“Cercate l’antica Madre” dice l’oracolo di Apollo ai profughi troiani la cui città è bruciata, per negligenza e per inganno. Nel momento dello sconforto massimo, quando alla dolorosa perdita si aggiunge il destino di cittadini ormai vagabondi, la voce dell’oracolo suona come un consiglio che è anche un monito.
Per assicurarsi un futuro, quel manipolo di senza terra deve tornare al punto di origine, presso quella culla dei padri che si era già espressa nella meraviglia di Troia. Si tratta di poco più di un rigo dell’Eneide di Virgilio, ma sono parole fondamentali per il naturale svolgersi del capolavoro epico, e sembrano tagliate appositamente per i giorni nostri.
Virgilio visse in Campania Felix e qui ebbe, suo malgrado, fama di santone e indovino. Difficilmente, però, avrebbe potuto immaginare quanto numerosi e pertinenti potessero essere i parallelismi tra quella fertilissima striscia di terra che dal nord di Napoli va su fino al basso Lazio, e l’antica Troia, entrambe terre di conquista per sotterfugio.
Certo, a bruciare non sono più torrioni fortificati ma pareti di rifiuti; al cavallo di legno si sono sostituite la doppiezza di una legislatura opaca e l’avidità irresponsabile di una criminalità concupiscente. Terre divenute inospitali per il proprio popolo, legato a quella necessità di agire a ritroso per arginare i danni di uno stile di vita miope e bulimico, le cui conseguenze sono stimate esclusivamente in danni economici, non ambientali.
Ed è qui che, Cercate l’Antica Madre, diviene ancora monito e consiglio attraverso il libro di Miriam Corongiu e Vincenzo Tosti. Lo fa, come detto, senza alcun anacronismo attraverso uno stile che non avrebbe senso inquadrare in qualche genere letterario. Insieme report di viaggio, racconto autobiografico, narrativa di resistenza, esperienza attiva di cultura dal basso. Eppure non limitato a nessuna di queste etichette che, anzi, si mischiano in una prosa che capace di sciogliersi ordinata ma palpitante.
Vero, il titolo e il sottotitolo sono inequivocabili. Si tratta di una ricerca di storie di vita, e il viaggio è un elemento fondamentale. Ma viene fuori anche qualcosa di altro, dal testo.
Ed è l’importanza della relazione che diventa chiave di lettura privilegiata.
Attraverso i legami che uniscono territori diversi, le rispettive popolazioni e gli autori stessi al territorio, in un fitto inanellarsi di relazioni.
In primo luogo, se la Terra dei Fuochi è da tutti riconosciuta come realtà campana, il libro rovescia questa visione, legata a narrazioni ufficiali di una Italia divisa almeno in un nord e un sud in relazione di subalternità.
E lo fa senza dirlo apertamente ma portando su carta la condivisione del vissuto di protagonisti come Pierino e Giovanni, rispettivamente lombardo e lucano, che si ritrovano in regioni diverse a contemplare la vita, comune, di imprenditori depredati della loro terra.
Vicende che difficilmente troverete sui giornali.
Ancora Nicoletta, insegnante in Val di Susa e una vita dedicata alla politica, si ritrova simbolicamente in comunione con Don Palmiro di Augusta, in Sicilia, dove una dei maggiori tesori del mondo antico, i resti di Megara La Bella, sono stati sacrificati per far posto al più grande polo petrolchimico d’Europa, con drammatici effetti sul territorio e sulle persone.
Per questo, pure dove mancano i roghi, le terre dei fuochi sono migliaia, solamente in Italia.
Per chi non avesse dimestichezza con il termine, Terra dei Fuochi è il toponimo dato alla  Terra di Lavoro, da Legambiente, in un report del 2003 sulle Ecomafie. Qui si denunciavano roghi di rifiuti, conseguenza diretta della cattiva gestione del sistema di raccolta e stoccaggio e dell’azione della criminalità organizzata, che aveva trasformato il territorio in una immensa discarica illegale.  Si istituzionalizzò, di fatto, qualcosa che si sapeva da decenni, e che molti erano pronti a negare.
Non Vincenzo Tosti e Miriam Corongiu, però, attivisti della prima ora.
E qui, ancora attraverso la relazione capiamo perché questo libro è un atto dovuto.
Enzo attivista storico e uno dei maggiori conoscitori della Terra dei Fuochi e delle sue dinamiche. Ci racconta di quando le sponde dei Regi Lagni erano illuminate dalle lucciole e non dai roghi tossici. Il suo agire è calmo, ma tenace, educato ma efficace, e ha un senso di responsabilità verso il suo territorio raro a trovarsi.

