupestri singalesi. A Sigiriya le ninfe bellissime e provocanti incarnano le seduzioni del Paradiso induista, a Dambulla, situata ad appena 24 chilometri a sud-ovest di Sigiriya, le ieratiche figure legate a Buddha ipnotizzano fino all’ascesa mistica. Sono i due aspetti della vita ma anche i due volti dell’estasi.sri lanka ilmondodisuk.com
Nel tardo pomeriggio si arriva a Kandy, una città antica, capoluogo della provincia Centrale dello Sri Lanka. Fondata nel XIV secolo, divenne capitale del Regno nel 1592, per la sua posizione più facilmente difendibile, dopo che le zone costiere dell’isola erano state conquistate dai colonizzatori portoghesi.
Soltanto nel 1815 cadde nelle mani dei conquistatori britannici, che deposero l’ultimo re Sri Wikrama Rajasingha e dettero alla città di Kanda Uda Rata  “paese di collina” il nome attuale, Kandy. Lasciamo l’auto per prendere il tuc tuc e arrivare al belvedere per osservare la città dall’alto, dalle colline che la circondano. La presenza del grazioso lago quadrangolare al centro della città, costruito dall’ultimo sovrano del regno nel 1807, la rende piacevole e rilassante. Lo specchio d’acqua è circondato da un cammino utilizzato per le passeggiate mentre le colline intorno degradano sul lago con una lussureggiante vegetazione dalla quale spuntano belle ville in stile coloniale. Oggi la città, la seconda per estensione e popolazione dopo Colombo, rappresenta una delle mete turistiche più frequentate dello Sri Lanka ma è soprattutto un importante centro di pellegrinaggio.
Sono le 18, dopo aver pagato il biglietto di ingresso, previsto solo per i turisti, lasciate le scarpe in custodia, si accede al tempio buddista Sri Dalada Maligawa o Tempio del Sacro Dente,  ubicato all’interno del complesso del Palazzo Reale dove è custodita la reliquia del Sacro Dente di Buddha. Sin dai tempi antichi, la reliquia ha avuto un ruolo importante nella politica perché si ritiene che chiunque la possegga  detenga il potere. Nel grande spazio, che dà l’accesso alle scale, suonatori a torso nudo accompagnano i colpi delle mani sui tamburi e il suono potente e propiziatorio dello shanai,  a movimenti che hanno tutta la sacralità della danza. Il luogo, i monaci, i suonatori, i fedeli, il profumo dei fiori freschi, i visitatori, le note che risuonano con forza in tutto il palazzo e chiamano a raccolta alla Pūjā [1], la cerimonia di adorazione serale, rendono l’atmosfera quasi irreale e a tratti magnetica e seducente.
Secondo la leggenda Buddha morì a Kushinagar, nel Nord dell’India, nel VI secolo a.C. e, come prescrive la tradizione indiana, il suo corpo fu cremato su di una pira di legno di sandalo. Alla fine della cremazione i suoi discepoli frugarono nelle ceneri e trovarono quattro denti intatti che furono distribuiti, insieme alle ceneri, ai sovrani che ne potevano rivendicare il diritto. In particolare il dente canino sinistro fu recuperato da Arahat Khema [2] che lo affidò al re Brahmadatte.
Un monaco ne sottrasse uno e lo nascose nel suo turbante ma Sakka, il re degli dei, si introdusse furtivamente nel turbante del monaco per rubare, a sua volta, il dente e lo trasportò nel regno celeste.
Altri due denti volarono anch’essi in cielo, dopo un tentativo di distruggerli da parte dei due re che ne erano entrati in possesso, per paura del grande potere del Buddha. Quindi sulla terra ne rimase solo uno, quello donato al re Brahmadatte di Dantapuri,  l’attuale città di Puri, nello stato indiano di Orissa; il frammento sacro ha acquistato sempre più importanza nell’isola e in tutto il mondo buddhista. Il dente si guadagnò la fama di essere un “creatore di re”, perché chiunque ne rivendicasse il possesso era destinato a governare e si scatenarono numerose guerre per impadronirsi della preziosa reliquia.
Nel IV secolo il re Guhasiva di Kalinga temendo che potesse finire nelle mani dei suoi nemici, lo affidò a sua figlia, la principessa Hemamali, che insieme al marito Dantakumara, lo trasportò segretamente in Sri Lanka nascondendolo nella propria acconciatura. Quando nel XVI secolo le prime potenze coloniali arrivarono sull’isola invasero inizialmente la zona costiera.
Kandy, dov’era custodito il dente, si trova all’interno, in una zona montagnosa e non facile da raggiungere; per un periodo il dente rimase indisturbato. Quando poi gli inglesi arrivarono anche in quella zona e fecero crollare le difese di Kandy, per prima cosa misero sotto la loro protezione la reliquia. Nel 1818 cominciò la guerra di indipendenza durante la quale il dente rimase saltuariamente sotto il controllo britannico. Infine fu ufficialmente restituito alle autorità singalesi nel 1853, e quando nel 1948 l’isola si rese definitivamente indipendente dall’Impero Britannico, il dente fu considerato il simbolo del rifiuto alla sottomissione imperialista. Ora è custodito in questo tempio, un’imponente costruzione rosa e bianca, che faceva parte dell’antico Palazzo Reale di Kandy.
A condurre il culto quotidiano nella camera interna ci sono monaci buddisti detti bhikkhu[3]  di due monasteri di Kandy quello di Malwatte [4] e quello di Asgiriya[5]. Una folla in fila si accalca per le scale e nel salone dove su un lungo tavolo in marmo, che si trova proprio di fronte alla porta dorata attraverso cui si accede al reliquia, viene preparata una marea di fiori profumati per i pochi attimi di apertura. Quando l’accesso è aperto il tripudio è massimo; poche persone hanno il privilegio di vedere l’interno dove è custodita il “sacro dente”.sri lanka| ilmondodisuk.com
Quello che in realtà si vede dietro una grata dorata e su un vassoio d’argento è un grande reliquiario che contiene ben cinque scrigni. Dopo poco la porta si chiude e la massa di persone si disperde per le varie sale dove sono custoditi tesori e testimonianze della fede indù. Quando si esce all’esterno si ha come la sensazione di aver condiviso un avvenimento, pur non avendo fisicamente partecipato in modo attivo a nessuno degli eventi che erano stati programmati.
Una guida racconta della grande festa appena trascorsa in cui la reliquia viene portata in processione per tutta la città sul dorso di un elefante durante una delle più grandi e spettacolari cerimonie dell’Asia, la Esala Perahera e delle danze di quei giorni. In particolare si sofferma sulle  18 diverse varianti di Kandyan, danze che imitano i movimenti di uccelli e animali per avere il favore degli dei. Anche se il buddismo svolge un ruolo significativo a Kandy, la città rimane la casa per tutte le confessioni delle maggiori religioni del mondo. Buddismo, induismo, cristianesimo, islam convivono in Sri Lanka perché per i singalesi il sacro e il divino hanno una relazione profonda con il profano e il terreno.
Nel mondo convivono il bene e il male. Occhi magnetici, bocche feroci, volti dai colori sgargianti sono altrettante autentiche icone del Male; le maschere rituali dello Sri Lanka hanno il potere di esorcizzare le paure umane. Tra le innumerevoli tipologie di maschere della tradizione popolare singalese, le più numerose sono proprio le Sanni, utilizzate per esorcizzare  i demoni delle malattie. Diciotto tipi di maschere per diciotto demoni, patroni di altrettanti parti del corpo.
Karina causa cecità, Jana il colera, Vevulum le convulsioni e così via. Maru, è considerata lo spirito della morte: la superstizione attribuisce alle danze rituali in suo onore il potere di ritardare la scadenza dell’ultimo giorno. Accompagnate dal fuoco e scandite da esibizioni acrobatiche le danze  durano una notte intera, dal crepuscolo fino al primo chiarore dell’alba, quando gli spiriti fanno ritorno al mondo invisibile. Nei confronti degli uomini sono dispettosi e malvagi e scatenano malattie: per questo bisogna allontanarli, guadagnandosi la loro benevolenza. L’esorcismo  deve avvenire con la danza e ogni danzatore deve avere una maschera con le caratteristiche della malattia. Maschere sgargianti e violente nella loro pirotecnica esplosione di colori puri: rosso fuoco, giallo oro, verde giada. Sono rigorosamente realizzate a mano con un legno facile da tagliare e da modellare, morbido e leggero come quello di balsa e con le decorazioni che rispettano le indicazioni contenute negli antichi libri.
Sulla strada del ritorno Antonio, che ci ha trasportato con l’auto per tutto il giro e fatto da guida nella scoperta dei vari luoghi dell’isola e delle storie  che tali posti sanno raccontare, è stato sostituito. Mi vengono alla mente alcuni suoi racconti dove la magia e il fantastico si fondevano e confondevano, a tal punto con il reale, che non riuscivo a distinguere o forse non volevo tra il reale e il fantastico. In fondo non è forse il sogno il motore della vita? La mente corre alla storia di Sindbad [6] protagonista di una leggendaria favola di origine persiana [7] che narra di un marinaio ai tempi del Califfato abbaside (750 – 1258) e delle sue fantastiche avventure, durante le quali incontra luoghi magici, mostri e fenomeni soprannaturali.
Sindbad e i suoi compagni viaggiarono di isola in isola fino a che un giorno ecco apparire un’isola misteriosa invasa dalle scimmie e dominata da una grande cupola bianca. Sindbad vi sbarca, e, dopo giorni di prodigi e di avventure, capita in un villaggio di gente a dir poco strana, che gl’insegna come raccogliere senza fatica le noci di cocco. “Prendi questa bisaccia e riempila di pietre” gli dicono. Poi lo conducono in riva al mare, davanti ad un bosco di altissime palme. “Vedi quelle scimmie appollaiate lassù in cima?”. “Si” risponde il mercante di Baghdad, “Ebbene?Ebbene afferra le tue pietre mettiti qui, al riparo e scagliale contro questi animali, con tutta la forza che hai”. Sindbad obbedisce e allora le scimmie, inferocite staccano dalle palme le noci di cocco e bombardano l’aggressore. In poco tempo la spiaggia si riempie di cocchi e Sindbad impara un modo astuto e divertente per trasformare le pietre in frutti deliziosi.
Ci sono buone ragioni per credere che l’isola delle Scimmie, splendida gemma  nella geografia fantastica delle Mille e una notte altro non sia che l’isola che i navigatori arabi  chiamavano Serendib e che oggi ha il nome di Sri Lanka, la Terra splendente. Comunque sia la bizzarra lezione appresa da Sindbad il Marinaio ha tutta l’aria di una preziosa metafora. Disfarsi delle pietre e avere in cambio dei frutti deliziosi: ecco il miracolo che tutti noi sogniamo. Riuscire almeno un po’ a gettare via i pesi della vita quotidiana. Partire raggiungere un’isola meravigliosa, gustare le gioie di una terra che è un paradiso, realizzare il sogno di Sindbad. (4.fine)

