Nonostante l’ora -le nove del mattino sono già passate da qualche minuto- nella bella via residenziale le attività commerciali, poche per la verità, hanno ancora le saracinesche abbassate. Dal bar, dopo aver preso un caffè, guardo il civico dove devo andare. Ho un appuntamento alle nove e trenta e non mi va di presentarmi in anticipo.
Il mio lavoro spesso mi espone a situazioni difficili da gestire ed oggi l’incontro previsto non promette un compito facile. Pur essendo abituato, incontrare un nuovo paziente mi crea un notevole disagio; parlare con un ammalato terminale richiede grande preparazione psicologica; spesso risulta molto, troppo difficile, è un’esperienza che può lasciarti indifeso; ogni consapevolezza del difficile lavoro da svolgere, ogni preparazione professionale può naufragare davanti ad una realtà che non consente inganni o scorciatoie.
Nel palazzo tutto: l’architettura, l’arredo degli ambienti comuni, l’estrema pulizia e cura di ogni particolare, rivela la qualità dell’immobile abitato da noti professionisti. Anche l’ascensore, silenzioso, conferma la prima impressione; il paziente che devo incontrare appartiene ad una precisa fascia sociale.
–Si accomodi; solo un momento, vedo se può entrare.
L’uomo che mi ha aperto è, come si dice, un armadio; spesso in questi casi ho notato la presenza di persone molto robuste; gestire la situazione, quasi sempre, richiede anche una forza fisica non indifferente.
Mi guardo intorno circondato da mobili sobri ma decisamente di autore.
–Venga, il professore l’aspetta, mi dice lo stesso uomo aprendo la porta di un ambiente che, subito, appare molto grande anche se, in buona parte occupato da macchinari dei quali sento l’inconfondibile ronzio.
–Buongiorno professore dico avanzando verso la sedia che l’uomo mi ha accostato sul lato sinistro della grande macchina sulla quale è seduto il professore.
–Io sono nell’altra stanza se ha bisogno di qualcosa mi può chiamare.
Restiamo in due: io e gli occhi del professore dei quali non reggo per molto lo sguardo.
Fuori del balcone, aperto sul golfo, la scena è tutta occupata dal mare, un mare azzurro sul quale schegge di luce si muovono in un leggero e continuo movimento. Nonostante la lontananza sembra di udire l’incessante moto dell’acqua ma l’odore salmastro, quello sì, è una realtà che invade la stanza.
Come ogni volta, l’inizio di un necessario dialogo con il paziente non è facile. Decidere se sei tu a cominciare o, piuttosto, aspettare che sia lui a rompere il silenzio è sempre un’incognita; soprattutto se ancora non conosci le condizioni dell’ammalato, le sue reali possibilità d’iniziativa e, soprattutto, le sue reazioni. Non è facile conciliare l’umana comprensione con la professionalità che richiede un preciso protocollo senza tentennamenti e senza sbavature, diciamo così, pietose che risulterebbero odiose oltre che inutili.
Leggo rapidamente la scheda che mi hanno preparato in ufficio e che conosco bene; in realtà aspetto sperando in un qualche possibile imprevisto che rompa il silenzio. Mi sembra il modo giusto per dare al paziente il tempo che gli occorre per vincere l’evidente disagio.
Ernesto Beltrame, professore universitario in pensione, ammalato da non molto tempo ma quasi del tutto non autosufficiente. Bene assistito, non solo clinicamente, ha chiesto il nostro intervento senza, però, specificare una vera motivazione.
Una signora non più giovanissima è entrata e, sorridendo, mi porge una tazza di caffè.
–Sono la moglie del professore, buongiorno; mi scusi dottore avrei dovuto chiederle se preferisce un caffè; mi scusi ancora ma ho pensato che da buon napoletano, perché lei è napoletano vero, sono stata sbadata, se vuole qualche altra cosa può chiamare.
–Va tutto bene, la ringrazio.
