L’immagine nasce dai sensi
ma si illumina di bellezza nell’intelletto.
Aldo Grassini
Un’immersione di Carmine Negro nella mostra Vortici dell’artista statunitense Alexi Worth, Gallerie d’Italia Napoli, 3 aprile fino al 5 luglio 2026

Entrare nelle sale delle Gallerie d’Italia di Napoli che ospitano Vortici significa attraversare una soglia nel senso più pieno del termine. Le superfici traslucide delle opere di Alexi Worth non si limitano a riflettere la luce: la filtrano, la trattengono, la rendono incerta. Accanto, le figure nere e rosse delle ceramiche attiche e magnogreche emergono come presenze antiche ma sorprendentemente attuali.
Non è un accostamento pacificato, ma un vero cortocircuito temporale: lo sguardo è trascinato avanti e indietro nei secoli, costretto a interrogarsi, a rallentare. La mostra non costruisce una continuità, ma una frizione produttiva tra immagini che fissano il gesto e immagini che lo rendono instabile, tra un visibile codificato e uno che sembra sempre sul punto di dissolversi.
Un dispositivo visivo che chiede lentezza
Il percorso espositivo si configura come un dispositivo percettivo più che come una sequenza narrativa. Le sale non si attraversano semplicemente: si abitano.
Da un lato, anfore e crateri con la loro grammatica visiva rigorosa; dall’altro, le immagini di Worth, fatte di mani sospese, ombre che diventano soggetti, superfici che sembrano sottrarre materia invece di aggiungerla. Qui la lentezza non è un valore accessorio, ma una condizione necessaria. Ogni accostamento introduce una frattura temporale che obbliga l’occhio a sostare.
Vortici mette alla prova lo sguardo proprio perché ne espone i limiti: vedere non è un atto immediato, ma un processo faticoso, reversibile, mai del tutto risolto.
L’immagine come soglia instabile
Per molti visitatori italiani, la mostra rappresenta il primo incontro con Alexi Worth. Pittore e teorico dell’immagine, Worth lavora da anni su una questione centrale della visione contemporanea: che cosa significa vedere in un’epoca in cui l’immagine è ovunque, ma raramente viene davvero guardata?
La sua pratica si colloca sulla soglia tra figurazione e trasparenza. La figurazione offre elementi riconoscibili — mani, bicchieri, foglie — ridotti all’essenziale, quasi schematici. La trasparenza, resa concreta dall’uso di supporti come mesh e reti, introduce una dimensione di instabilità: l’opera non chiude lo spazio, lo attraversa. Non si impone come superficie opaca, ma come filtro.
La soglia non è qui un tema iconografico, ma un vero regime del visibile. Le immagini di Worth sono al tempo stesso presenti e sfuggenti, solide e illusorie. Generano una sensazione di prossimità che mette in crisi la percezione: ciò che vediamo è davvero lì, o sta già scivolando altrove? Le opere appaiono come viste attraverso un vetro satinato, sospese tra presenza e dissolvenza.
L’aerografo come scelta concettuale
La tecnica di Worth — aerografo e stencil — non è mai neutrale. L’assenza della pennellata, la nettezza dei contorni, la piattezza delle campiture producono immagini che sembrano quasi autogenerate. Il gesto manuale non scompare, ma si ritrae, lasciando emergere forme che appaiono già date.
Questa scelta richiama l’estetica arcaica delle figure nere e rosse della ceramica greca, ma la innesta in un linguaggio contemporaneo, vicino al registro fotografico e grafico. Il risultato è un’immagine sospesa tra arcaico e attuale.
I gesti rappresentati — una mano che afferra, un’ombra che si allunga — diventano frammenti di un linguaggio essenziale, quasi archetipico. Spogliati del racconto, rimandano a una dimensione prenarrativa, in cui il gesto precede il significato e continua a interrogarlo.


Le opere in mostra
Un nucleo di opere presenti in mostra permette di cogliere con precisione la varietà dei modi in cui Alexi Worth mette in crisi la stabilità dell’immagine.
In Curtain(2020), una superficie reticolare simile a un sipario lascia intravedere una figura appena accennata: la visione si fa filtrata, esitante, come se l’immagine stessa trattenesse il proprio apparire. È la soglia nella sua forma più letterale, un vedere attraverso che non si concede mai del tutto.
Con Ladder (2022), l’instabilità assume un carattere diverso. Una scala, oggetto funzionale e quotidiano, emerge dalla trama del mesh come un’apparizione incerta, priva della sua abituale solidità. La scala suggerisce ascesa, passaggio, movimento verticale, ma qui resta sospesa, come trattenuta tra due stati: un segno che non conduce, ma interroga.