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Illustrazione da “Mille e una notte”…

LE NOTE
[1]
 Puja possa derivare dalla parola dravidica Pu-chey, infiorare, adorare offrendo fiori.
[2] Khema era una delle due principali discepole di Buddha (l’altra era Uppalavanna ). La Sutta Nipata la menziona come moglie di Bimbisara, re di Magadha e seguace del buddismo.
[3] Bhikkhu significa letteralmente ” mendicante ” o “uno che vive di elemosine “.  Il Buddha storico, il principe Siddhartha, dopo aver abbandonato una vita di piacere e status, visse come elemosina mendicante come parte del suo stile di vita śramaṇa.
[4] Malwathu Maha Viharaya (chiamato anche tempio Malwatta ) è un monastero buddista situato a Kandy , nello Sri Lanka . È il quartier generale del capitolo Malwatta di Siyam Nikaya e uno dei due monasteri buddisti che detiene la custodia della reliquia del dente sacro del Signore Buddha custodita a Sri Dalada Maligawa.
[5] Asgiri Maha Viharaya (anche chiamato tempio Asgiriya , Asgiriya Gedige ) è un monastero buddista situato a Kandy , nello Sri Lanka . È il quartier generale del capitolo Asgiriya di Siyam Nikaya, uno dei due monasteri buddisti che detiene la custodia della reliquia del dente sacro del Signore Buddha custodita a Sri Dalada Maligawa.[6] Sindbad il marinaio più correttamente Sindbād, talvolta anche Sindibād, spesso semplificato in Sinbad o Simbad. è abbastanza probabile Il nome Sindbād  sia ricollegabile alla regione del Sind e alla parola persiana bād (respiro).
[7]Tratta dalle “Mille e una notte quinto viaggio di Sindbad”

Nelle foto, alcuni scatti durante l’itinerario 

 

 

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Qui sopra, una coltivazione nella capitale del tè. In alto, una villa coloniale

TERZA PUNTATA
Sri Lanka 3/ Nuwara Eliya, profumo inglese di quegli alberi che parlano

 

Il calendario segna mercoledì 8 agosto 2018. Dopo la visita a Kandy, capitale dell’isola dal 1592 al 1815, il programma prevede l’immersione nel bel Giardino Botanico Peradeniya, a circa 5 km dal centro della città, considerato uno dei cinque più bei giardini botanici del mondo. In questa immensa area verde dimorano rigogliose piante tropicali, boschetti di bambù giganti, orchidee, palme di vari tipi e giardini di spezie.
Sono giorni di caldo torrido ma, per il trasferimento nella nuova località, Anthony ci chiede se abbiamo portato abiti un po’ più pesanti. Bisogna arrivare a una stazione di montagna, situata a 1868 m di altitudine, chiamata Nuwara Eliya, che significa “città della luce”.
Tornante dopo tornante, la vegetazione cambia, la giungla lascia il posto a sterminate coltivazioni di tè in cui, qua è là, è possibile scorgere le sagome di donne chine sulle piante: sono le raccoglitrici, tutte indiane, intente a raccogliere le foglie di questa preziosa pianta.
Il paesaggio è incantevole per le distese dipinte di un intenso e brillante verde, le spettacolari e meravigliose cascate che infrangono con il loro getto potente le rocce sottostanti, gli incredibili scorci sulle vallate; uno spettacolo che accompagna il viaggiatore per tutto il percorso e che lascia senza parole.

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La cascata nella città della luce