La Campania Brucia
La Campania Brucia

Miriam, si definisce con orgoglio contadina, e ne ha le ragioni. Fautrice di un pensiero che riconosce come centrale il mondo contadino nella deriva produttiva attuale, ha rinunciato alla sicumera della vita da professionista per creare, nel suo Orto Conviviale, un avamposto di cultura dal basso in una delle zone culturalmente più sterili della provincia di Napoli.
Entrambi portavoci di alcuni dei movimenti, in primis Rete di Cittadinanza e comunità e Stopbiocidio, capaci di portare in piazza manifestazioni come il Fiume in Piena nel 2013, che vide Napoli invasa da 120.000 persone, o la più recente Marcia per il Clima e Contro le Grandi Opere Inutili, di carattere nazionale, e scomparsa dalle principali testate giornalistiche. Quanto da loro raccontato è voce di molte di queste persone.
Una popolazione intera, quindi, esattamente come quella descritta da Virgilio nell’Eneide. Un popolo di troppo che vive il conflitto ambientale, con una differenza sostanziale da quelli che sono definiti popoli del sud, espressione che generalmente denota una situazione di subalternità di un territorio nei confronti di un nord corrispondente, largo modo, alla zone ricche del nostro Occidente. Un popolo del sud è sfruttato, ma funzionale.
Un popolo di troppo è semplicemente un impiccio. In questo senso il popolo della Terra dei Fuochi non è differente dai migranti economici, dai curdi, dagli indigeni dell’Amazzonia. Nel caso degli attivisti ambientali la drammaticità di questa situazione cozza, inesorabilmente, con la necessità di salvaguardare il territorio in periodo di devastazione globale.
Non solo. La lettura di questo popolo, nel libro, ci permette di scoprire quanto varia sia la resistenza, quanto diversificata la creatività nella reazione, quanto le comunità solide che nascono dal condividere la sventura di un territorio possano ribaltare l’abitudine e l’arrendevolezza, trasformando la loro esperienza tossica in spunti di vita rinnovata.
Succede in Val di Susa, succede a Casapesenna, succede a Castel Volturno, succede in Sicilia. Economia di costumi, chiusura lineare e senza sprechi del ciclo dei rifiuti, rispetto delle regole, sono tutte tecniche alla portata che sembrano suscitare fastidio in chi, a livelli differenti, specula sul naufragio non ragionato degli stili di vita. Il tutto in un mondo in cui è vietato accontentarsi, in cui addirittura la speranza di una vita semplice è vietata dalla devastazione irreparabile di interi territori.

Uno scorci
Uno scorci

Una vita che nonostante ciò non conosce bandiere bianche. Perché nel dolore si resiste, e nella resistenza vi è socialità e stili di vita che mai ci saremmo aspettati. Basti come esempio l’ormai storico cartello della Val di Susa che recita: qui nessuno è straniero.
Tra le pagine si smarrisce anche l’immagine dell’attivista antagonista e facinoroso, portato intrinsecamente alla guerriglia. Come ci dice Marco Armiero, professore di Storia dell’ambiente all’università di Stoccolma, in una delle due introduzioni: nella realtà della lotta si mischiano buone pratiche e barricate, blocchi stradali e funzioni religiose, scelte personali e opzioni politiche.
La resistenza dal basso, oltre a creare questo legame fortissimo tra attivisti di territori diversi ci ricorda quanto connessi siamo a quella Madre Terra violata e sacrificata in nome di un arricchimento che, messo a confronto con la realtà, perde ogni giustificazione.
Perché, sebbene si possa sentire il calore della vita che scorre sotto la scorza di un albero ponendovi a contatto una mano, tanto per parafrasare Rilke, sembra proprio che ci siamo riusciti. Siamo riusciti a rendere la natura artificiale e culturale.
Il paradosso è solo apparente, e di certo non è apparente il comune bisogno di fuggire dall’urbanizzazione alla ricerca di luoghi vergini.
Quindi vorrei porre qui un paio di domande: quante volte camminando per strada, tra il bruciore dell’asfalto dall’odore nauseabondo, vi ha colto fugace il profumato piacere del gelsomino pungente? Quante volte il vento passando tra fronde nodose e piene, ha sussurrato al vostro petto in uno spasmo che era richiamo a destini nuovi, eppure, già conosciuti?

Terra dei Fuochi| ilmondodisuk.com
Qui sopra, la poesia del gelsomino. In alto, la copertina del libro

Ebbene, il gelsomino non ha mai smesso quell’odore. Quella che si è smessa è l’abitudine a tutto ciò. Si è smesso di pensare alla natura, si è addomesticato l’habitat dandogli uno spazio limitato, come allo zoo. E, probabilmente, quello che il vento tra le fronde nodose vi sta dicendo, è che avete un bisogno disperato di ritrovare quella Antica Madre di cui si è dimenticato il volto.
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Il libro 
Miriam Congiu
Vincenzo Tosti
Cercate l’Antica Madre
Storie di straordinaria resistenza nelle Terre dei Fuochi di Italia
Paolo Gnasso editore (collana Tellus), pagine 130, euro 12