In Seesaw (Mylar) (2019), la tensione diventa dinamica. Due figure ridotte all’essenziale si bilanciano su un dondolo che sembra fluttuare nello spazio. L’equilibrio è fragile, continuamente minacciato, e traduce visivamente la precarietà del vedere contemporaneo: un oscillare continuo tra presenza e assenza, tra gesto e forma.

Infine, Tipping (2020) porta l’attenzione sul gesto minimo. Una mano inclina un bicchiere, ma ciò che domina è la vibrazione dell’ombra, più presente dell’oggetto stesso. L’immagine registra non il gesto compiuto, ma il suo imminente accadere, come se la visione fosse sempre un attimo in ritardo rispetto al mondo.
Il dialogo con l’antico
La curatela, ovvero la scelta e la modalità espositiva, costruisce un confronto serrato, evitando ogni forma di estetizzazione rassicurante. Le ceramiche non sono un contesto, ma veri interlocutori.
I gesti degli eroi e degli atleti dipinti sulle anfore trovano un’eco nelle opere di Worth, ma non per somiglianza. Le ceramiche fissano l’azione in un tempo stabile, quasi eterno; Worth, al contrario, la sospende, la rende ambigua, la priva di esito. Là dove l’antico stabilizza, il contemporaneo destabilizza.
Richard Neer, professore di Storia dell’arte all’Università di Chicago e co-curatore della mostra, ha selezionato personalmente i vasi antichi per costruire un dialogo centrato sul simposio e sulla gestualità del bere. La scelta di collocare i crateri al centro delle sale, trasformando le opere di Worth negli “invitati” di un simposio contemporaneo, rende evidente che il confronto è anche culturale. Il simposio riemerge non come scena, ma come forma di pensiero condiviso, in cui il gesto del bere diventa dispositivo relazionale.
Rito antico e velocità contemporanea
Il titolo della mostra, ricorda la curatrice Silvia Gaspardo Moro richiama il movimento del vino e dell’acqua nelle ceramiche antiche, gesto carico di valore sociale: riunire, condividere, creare comunità. Ma evoca anche un altro vortice, profondamente contemporaneo: quello di un mondo visivo dominato dalla velocità, dalla sovrapproduzione e dalla fruizione distratta.

In questo senso, Vortici si configura come un contromovimento. Worth non propone semplicemente immagini più lente, ma un’altra idea di visione. Guardare torna a essere un atto impegnativo, quasi etico: richiede tempo, attenzione, disponibilità.
Come nei “corsi e ricorsi” di Giambattista Vico, ciò che ritorna non è la forma delle immagini, ma il bisogno di interrogare il visibile quando il presente si fa opaco.

La complessità del vedere
Il nodo teorico di Vortici è la visibilità stessa. Le superfici traslucide, le ombre protagoniste, le figure che emergono e scompaiono mettono in scena un’idea precisa: il visibile non è un dato acquisito, ma un campo di tensioni.
Colpisce come le ceramiche antiche, pur così lontane nel tempo, condividano questa economia dell’essenziale: un profilo, un gesto, un contorno bastano a evocare un mondo. In entrambi i casi, l’immagine non mostra tutto: lascia spazio all’interrogazione.
Uno sguardo da ricostruire
La mostra chiede lentezza, ma soprattutto disponibilità. In un’epoca in cui le immagini scorrono senza lasciare traccia, Vortici propone una forma di resistenza: ricostruire lo sguardo come pratica consapevole.
Alla fine, la domanda che accompagna il visitatore non riguarda soltanto il passato o il presente dell’arte, ma il nostro modo di stare nel mondo. Quanto tempo concediamo alle immagini? Quanto siamo ancora capaci di vedere ciò che non si offre immediatamente?
Forse il vero vortice è proprio questo: la tensione continua tra ciò che scorre e ciò che resta, tra il gesto che si ripete e uno sguardo che deve imparare, ogni volta, da capo.
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