Correva l’anno 2737 avanti Cristo. Il mitico imperatore della Cina, Shen-Nung, onorato come inventore dell’aratro e dell’agricoltura e divulgatore delle proprietà curative delle piante, stava passeggiando, quando gli venne sete e ordinò al servitore che lo accompagnava di far bollire dell’acqua.  Egli aveva adottato questa abitudine perché aveva notato che chi beveva acqua bollita si ammalava meno frequentemente di chi la beveva direttamente dal pozzo. Il servitore, che aveva l’occorrente per esaudire ogni desiderio dell’augusto padrone, eseguì zelante, alimentando il fuoco coi rami di un cespuglio. Una brezza provvidenziale fece cadere delle foglie secche di quel cespuglio nell’acqua che stava bollendo, che si tinse di un bel colore ramato. L’imperatore incuriosito bevve e rimase deliziato dal sapore di questo infuso capace di dare un effetto stimolante e un delicato ristoro.
Leggenda o realtà, questo è ciò che i cinesi raccontano a proposito della scoperta del tè, fatta grazie a un fortuito incidente. Anche sull’isola la scoperta del tè è legato a un incidente.
A Ceylon nella seconda metà del XIX secolo, nel cuore dell’isola, denominata dagli inglesi Hill Country, si coltivava il caffè, prodotto da cui si ricavavano buoni profitti. Nel 1869 un microrganismo (Hemileia vastarix), noto come ruggine del caffè, si abbatté sulle piantagioni, mandando i proprietari terrieri in rovina.
Tutti tranne uno, lo scozzese James Taylor, che due anni prima aveva importato dall’Assam, uno stato dell’India, delle piante di tè ed aveva cominciato a coltivarle nella sua proprietà. Quando gli altri proprietari  si accorsero che quei cespugli continuavano a svilupparsi rigogliosi, mentre i loro terreni offrivano un panorama di desolazione, si convertirono alla nuova produzione.
Ben presto si conseguirono ottimi profitti soprattutto per la crescente domanda sul mercato americano grazie agli acquisti operati da un inglese, Thomas Lipton, che era emigrato nel Nuovo Mondo. Ancora oggi il tè di Ceylon è più famoso della stessa Ceylon, non solo perché ha mantenuto l’antico nome dell’isola, che oggi invece si chiama Sri Lanka, ma perché ha saputo diversificare e rendere eccellente il prodotto. Le diverse qualità di tè non provengono da diverse varietà di piante  ma dalla stessa Camellia sinensis, che, come tutte le specie di camelie, ha foglie carnose e piccoli fiori bianchi; quello che cambia è il diverso procedimento di lavorazione delle foglie.
Lo Sri Lanka, che è il massimo esportatore al mondo di tè, ha saputo conservare nei secoli i rituali di raccolta, i metodi di essicatura e il taglio delle foglie. I dipendenti delle aziende sono tutti tamil, arrivati dal sud dell’India nel secolo scorso, perché la zona mancava di forza lavoro. Dai primi immigrati sono poi nate generazioni che hanno costituito quelle comunità organizzate in villaggi appositamente costruiti proprio intorno alle piantagioni. Attualmente più di un milione di persone lavorano nelle piantagioni o nelle fabbriche di tè di questo paese.
La visita a una fabbrica del tè si svolge con l’aiuto di una guida che, in lingua inglese, spiega i processi di produzione dei vari tipi di tè, sino al raggiungimento delle otto diverse tipologie derivanti dalla stessa qualità di foglia. Quattro di queste ultime, continua, sono le più pregiate, mentre le altre, subendo un tipo di lavorazione diversa, sono meno elaborate e comunemente vendute a prezzi bassi. Ricorda che ogni giorno vengono raccolti a mano all’incirca 20.000 Kg di foglie di tè dalla cima delle piante; circa l’85% di queste sono foglie giovani dalle quali si ricava un prodotto finito migliore. Dopo la lavorazione si ottengono 4,600 kg giornalieri di tè finito da vendere nelle aste nella capitale; di questi soltanto la metà vengono venduti alla Lipton, i restanti tutti ad acquirenti locali.
Mentre la guida espone numeri e tecniche di lavorazione, la mente vaga tra questi capannoni, dove i suoni ripetitivi delle macchine che accompagnano i nastri con le foglie si fondono con i movimenti, cauti e misurati, di chi, con accorta e meticolosa consapevolezza, opera sulla loro trasformazione, si confondono con la fragranza inebriante che parte dai forni per l’essicazione e si espande con discrezione in tutti gli spazi disponibili.

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Visita a una fabbrica di tè

Mentre si assaggia una tazza di bollente tè, offerta dalla fabbrica ospitante, non si può non pensare a Sir Thomas Lipton che ha saputo valorizzare le foglie di  Camellia sinensis coltivate in questa parte di mondo, produrre con costi accessibili a tutti, aiutare a costruire un immaginario collettivo capace di sfidare spazio e tempo. Così questo infuso è diventato la bevanda da gustare in ogni momento della giornata, una saggezza liquida che dall’Oriente si è estesa in tutto l’Occidente.
Quando nel pomeriggio arriviamo a 1.896 metri di quota sulle rive del lago Gregory, Nuwara Eliya, dominata dalla cima del monte Pidurutalagala (2524 m), la più alta dell’isola, ci accoglie con una temperatura, che come informa il meteo, varia tra 12 e 19 °C ed una pioggia non molto intensa ma continua.
L’area fu scoperta nel 1826 dagli inglesi che costruirono una strada che la collegava a Colombo e un sanatorio per gli ufficiali di Sua Maestà. Il luogo era così piacevole e il clima così simile a quello della patria lontana che sir Samuel Baker, un facoltoso signore malato di nostalgia, decise di fondarvi un “villaggio inglese”.
Da Londra salparono alla volta di Ceylon navi di coloni, bovini di razza scozzese, cavalli da tiro e sementi. In poco tempo il villaggio prese vita: la gente si occupava di allevamento e coltivava ortaggi e frutta e venne costruita persino una fabbrica di birra.
In seguito fu Sir William Gregory, governatore di Ceylon dal 1872 al 1877, a innamorarsi della cittadina, dedicandole molte cure. A lui si deve la bonifica della palude a sud del centro, di cui oggi rimane un idilliaco laghetto che porta il suo nome. Pare che il governatore avesse intenzione di farne la capitale dell’isola in sostituzione di Colombo. Grazie a lui Nuwara Eliya diventò famosa e accolse un sempre maggior numero di sudditi di sua maestà britannica.
Alcuni erano ricchi proprietari terrieri, altri si dedicavano ai commerci, altri ancora, ritiratisi dalla vita attiva, passavano il loro tempo in club esclusivi degni della migliore tradizione britannica, trastullandosi con partite di golf e di cricket o partecipando a battute di caccia di cui oggi rimangono i trofei che fanno bella mostra nella sala da pranzo dell’esclusivo “Hill club”.
La cittadina, in perfetto stile coloniale britannico, è curata e pulita e gode di un clima particolarmente salubre; immersa in uno splendido paesaggio, per la sua  morfologia, vanta di luoghi panoramici mozzafiato su valli, prati, montagne e foreste. Spesso avvolta nella nebbia, ha una architettura che imita quella di una cittadina di campagna inglese; per questo motivo è soprannominata “Little England”.
Gli edifici amministrativi sono in mattoni, le case private hanno spesso il tetto in legno e non mancano pub, campi da golf e galoppatoi, svaghi preferiti dagli Inglesi allora come oggi. Il cielo spesso coperto da nuvole e le notti piuttosto fredde, che richiedono l’uso del riscaldamento, contribuiscono a creare questa strana sensazione di una Inghilterra nel bel mezzo dei Tropici; risulta difficile immaginare che la calda e umida Colombo si trovi ad appena 180 km di distanza. Le colline dei dintorni sono state terrazzate per accogliere colture di ortaggi tipiche dell’Europa, mentre le estese piantagioni forniscono, come abbiamo  visto, le migliori qualità di tè al mondo.

