5 domande per Napoli5 domande per Napoli. Proseguiamo con la nostra rubrica di approfondimento. Obiettivo: determinare un quadro di idee, analisi, contributi, dubbi, proposte, di autorevoli commentatori in uno spirito di coraggio, umiltà e compartecipazione, a servizio della città a venire. Ne parliamo con l’ex magistrato e avvocato Nicola Quatrano.
1)Napoli è tra più fuochi: un avamposto contro l’autonomia differenziata avanzata dalle Regioni del Nord, una città alla ricerca di un’identità perduta tra le tante “anime” del Mezzogiorno ed un capoluogo che non accetta fino in fondo la sfida nell’ambito dei paesi del Mediterraneo. Avere un’idea di città significa avere un’idea di futuro. Quale la tua?
La mia idea è quella che Napoli e il Mezzogiorno dovrebbero cercare di agganciarsi a quel grandioso progetto delle Nuove Vie della Seta, che è un’alternativa alle attuali rotte commerciali che penalizzano Napoli, relegandola alla periferia dell’Impero. L’antica prosperità del Regno delle Due Sicilie era soprattutto legata alla sua collocazione nel Mediterraneo, posizione che lo rendeva centrale nelle relazioni, non solo coi paesi costieri, ma anche con l’immenso Impero russo. Una storia poco conosciuta è il ruolo avuto dal Regno di Napoli nella guerra di Crimea del XIX secolo. La Russia aveva una lunga storia di amicizia con il Regno del sud dell’Italia, che considerava come una porta di ingresso nella regione mediterranea. Quando i Britannici chiesero al re di Napoli di inviare truppe in Crimea per unirsi all’alleanza anti-russa, il re rifiutò. Non sapeva che, così facendo, firmava la condanna a morte per il suo Regno. Per contro, il Regno di Sardegna inviò un corpo di spedizione a sostegno della coalizione anti-russa. Dei 15.000 soldati mandati in Crimea dal Piemonte, si dice che solo 2.500 siano tornati a casa tutti interi.
Quindi molto di quanto è accaduto in Italia dopo la guerra di Crimea può spiegarsi in modo molto semplice. I Francesi e i Britannici hanno pensato che il Regno del Piemonte dovesse essere ricompensato per l’aiuto fornito, mentre il Regno di Napoli dovesse essere punito per le ragioni opposte. La sorte del Regno di Napoli era peraltro già segnata perché non aveva carbone né disponeva di corsi d’acqua per importarlo, e non era dunque in grado di mantenersi competitivo in piena rivoluzione industriale. D’altronde, la sconfitta della Russia in Crimea le impedì di fornire aiuto a Napoli, lasciandola completamente isolata contro il Regno del Piemonte industrializzato, alimentato dal carbone e ben sostenuto dalla Gran Bretagna.
Oggi le condizioni di due secoli fa sono mutate, sia le condizioni economiche, che quelle politiche. E il Mezzogiorno d’Italia potrebbe ritrovare un suo spazio centrale nel nuovo Mondo che si fa faticosamente costruendo – non certo in vista di una rinascita antistorica del Regno delle Due Sicilie, ma certamente in termini di un diverso peso economico e politico. Le Nuove Vie della Seta sono un’occasione straordinaria.
Se questa potrebbe essere la “visione” e il progetto, manca però il carburante decisivo. La classe dirigente meridionale è – né più e né meno di quella di tutto l’occidente – culturalmente, strutturalmente e moralmente inadeguata rispetto alla sua funzione storica.
2) L’esigenza di una piattaforma programmatica propositiva, di medio-lungo periodo, non necessariamente in contrapposizione alle città del Nord, è più che una necessità per Napoli e per il Sud. Questa scelta impone un dialogo pressante con i Governi, qualsiasi essi siano, per un capoluogo che conti e non solo racconti. Il dialogo istituzionale è positivo sempre e comunque oppure deve passare prima per una rottura traumatica, viste le tante “sottrazioni” a cui gli esecutivi nazionali ci hanno tristemente abituati?
Se Napoli e il Sud disponessero di una decente classe dirigente (e di una società civile altrettanto decente), e di una “visione” strategica, il punto di confronto potrebbe anche essere quella dell’autonomia differenziata. Una maggiore autonomia sarebbe utile per potersi ritagliare uno spazio economico e politico secondo linee che non sempre coincidono coi divergenti interessi del Nord.
Ma il Sud oggi è fortemente dipendente dal Nord e le rivendicazioni della sua élite si esauriscono nella richiesta di maggiore “assistenza”. Finché sarà così, l’autonomia differenziata costituisce certamente un pericolo. Ma stiamo parlando di altro, rispetto a quello che sarebbe davvero necessario per Napoli.
3)Le categorie sociali ed economiche di Napoli molto spesso disegnano “separatamente” il destino dei cittadini, ognuno con la presunzione della conoscenza che diventa verità assoluta e non riproducibile da tutti gli altri. Il dialogo, la sintesi, una comunità di interessi, tra i soggetti sociali della nostra città sono possibili o ci dobbiamo rassegnare per sempre?
Questa è conseguenza della fine della politica e del venir meno del “pensare politico” che ha caratterizzato gli ultimi 30 anni. Non c’è più nessuno che fa sintesi, che sia capace di mediare tra gli interessi particolari in vista di un progetto comune.
Ciò ha comportato un’ulteriore frantumazione del tessuto sociale, e il panorama è oggi animato da rivendicazioni settoriali che guardano solo ai loro obiettivi limitati. Ognuno pensando di essere il tutto.
Si tratta di fenomeni favoriti (deliberatamente?) dalla ideologia delle identità, una delle peggiori manipolazioni che siano state mai ordite dalle classi dirigenti per frantumare il tessuto sociale e assicurare la docilità sociale. Quando ci si sente – prima di tutto e solo – donna, o omosessuale, o nero, o handicappato, o altro…. si perdono le differenze sociali e di classe. E’ mai possibile che un’operaia sottopagata si debba sentire più solidale con Kamala Harris o con l’AD femmina della multinazionale di cui è dipendente, piuttosto che col suo compagno di lavoro maschio, sfruttato come lei?
Non so se dobbiamo rassegnarci per sempre a questo stato di fatto. Certamente questo è un processo che non si inverte da solo, c’è bisogno del “fare politica”, c’è bisogno di un “progetto comune” all’interno del quale ogni rivendicazione settoriale sia disposta a perdere qualcosa di sé e si arricchisca nel confronto con le altre.
Si potrebbe dire ritualmente che spetta alla Sinistra di farsi promotrice di una rinascita del pensare politico, ma… francamente… la Sinistra è oggi la paladina della cultura delle identità, oltre ad essere abitata dal peggior ceto politico presente sul mercato. Che speranza possiamo avere?
4) Dopo il Covid 19 è cambiato il mondo e le città non potranno restare a guardare. Secondo te, Napoli in quale miglior modo può reagire, quale terreno deve principalmente recuperare per non “perdersi” definitivamente?
Il Covid-19 è un episodio, lo dimenticheremo presto. Ha messo ulteriormente in evidenza le carenze strutturali del nostro paese, la stupidità delle classi dirigenti, e la spaventosa irrazionalità di cui è preda la maggioranza della popolazione. Sono questi i problemi, non il Covid-19.
Popoli più razionali, che hanno delle serie classi dirigenti, hanno fronteggiato molto meglio questa emergenza e, si può dire, l’hanno superata.
5)La partecipazione è un elemento di valore e dovrebbe riguardare la politica, ma anche e soprattutto l’ambito sociale e culturale, ma troppo spesso evoca scenari senza sporcarsi le mani. Napoli ha bisogno di un orizzonte ma anche di certezze amministrative e comportamentali. Al futuro ci si arriva con atti concreti, costanti e duraturi. Da dove si comincia per allargare la base democratica in città?   
La partecipazione è oggi ridotta all’intervento sui “social”. Che è niente di più e niente di meno di quelle che erano un le inutili chiacchiere da bar. Il meccanismo dei social ha potenziato al massimo l’opportunità per chiunque di divulgare le sciocchezze che gli passano per la testa.
Eppure la “partecipazione” presuppone conoscenza, approfondimento (tutto il contrario dei social), e qualcuno che tale conoscenza e tale approfondimento promuova ed organizzi. E ritorniamo all’assenza del pensare politico!
Visione e Organizzazione, queste sono le parole chiave. Una visione del mondo e della città e l’organizzazione del dibattito e della conoscenza da parte di un numero sempre più vasto di persone.
Da dove si parte? Non lo so. Viviamo oggi una crisi che è prima di tutto culturale. L’Occidente in declino sembra oramai incapace di leggere se stesso, forse nel timore di dover leggere l’inizio della sua fine.
Quanto a Napoli, mi accontenterei di un’amministrazione competente – il contrario, direi, di quella che abbiamo fin qui avuto. Un’amministrazione che riesca a far funzionare i servizi, poco importa che sia “democratica” o meno.
Il funzionamento dei servizi è fondamentale, specie per i meno abbienti. E sarebbe oggi la cosa più “rivoluzionaria” che ci potremmo aspettare.
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Nelle foto, Nicola Quatrano e un’immagine di Napoli scattata da Matteo Bellia (fonte Pixabay )

                                                    

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