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L’interno di una delle ville inglesi

La visita alle grandi ville d’epoca, con i loro spazi esterni e interni, è un’esperienza unica perché consente di trovare atmosfere d’altri tempi. I parchi sono incantevoli con i giardinieri costantemente all’opera a curarne con meticolosità ogni particolare.
Gli interni con i cimeli radiofonici, le foto delle visite dei sovrani, i giochi da tavolo dei nobili, le aree deputate alle signore (ladies) e quelle ai signori (gentlemen), le antiche foto, i trofei delle battute di caccia tingono quello spazio di mesta malinconia, relegano i tanti nostalgici che li frequentano sospesi nel tempo.
In una sala camerieri singalesi, prigionieri delle loro attillate livree, sotto la guida di un illuminato occidentale molto anziano, mettono a punto il cerimoniale per il pasto, seguendo scrupolosamente le regole del galateo nell’apparecchiare la tavola in modo elegante.
Sono attimi di smarrimento, tornano alla mente tutte le contraddizioni che ogni terra porta sulla propria pelle: il colonialismo fisico e quello culturale, la grande ricchezza e l’estrema povertà, la foresta con la lotta per la sopravvivenza e la natura scenografica, il mondo che si trasforma ma che non cambia. I pensieri si accavallano e si fa fatica a respirare in queste sale dove l’aria non ha mai conosciuto una reale rigenerazione. Si guadagna lo spazio esterno e, mentre si attraversa il parco, ci si accorge che qualcuno ha segnato il percorso con delle locuzioni scritte su delle tavole di legno attaccate su vari alberi.
La prima recita Learn character from trees, values from roots, and change from leaves  (Impara il carattere dagli alberi, i valori dalle radici e i cambiamenti dalle foglie). Si continua il tragitto e su un’ altra si legge. A life is like a tree… if you don’t make i straight hwn it’s young and green you’ll never do it when it’s old and dry (Una vita è come un albero … se non lo fai dritto quando è giovane e verde non lo potrai fare quando è vecchio e secco).
Questi alberi con i loro messaggi affascinano e si continua  Though a tree grows so high, the falling leaves return to the root  (Sebbene un albero cresca così in alto, le foglie cadendo tornano alla radice) e ancora  There is always music amongst the trees in the garden, but our hearts must be very quiet to hear it  (C’è sempre musica tra gli alberi nel giardino, ma i nostri cuori devono essere molto silenziosi per sentirla).
Si può immaginare che qualcuno di quelli che giocavano al biliardo o prendevano il te con altri ospiti o guardavano con attenzione i cimeli o una delle signore che amabilmente teneva conversazione con le amiche, abbia lasciato che il pensiero trovasse le parole e lastricato di speranza il futuro.
Quando si arriva alla stazione di Nuwara Eliya si ha la conferma: il 9 agosto 2018 le ferrovie dello Sri Lanka sono in sciopero. Non ci sarà il viaggio in treno che da Nuwara Eliya deve portare a Ella, prima di proseguire per il parco nazionale di Yala, per cui il percorso deve essere fatto in auto. Gli spettacolari paesaggi montuosi distraggono quando si affrontano molte ore in auto per via delle strade non sempre comode, ma consentono anche delle riflessioni.
Il viaggio in Sri Lanka è per forza di cose sinonimo di scoperta della cultura del tè. Semplicemente perché questo si trova praticamente ovunque: nelle città, in campagna o in montagna. Nel tè c’è un po’ l’anima affascinante e selvaggia di questo paese, tutti i suoi colori, fatti di contrasti forti e sfumature intense.
Mentre si scende di quota la nebbia e la pioggia lasciano spazio a squarci di azzurro di un cielo senza nuvole. Restano le immagini dell’Ufficio delle poste, le ville con i loro giardini, ma anche l’animazione variopinta del mercato dove è possibile scorgere signore e ragazze con abiti colorati passare leggiadre e sorridenti tra i vari banchi di vendita. Sono le stesse che sulle distese collinari verde brillante caricano il raccolto in ampi cesti.
Chissà a cosa si pensa quando si beve una tazza di tè. Di certo non a quelle figure esili e colorate che volteggiano sulle colline per la raccolta delle giovani foglie, né a quanti hanno rassodato il terreno e curato la coltivazione. I soldi con cui si paga il tè legittimano a ritenere il prodotto acquistato come proprio, spesso senza considerare il lavoro di quanti hanno operato per realizzarlo e, anzi, forse considerando gli stessi come appendici del prodotto stesso.

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Ecco uno degli “alberi parlanti”

 

Ecco le due precedenti puntate appunti dedicate a Sigiriya, fortezza simbolo del potere. Che non può nascondere l’uomo a sé stesso

SECONDA PUNTATA

La via più breve per giungere a sé stessi gira intorno al mondo.

Herman Keyserling.
Per
 Allan Nevins, storico e giornalista statunitense, Se la storia fosse una fotografia del passato sarebbe piatta e poco interessante. Fortunatamente, si tratta di un dipinto; e, come tutte le opere d’arte, non riesce a toccare la verità se non mescolando la fantasia e le idee ai colori.”

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Qui sopra, la statua di Ravana al tempio di Koneswaram

Lal Srinivas [1] e Mirando Obesekara [2] hanno descritto l’archeologia storica di Sigiriya come luogo legato alla figura di Ravana [3]. Secondo loro, Sigiriya può essere identificata come Alakamandava (la Città degli Dei) costruita da Re Kuvera, fratellastro di Ravana (Ravan), come descritto nel Ramayanaya [4]. Secondo il libro di Foglia di Palma (Puskola Potha) [5] l’architetto di Sigiriya è stato una persona chiamata Maya Danava, che sviluppò la città sulle istruzioni date da Re Visthavasa, il saggio padre di Ravana. Nel primo periodo Sigiriya fu chiamata Alakamandava mentre, durante il periodo di Re Kuvera, prese il nome di Cithranakuta.
Ravana, dal carattere aggressivo e arrogante, a conclusione dei suoi studi inizia una lunghissima cerimonia di penitenza in onore del dio Shri Brahmā [6], il quale infine gli appare per compensare i suoi sforzi. Rāvana chiede l’immortalità, ma scopre che non gli può essere concessa e allora chiede di non poter essere né ferito né ucciso da alcun dio o essere celestiale, da alcun demone, serpente o bestia selvaggia; nel suo disprezzo per gli umani non chiede protezione da essi. Brahmā acconsente e gli concede anche poteri magici e conoscenza delle armi divine.
Forte del potere ottenuto, Rāvaṇa si reca dal nonno Sumali, che ha un regno negli Inferi e si mette alla testa del suo esercito per muovere guerra al fratellastro Kuvera, che essendo nato da un precedente matrimonio del padre Visthavasa, aveva sempre volentieri condiviso le sue fortune con i fratellastri, ma Rāvaṇa pretende l’intero regno di Lanka[7] e minaccia di impossessarsene con la forza. Su consiglio del padre, che gli fa notare che non potrà mai sconfiggere il fratello, essendo questi un essere celestiale in virtù della protezione offertagli da Brahmā, Kuvera abdica in favore di Rāvaṇa.
Nonostante la sua ascesa al trono sia illegittima, il suo regno viene descritto come benevolo e positivo; sotto il suo governo Lanka conosce un periodo di grande ricchezze e prosperità e il popolo non soffre mai la fame. Dopo la morte di Ravana, il fratello Vibeshana, divenuto re, sposta la capitale del regno a Kelaniya [8]. Vibeshana, così come il padre Visthavasa, favorisce la convivenza pacifica tra le varie culture religiose presenti nell’isola. Per quanto riguarda la religione dei nativi, è noto, per esempio, che i Naga adoravano il serpente mentre gli Yakka adoravano i demoni.

Il libro di foglia diPalma (Puskola Potha)
Il libro di foglia diPalma (Puskola Potha)

Ancora oggi, l’esperienza spirituale dello Sri Lanka contiene alcuni elementi che hanno origine dalla cultura degli Yakka ed altri di quella dei Naga. La maggior parte della popolazione nativa era composta da agricoltori e allevatori di bestiame. Conoscevano le arti curative ayurvediche [9], costruivano sistemi di irrigazione e templi. C’erano rapporti commerciali e matrimoni misti tra gli indigeni dello Sri Lanka e i loro vicini nei regni dell’India del sud[10].  Si ritiene che le tre tribù principali che vivevano in Sri Lanka, prima che il re Visthavasa esplorasse l’isola, fossero Yaksha (Yakka), Naga e Raksha (Rakus).
Secondo questa narrazione il Principe Kashyapa, che era il figlio di Re Dhatusena, avrebbe scelto Cithranakuta come sua residenza perché sua madre era una seguace della credenza di Yakka e discendeva da quella comunità. Re Kashyapa, nel costruire la fortezza, mantenne Cithranakuta così come l’aveva realizzata il re Ravana. I famosi dipinti sulla roccia di quella città, che più tardi prenderà il nome di Sigiriya, possono essere considerati come la raffigurazione delle componenti di quella Terra. Il libro su Ravana spiega che il ritratto della fanciulla colorata in blu rappresenta la Tribù di Yakka, mentre le altre fanciulle rappresentano le Tribù di Naga (Cobra), Deva (Divino) e Gandabhbha (Odori) con i bei fiori a mostrare l’unità del paese.
Nel panorama dello Sri Lanka questo luogo è sicuramente particolare e speciale. I ricercatori ritengono che il sito, su cui insiste la cittadella di Sigiriya, sia stato abitato fin dalla preistoria. In un riparo situato ad est della rocca sono state individuate tracce di un insediamento che risalgono a quasi 5 mila anni fa, al periodo identificato come Mesolitico.
L’aura di mistero e di seduzione che circonda tutta l’isola e che coinvolge i sensi, sin dal primo impatto, sembra avere un centro focale in questo luogo.
Nuovi studi basati sull’analisi dei reperti, la comparazione dei testi storici e le indagini di laboratorio sembrano avvalorare un’altra teoria secondo cui in realtà Sigiriya non sarebbe stata la capitale di alcun sovrano, ma soltanto un centro di monaci buddisti e le famose “cortigiane” soltanto divinità femminili appartenenti al pantheon buddista.
Così mentre per la tradizione popolare la sommità di Sigiriya era il luogo in cui sorgeva il palazzo di re Kashyapa, alcuni studiosi, tra cui l’ex sovrintendente ai Beni archeologici dello Sri Lanka il dottor Raja de Silva, non sono convinti di questa ipotesi e sostengono che non esistono prove archeologiche della presenza di una struttura simile a un palazzo sulla vetta. In particolare mancano completamente elementi come basi in pietra, pali di sostegno, fondazioni di pareti trasversali o telai di finestre e non vi è traccia di servizi igienici. Secondo De Silva,  per molti secoli,  prima e dopo il regno di Kashyapa, la rocca sarebbe stata sede di un monastero buddista che comprendeva le scuole tyherevada e mahayana e la sommità un luogo di meditazione con kuki (celle) per i monaci e sentieri lastricati per la circumambulazione[11].
Questa ipotesi, frutto di un lavoro scientifico, nulla toglie alla straordinaria bellezza di Sigiriya e al suo fascino. I Duran Duran per presentare nel 1982 il brano musicale Save a prayer, che diventò presto un grande successo e in cui La musica mantiene la qualità tumultuosamente romantica della lirica combinando versi meditativi con un coro dolente che si gonfia e rifluisce in un modo che cattura perfettamente l’atmosfera crepacuore della canzone[12]girarono un video in Sri Lanka con alcune riprese mozzafiato registrate proprio in cima alla fortezza dell’antica roccia di Sigiriya.
La storia o meglio le storie di Sigiriya hanno la capacità di sorprenderci continuamente e i personaggi, in quanto tali, che si muovono tra il reale e l’irreale, oggi diremmo tra il reale e il virtuale, non sono importanti. Ciò che conta è quello che rappresentano e quello che raccontano.
I greci chiamavano mythos questo tipo di narrazione, capace di affondare le proprie radici nella natura stessa dell’essere umano. Sin dall’antichità, l’uomo, ha cercato di spiegare fenomeni ed eventi, che non riusciva a comprendere, con storie che avevano come protagonista il soprannaturale.
Il mito, senza differenze di latitudini, è dunque un modo ingegnoso adottato dagli antichi per provare a spiegare la realtà ed il comportamento degli uomini. Sigiriya, molto rappresentata in tanti testi, per la maggior parte sacri, per gli studiosi non è mai esistita eppure ha dato senso a luoghi e condotta degli uomini. L’uomo con la capacità immaginativa, fantastica e ordinatrice, attraverso il mito riesce a costruire non solo l’origine del mondo, la nascita degli dèi e degli uomini, la storia del genere umano ma anche le sue conquiste e le sue disfatte. Ogni città porta, nella sua ideazione, gli elementi di un disegno divino.
Così Alakamandava, la città degli dei, fu costruita da Re Kuvera, fratellastro di Ravana, come riportato nel 
Ramayanayail poema epico in cui il bene rappresentato dal divino principe Rama lotta contro il male raffigurato dal re demone Ravana. Se l’uomo non avesse mai provato meraviglia o terrore di fronte a ciò che è fuori di lui e dentro di lui e se non avesse mai trovato le parole per raccontare tutto questo, il mondo non avrebbe mai potuto rappresentare se stesso. Il re Kashyapa costruisce come sede del suo impero una fortezza sulla roccia, per difendersi dal fratello e da quanti avrebbero potuto aggredire la capitale del suo regno. A sue spese si accorge che nessuna fortezza è in grado di difendere l’uomo da sé stesso, dalle proprie paure (il fratellastro che si vendica), dall’imperizia a comunicare (l’esercito che lo abbandona), dall’incapacità ad accettare la sconfitta (il suicidio).
È stato scritto che il mondo esiste indipendentemente dall’uomo; il mondo esisteva prima dell’uomo ed esisterà dopo e l’uomo è solo un’occasione che il mondo ha per organizzare alcune informazioni su se stesso[13]. I miti disegnano un universo che costituisce il primo modello organizzato di racconto sul cosmo e sull’uomo di cui l’essere umano si è servito per interpretare e raccontare il mondo e se stesso. Sono i poteri soprannaturali posseduti da Ravana a spingere il fratello ad abdicare. Una sottomissione ad un disegno divino a cui non può opporsi.
Ogni civiltà, con una forza e una potenza immaginativa straordinaria, è riuscita a costruire quel rapporto profondo, intimo, atavico tra il mondo e l’uomo, tra l’uomo e le sue pulsioni. Per questo motivo i miti costituiscono per l’uomo contemporaneo dei potenti archetipi, cioè dei modelli, a partire dai quali è possibile raccontare sempre nuove storie, ridisegnare un mondo che si fa sempre più complesso, indagare su noi stessi, sui meccanismi profondi che conducono alla costruzione della nostra identità psichica e umana. Popolati da storie di padri che cercano di distruggere i propri figli, di figli che uccidono i padri, di madri che si alleano con i figli contro i padri, di figli che amano le proprie madri, di padri che amano le proprie figlie, gli antichi miti sono lo specchio della nostra esperienza inconscia, una trasposizione in chiave mitica di conflitti emotivi primari: per questo, allora come oggi, sono in grado di esercitare su di noi una forte impressione [14].
In questo Sigiriya mostra tutta la sua modernità: Kashyapa non poteva diventare re. Il trono spettava al figlio legittimo avuto dal re con la regina ma Kashyapa ambiva a quel posto di potere. Allora cosa fare se non murare vivo il padre, che per il suo ruolo  rappresentava la codificazione di una regola e farlo morire perché quella regola potesse morire con lui. Kashyapa puntava sul potere, ma anche sul piacere; ecco la necessità di costruire un palazzo delle delizie. Per avere una legittimazione doveva rivolgersi all’unico che gli poteva consentire di puntare sull’appagamento dei sensi: il dio degli inferi. Rileggendo brani sul mito ci si accorge che molte problematiche affrontate nel passato si ripropongono oggi.
È come se i miti, una volta creati, continuassero a vivere oggi. Travalicano le epoche e, quando passano da una civiltà all’altra, si modificano, si ampliano, si assottigliano, ma conservano di ognuna di esse, come cicatrici impresse in un corpo, la memoria.
I miti sono la nostra memoria, una memoria stratificata, più o meno salda e chiara, ripercorrendo la quale è possibile tornare all’origine dell’umanità, della civiltà e della sua storia. Ogni civiltà ha i propri miti: essi ne disegnano l’immaginario collettivo, che non è un semplice insieme, più o meno ricco e articolato di immagini, ma un sistema complesso di simboli attraverso i quali raccontiamo e interpretiamo noi stessi e il mondo [15]. Sigiriya è pronta a farci riflettere e ricordare che: Nessuna fortezza può nascondere l’uomo a sé stesso.
                                                                                                             (2.fine)
NOTE

 [1]Studioso di  Hyderabad (India)

[2] Il dottor Mirando Obeysekera Ha realizzato uno studio di ricerca sul re Ravana utilizzando un approccio misto nella sua metodologia di ricerca. C’è una combinazione di antropologia ed etnografia. Le fonti di informazione sono sia primarie che secondarie. Le prove sono state basate su documenti storici, iscrizioni, rappresentazioni simboliche, folclore, epopee e studi scolastici.

[3]Nella mitologia induista, Rāvaṇa (devanagari रावण) fu re demoniaco di Lanka (Il nome deriva dalla parola sanscrita laṃkā, che significa “isola risplendente”, termine già usato negli antichi racconti epici indiani Mahābhārata e Rāmāyaṇa), ed il principale avversario di Rāma, come narrato nel poema epico Rāmāyaņa.

[4]Ramayanaya (o Rāmāyaņa) è un antico poema epico indiano che narra la lotta del divino principe Rama per salvare sua moglie Sita dal re demone Ravana .

[5] In molti paesi del sud e dell’est asiatico come l’India, il Myanmar, la Tailandia e, ovviamente, lo Sri Lanka, si utilizzavano foglie secche di palma vecchia per fare manoscritti di foglie di palma allo scopo di scrivere.

[6] Brahmā ( adattato anche in Brahma) nella lingua sanscrita indica quella divinità predisposta all’emanazione e creazione dell’universo materiale. Brahmā non è una divinità suprema quanto piuttosto è al servizio di altre divinità considerate supreme.

[7]Lanka deriva dalla parola sanscrita laṃkā, che significa “isola risplendente”, corrisponde all’attuale Sri Lanka.

[8] Kelaniya è situata nelle vicinanze dell’attuale capitale Colombo.

[9] L’Ayurveda prende in esame tutti i livelli dell’essere umano alla luce dei Tridosha, cioè dei tre elementi da cui tutti i fenomeni si originano, vivono e muoiono: Kapha, Pita e Vata. Nel nostro corpo si possono trovare in posizione di armonia o disequilibrio, dal loro stato dipende, quindi, la nostra buona salute o la malattia. Il medico ayurvedico consapevole che ogni persona è caratterizzata da una sua personale combinazione dei dosha, ne osserverà i punti di forza e di debolezza, sia per quanto riguarda l’aspetto fisico che la parte emozionale. Alimentazione, massaggi, pratiche giornaliere, rimedi naturali son gli strumenti utilizzati nella Medicina ayurvedica per promuovere uno stato di salute ottimale.

[10]Ordhendra  Coomar  Gangoly. L’arte dei Pallavas, Volume 2 della serie Indian Sculpture. G. Wittenborn, 1957. p. 2.

[11] La circumambulazione (dal latino circumambulatio) è una pratica religiosa diffusa nel buddhismo, nell’induismo e nell’islam (e in passato praticata anche in talune cerimonie religiose precristiane) consistente nel passeggiare attorno a una persona o a un oggetto fisico o ideale.

[12] https://www.bad-boy.it/2012/10/duran-duran-save-a-prayer-video-testo-traduzione-e-curiosita-musicali/
[13]Italo Calvino, Je ne suis pas satisfait de la littérature actuelle en Italie,« Gazette de Lausanne », 127, 3-4 juin 1967, p. 30.

[14] Liberamente tratto da https://staticmy.zanichelli.it/catalogo/assets/9788808337016_04_CAP.pdf

[15]https://staticmy.zanichelli.it/catalogo/assets/9788808337016_04_CAP.pdf pag. 4

 

PRIMA PUNTATA
Viaggiare è camminare verso l’orizzonte, incontrare l’altro,

conoscere, scoprire e tornare più ricchi di quando si era iniziato il cammino
                                                                                                   Luis Sepúlveda

In alto, la roccia di Sigirya. Qui sopra, la ricostruzione virtuale
In alto, la roccia di Sigirya. Qui sopra, la ricostruzione virtuale dell’antica fortezza

L’antica Ceylon [1] è soprannominata la lacrima dell’India per la sua forma particolare e la vicinanza alla costa indiana. Nell’immaginario collettivo il suo passato coloniale l’ha resa simbolo del fascino dell’Oriente: per la cultura millenaria, fatta di siti antichi e templi leggendari, per le spezie, un seduttivo intrico di colori, profumi e sapori, per quella saggezza liquida costituita da un infuso, il tè, a metà tra il piacere del corpo e il benessere della mente.
Il viaggio per conoscere l’isola, che dal 1972 ha preso il nome Sri Lanka [2], prevede al secondo giorno la visita a un sito archeologico nel distretto di Matale, vicino alla città di Dambulla della Provincia Centrale, dichiarato dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità. Il complesso si chiama Sigiriya e si eleva su una massiccia roccia vulcanica, ultima testimonianza di un vulcano da tempo scomparso.
Il grosso masso è situato su una collina dai pendii scoscesi, in un luogo sopraelevato rispetto alla pianura circostante, caratteristica questa che lo rende visibile per chilometri. Ha una forma ellittica ed una sommità piatta che scende lentamente dove il suo asse è più lungo. Anthony, nostro autista e nostra guida, ci ha avvertiti della faticosa salita e dei disagi che l’area offre per i numerosi turisti che ogni giorno l’affollano.
Durante il percorso che dall’albergo porta al sito archeologico si può ammirare una natura rigogliosa e lussureggiante che prospera e controlla ogni spazio dintorno. Le case non riescono a opporsi a quel paesaggio così fiorente e forse non vogliono; sono casette piccole, timide, immerse nel verde, alcune cercano disperatamente di farsi notare con i loro colori sgargianti, altre sono del tutto anonime. Qualche volta sono poco più che baracche, spesso vere e proprie baracche, dominate da alberi giganteschi dai mille rami, palme strapiene di cocco, fiori di ogni colore, foglie immense, sottobosco ricco dove piante erbacee e arbustive crescono così fittamente da delimitare accesso e passaggio.
Sin dalle prime ore il luogo è animato da moltissimi giovani, da molti che giovani non lo sono più e da un numero consistente di anziani. I lineamenti raccontano le più disparate latitudini. Dopo il passaggio in biglietteria tutti si incamminano lungo il percorso per arrivare alla destinazione.
Il complesso è costituito, oltre che dalla roccia centrale, da due recinti rettangolari a est (90 ettari) e ad ovest (40 ettari), circondati da due fossati e tre bastioni. La tradizione architettonica dello Sri Lanka è ben esposta a Sigiriya, il centro urbano del primo millennio meglio conservato in Asia, con la sua combinazione di edifici e giardini, di alberi, percorsi, giardini acquatici, fusione di elementi simmetrici e asimmetrici, uso di livelli diversi e utilizzo di una pianificazione assiale e radiale.
Gli edifici e i giardini di Sigiriya rivelano che i creatori di questo straordinario monumento architettonico usavano abilità tecniche e tecnologie uniche e creative. Sigiriya possiede i giardini paesaggistici più antichi del mondo: giardini acquatici, realizzati su grotte e macigni o anche terrazzati. Situati nella parte occidentale della roccia, sono caratterizzati da un complesso sistema idraulico, costituito da canali, chiuse, laghi, dighe, ponti, fontane, nonché pompe d’acqua sotterranee e di superficie.
Il piano della città si basa su un modulo in cui le coordinate dal centro del complesso si portano al vertice del palazzo, con l’asse orientale e occidentale direttamente allineati ad esso. Il giardino d’acqua, i fossati e i bastioni sono basati su un “piano ” che duplica la disposizione su entrambi i lati. La struttura della città, che si estende per 3 km da est a ovest e per 1 km da nord a sud, mostra la grandiosità e la complessità della pianificazione urbana nel V secolo in Sri Lanka. Nella stagione delle piogge tutti i canali si riempiono d’acqua, che inizia a circolare attraverso l’intera area di Sigiriya, alimentando fontane del V secolo, di sicuro tra le più antiche del mondo.
Il Culavamsa (ḷavaṃsa), detto anche Chulavamsa, è un documento storico scritto in lingua pali (lingua indo-ariana originaria del subcontinente indiano) sulla storia dello Sri Lanka e racconta il periodo che va dal IV secolo al 1815. Il Culavamsa (“Cronaca Minore”) fu compilato da monaci buddisti, all’epoca gli unici dotati di istruzione e in grado di leggere e scrivere e mostra una notevole varietà di stili epici. E’ generalmente considerato il seguito di Mahavamsa (“Grande Cronaca”) scritto nel VI secolo dal monaco Mahanama. Il Mahavamsa e il Culavamsa sono talvolta considerati come un’unica opera (denominata “Mahavamsa”), una fonte importante di informazioni che racconta due millenni di storia dello Sri Lanka.

Percorso d'inizio della galleria
Percorso d’inizio della galleria

Secondo l’antica cronaca nel Culavamsa il sito di Sigiriya fu scelto dal re Kashyapa (477 – 495 d. c.) per la sua nuova capitale. Costruì il suo palazzo sulla sommità di questa roccia e decorò i fianchi con affreschi colorati. Su un piccolo altopiano, circa a metà di uno dei lati della roccia, fu costruito l’accesso alla scala che portava al palazzo sotto forma d’un leone enorme. Il nome di questo luogo è derivato proprio da questa struttura (Sīhāgiri, la roccia del leone). Ma chi era questo re? Il Culavamsa descrive re Kashyapa come il figlio del re Dhatusena, nato da una relazione di quest’ultimo con una consorte non reale. Kashyapa uccise il padre dopo averlo murato vivo e ne prese il trono a seguito di un colpo di stato aiutato da Manuel, nipote del re e comandante dell’esercito.
Il legittimo erede, Moggallana, temendo per la sua vita, fuggì nel sud dell’India con la madre, la vera regina, ma giurò vendetta. Aspettandosi l’inevitabile ritorno di Moggallana, Kashyapa spostò la capitale e la sua residenza dalla tradizionale Anuradhapura a un luogo più sicuro: Sigiriya. Si dice che abbia costruito il suo palazzo sulla sommità di Sigiriya come una fortezza, ma anche come un palazzo di piacere. Devoto induista, era particolarmente affascinato dal signore degli inferi, Kuvera, e la presenza di rocce a picco, costellate da grotte naturali, gli suggerì l’idea di immaginare a Sigiriya il Kailasa, la dimora eterna del dio.
La lunga fila di visitatori partita dal fossato più esterno, dopo aver attraversato il percorso centrale dei giardini, arriva ai piedi del pendio. Dalla base del masso partono le faticose scale in roccia che, seguendo l’andamento dei resti del Palazzo Secondario, raggiungono la terrazza che copre il lato corto della facciata del masso, offrendo al turista la roccia perpendicolare sulla testa e il panorama verdeggiante intorno alla collina.
Ai lati dei gradini giovani locali offrono, specie ai più anziani, un aiuto a salire in cambio di pochi spiccioli. Circa a metà altezza della rocca si continua il percorso con una moderna scala a chiocciola sulla quale si avanza più lentamente tra gli scherzi dei più giovani e la sofferenza di chi porta sul volto i segni della fatica.
Sulla piccola passerella, che separa la scala a chiocciola dall’ingresso della galleria, si fa fatica a mantenere il proprio posto, pressati dal numero di persone ammassate superiore allo spazio disponibile, per i passaggi privilegiati di partecipanti ai vari gruppi presenti. Varcato l’ingresso si accede a una lunga galleria coperta scavata nella ripida parete di roccia. Un gruppo di giovani vigilanti va su e giù continuamente e nervosamente lungo il corridoio per evitare che si scattino foto o si facciano riprese.
Uno di loro si accanisce contro un turista: gli contesta che con la macchina da presa, lasciata volutamente aperta, aveva scattato foto o fatto riprese e, dopo aver recuperato la memoria, cerca, in maniera bizzarra, un modo per cancellare il suo contenuto. Questo via vai fastidioso e irritante scompare difronte alle opere che emergono sulle lacune frastagliate delle rocce.
È difficile trovare un ciclo pittorico della stessa epoca paragonabile a quello che decora le pareti della grotta di Sigiriya. Sono dipinte alcune fanciulle che, secondo l’opinione comune, rappresenterebbero le apsara (ninfe celestiali), ornamento palpitante di bellezza sensuale della residenza divina.
Davanti al ciclo emozionante delle pitture di Sigiriya, ammaliati dalle ninfe del dio Kuvera, sedotti dalla sensualità del paradiso induista svaniscono la fatica delle scale, le insidie del viaggio, le preoccupazioni personali. L’impressionante naturalismo delle giovani trascina in un vortice tipico dell’arte in cui l’illusione del “vero” si scontra con la consapevolezza dell’”artefatto”.
Arte e natura si mescolano e i sorrisi delle incantevoli figure diventano ineffabili demoni della lacerante frontiera tra sogno e realtà. Il tempo, i vandali, le offese più diverse non sono riusciti a cancellare del tutto i meravigliosi affreschi, di cui restano ventidue figure femminili affioranti su una coltre di nuvole, dalla vita in su a volteggiare leggere e inafferrabili. Mentre si guarda estasiati non si può non ritornare con la mente a quella che è senza dubbio la più potente descrizione di questi affreschi.
Sono fanciulle bellissime, con quel tanto di esotico che sfugge dai canoni estetici occidentali eppure affascina profondamente, lascia aleggiare intorno a sé un vago aroma d’Oriente, avvertibile ma non troppo penetrante. La carnagione ambrata, dorata, appena abbronzata delle ragazze di Sigiriya vibra di tangibile presenza. I seni rigonfi, già presaghi di una nuova stagione di amore consapevole che si sta aprendo nell’età delle giovani, le narici dilatate, gli sguardi che lanciano lampi di desiderio sotto il velo sottile di un’apparente docilità, l’irresistibile complicità dei sorrisi, i segreti adolescenziali celati (o rivelati?) dai gesti e dall’inclinazione delle nuche. I gioielli (diademi, acconciature, collane braccialetti) e le stoffe preziose rivestono le fanciulle come divine principesse, esaltando il gioco ambiguo fra quel che si vede e quel che si intuisce delle loro snelle forme. E poi quei fiori, offerte d’amore e di freschezza che sembrano pronti per lo spettatore, recati dalle mani sottili e nervose, con dita mobili e articolate, che lasciano immaginare delizie esperte … [3]

Sri Lanka
Uno degli affreschi del sito


Mentre l’invito a uscire diventa più pressante, il visitatore è come impigliato in una trama di sentimenti struggenti in cui si mescolano l’entusiasmo e il rimpianto, la consapevolezza e il desiderio, la fugacità delle cose umane e l’immortalità della bellezza. Riparati dal sole nella galleria coperta, i dipinti sono in ottimo stato di conservazione e hanno mantenuto la brillantezza dei colori.
Superati gli affreschi, il percorso prosegue costeggiando la ripida parete rocciosa, protetto sul lato esterno da un muro alto tre metri, noto come “muro dello specchio” per via della superficie liscia e riflettente. Gli studiosi ritengono che, per rendere la massiccia parete della montagna a specchio, la stessa fosse stata rivestita con un intonaco speciale a base di calce fine, albume d’uovo, miele, infine lucidato il tutto con cera d’api.
Per un antico visitatore del palazzo, che in quel punto ha già superato le cime degli alberi, doveva essere uno spettacolo impressionante vedere la propria immagine, riflessa insieme ai lussureggianti panorami della giungla dietro le spalle. Nel corso del tempo il muro ha raccolto i commenti dei visitatori che hanno sentito la necessità di lasciare la loro opinione sulle pitture rupestri.
A poco più di metà strada verso la vetta, prima della salita finale, un grande spiazzo sporge dalla montagna. L’unico accesso al palazzo è costituito da una rampa di gradini (ormai in parte rovinati e sostituiti da una scala metallica) intagliata nella roccia e fiancheggiata alla base da due zampe di felino, anch’esse intagliate nella roccia, a simboleggiare la stessa entità della montagna considerata un immenso leone di pietra. Le zampe sono ciò che resta di un’enorme statua raffigurante un leone sdraiato; la scala che porta alla cima sarebbe dovuta passare attraverso la sua bocca, aperta come in uno sbadiglio. L’opera fu iniziata, ma probabilmente mai completata, forse per la morte cruenta di Kashyapa. L’unica prova del progetto sono le zampe di leone, che resistono ancora oggi.
Ed è così che si sale in vetta e che si raggiungono le rovine della cittadella che si estendeva per 1,6 ettari. Ciò che si capisce una volta lassù è il perché il re Kashyapa fosse tanto affascinato da questo luogo: il panorama a 360 gradi del paesaggio circostante è di una bellezza ammaliante e ripaga delle fatiche fatte per salire più di 1000 scalini. In cima al vulcano sorgeva Un complesso di edifici reali, di cui oggi sono rimaste solo le fondamenta. La vista della quale si gode dalla cima del Leone di montagna non è meno spettacolare di quella che doveva essere tanti secoli fa.
Il palazzo è costruito su più livelli collegati tra loro da brevi rampe, i terrazzamenti di mattoni d’argilla servono a contenere il terreno, ma al contempo definiscono giardini dalle forme geometriche perfette. Su tutto si staglia l’immensa piscina utilizzata per conservare l’acqua necessaria al sovrano e alla sua corte.
Nel 495, dopo 18 anni di regno, le paure di Kashyapa si tramutarono in realtà: il fratellastro Moggallana, legittimo erede del regno, tornò dall’India del sud al comando di un esercito di mercenari. Lo scontro decisivo si svolse in campo aperto nella pianura sotto la fortezza di Sigiriya; nella battaglia Kashyapa venne sconfitto e prima di essere catturato si uccise.
Il Culavamsa e il folklore ci raccontano che durante la battaglia l’elefante su cui stava Kashyapa aveva cambiato percorso per prendere un vantaggio strategico, ma l’esercito aveva frainteso il movimento e pensato che il re avesse scelto di ritirarsi, spingendo i soldati ad abbandonarlo del tutto. Si dice che Kashyapa, essendo troppo orgoglioso per arrendersi, abbia preso il suo pugnale dalla cintura e si sia tagliato la gola, poi alzando il pugnale insanguinato con orgoglio, sia caduto morto.
Moggallana riportò la capitale ad Anuradhapura, convertendo Sigiriya in un complesso monastico buddista, che sopravvisse fino al XIII o XIV secolo. Dopo questo periodo, nessuna notizia è stata trovata su Sigiriya fino al XVI e XVII secolo, quando fu usato brevemente come avamposto del Regno di Kandy. Storie alternative danno come costruttore primario di Sigiriya il re Dhatusena, con Kashyapa che porta a termine il lavoro in onore di suo padre.
Ancora altre storie descrivono Kashyapa come un re amante di molte donne, e Sigiriya come il Palazzo del piacere. Anche il destino finale di Kashyapa è incerto. In alcune versioni è assassinato da un veleno somministrato da una concubina; in altri si uccide con la spada nella battaglia finale. Ancora ulteriori interpretazioni considerano il luogo come il lavoro di una comunità buddista, senza una funzione militare.
Molto probabilmente questo sito potrebbe essere stato importante nella competizione tra le tradizioni buddiste Mahayana e Theravada [4] nell’antico Sri Lanka. Prima dell’arrivo di Kashyapa, il sito ospitava da almeno 700 anni un monastero buddista, ma quando il nuovo re vi trasferì la sua corte, questo rifugio spirituale divenne la sede del potere secolare.
Il monte del leone cadde nell’oblio per secoli, soltanto per caso nel 1881 un soldato inglese, il maggiore Jonathan Forbes, scoprì la montagna. Negli anni attorno alla fine del XIX secolo vennero fatte le prime ricerche sulla sommità della montagna e ci furono le prime scoperte su questo sito archeologico importantissimo.

Un'altra suggestiva panoramica di come si accede al luogo
Un’altra suggestiva panoramica di come si accede al luogo

NOTE

[1]Ceylon diventò una colonia della corona nel 1802 e divenne indipendente nel 1948. Nel 1972 il nome venne cambiato in Sri Lanka.

[2] Nell’antichità, lo Sri Lanka fu conosciuto con diversi nomi. Gli antichi geografi greci la chiamarono Taprobana, e gli arabi Serendib (da cui deriva il termine serendipità). Dai portoghesi, che vi arrivarono nel 1505, fu chiamata Ceilão, da cui, per traslitterazione inglese, Ceylon (in italiano “silon“). Nel 1972 il nome del paese fu cambiato in “Repubblica libera, indipendente e sovrana dello Sri Lanka” Gli abitanti si riferiscono all’isola come Sri Lanka. Il nome attuale deriva dalla parola sanscrita laṃkā, che significa “isola risplendente”, termine già usato negli antichi racconti epici indiani Mahābhārata e Rāmāyaṇa.

[3]Stefano Zuffi I due volti dell’estasi Meridiani Anno XII N. 82

[4] Nei secoli che seguirono la morte del Buddha una divisione nell’interpretazione dei suoi insegnamenti portò a due scuole diverse di pensiero. La Scuola Theravada letteralmente significa “La scuola degli anziani”. L’insegnamento impartito dal Buddismo Theravada è considerato l’insegnamento originario del Buddha. Vede il Buddha storico come un semplice maestro umano di verità. Fu introdotto nello Sri Lanka e lì si stabilí nel III sec. a.C., quando l’imperatore Asoka regnava sull’India. A quell’epoca non c’era nulla che si chiamasse Mahayana, parola che apparve molto tempo dopo, circa all’inizio dell’era cristiana. Il Buddhismo Theravada, che ha come testo di riferimento il Canone Pali (scritto in lingua Pali, una delle lingue utilizzate dal Buddha per diffondere la sua dottrina), è religione ufficiale di Thailandia, Laos, Cambogia e Myanmar e rappresenta una delle scuole più antiche e diffuse. Il Buddismo Mahayana,  “La Scuola del Grande Veicolo” sorse nel I secolo d.C. vede il Budda come la manifestazione terrestre di un Buddha celestiale. Quest’ultima s’identifica nella dottrina dei monaci anziani, che asseriscono che la loro ideologia sia quella enunciata dal Buddha. A differenza della scuola Theravada, caratterizzata dalla figura statica e conservatrice dell’Arhat (la persona perfetta, colui che ha raggiunto il Nirvana), nella scuola Mahayana ogni discepolo può vivere in conformità e nel pieno rispetto degli insegnamenti Buddhisti. Il Nirvana, l’emancipazione del dolore che porta alla felicità eterna, non è accessibile soltanto alla casta monastica. Aiutato da un Maestro o un Bodhisattva (Un illuminato che, sospinto da una grande compassione, aiuta il prossimo a raggiungere il Nirvana.), ogni singolo individuo può raggiungere l’Illuminazione. Nonostante questi presupposti, per secoli la scuola Mahayana è stata una dottrina piuttosto elitaria, materia di studio per pochi eletti.