Prima di uscire la signora guarda il marito che le sorride; è evidente che nei loro occhi stiano passando messaggi, un linguaggio noto solo a loro.
–Io vado, Ernesto ti lascio con il dottore.
Anche la bella signora, nei modi, nel vestire, nella delicatezza dei suoi gesti riflette una cultura, una eleganza, un equilibrio che, posso solo immaginare, quanto sia stato sconvolto dalla malattia del professore.
Il ticchettio di una macchina mi distrae; poi ricordo che devo guardare lo schermo sul quale appaiono le parole dell’ammalato. Parole che compongono frasi con le quali il professore comunica. Per una persona che ha fatto della comunicazione la sua ragione di vita, non deve essere facile accettare questa condizione, questo automatismo che, naturalmente, esclude le pause, le inflessioni della voce, in altre parole le emozioni; tutto diventa meccanico, freddo, senz’anima.
–Sì ha ragione, dico rispondendo alle parole del professore, guardavo il mare così lontano eppure così presente in questa stanza e mi chiedevo se…non fosse possibile girare la sua… sedia. Ho esitato; chiamare sedia quell’aggeggio così ingombrante, con le sue propaggini meccaniche e così presente con il suo continuo ronzio è solo un patetico tentativo di annullare la realtà. Su un monitor scorrono linee colorate che disegnano strani grafici. Ad ognuna di quei colori corrisponde il funzionamento di un organo umano. Pensare che da loro, questi astratti segni, dipende la vita di una persona mi lascia senza parole; tra la vita e la meccanica non credo che possa esserci alcun rapporto ma, sempre più, dipendiamo da macchinari ai quali affidiamo la nostra esistenza.
Per fortuna il professore riprende a scrivere.
Lei vuoi dire perché non guardo il mare? Se non puoi odorare un fiore, perché hai perso ogni sensibilità olfattiva, quel fiore non ha motivo di esistere per te e se non puoi toccare il mare, non puoi bagnarti nelle sue acque, quel mare non è più tuo; è solo una macchia come quei quadri appesi la sulla parete.
Annuisco con un leggero sorriso.
–Capisco, poi aggiungo.
Ogni volta che mi trovo al cospetto di un ammalato nelle condizioni del professore mi chiedo quale sia il modo giusto di porsi; assecondare la sua malinconia? Chiedergli della sua malattia? Oppure inventarsi parole, anche senza senso, per distrarre l’ammalato? In realtà non esiste una regola fissa, tutto cambia di volta in volta e molto dipende dalle condizioni ma anche dalla personalità del paziente. Spesso gioco di sponda nel senso che comincio piano, con argomenti che possono creare interesse senza, però, esagerare, senza cioè che l’ammalato possa capire immediatamente il mio tentativo, diciamo, patetico. In alcuni casi, come adesso, il professore merita una particolare attenzione e, soprattutto, rispetto; guardo verso la parete, cerco argomenti.
–Sembra un Rothko, dico indicando un quadro formato da ampie strisce colorate orizzontali.
Cercare un pretesto per dirottare l’attenzione su cose piacevoli, creando un’atmosfera serena come di una conversazione fra amici, non risulta facile e non sempre riesce; molto è condizionato dalla volontà e dalle reali possibilità dell’ammalato di reagire; ma occorre anche considerare, lo ripeto, la personalità del paziente. In altri termini il modo in cui l’ammalato interagisce con la sua malattia resta un terreno minato; il rischio che ogni tentativo di creare un rapporto quanto meno di fiducia resti senza un esito favorevole è molto probabile. Questa volta, però, le cose sembrano funzionare.
-Oh! no, è soltanto un mio tentativo artistico, di tanti anni fa, velleità giovanili, sa, dice; però mi fa piacere che l’ha notato.
Sorrido ma capisco che non può durare molto; in questa direzione non andiamo da nessuna parte. Entrambi sappiamo perché sono venuto. Non posso rimandare ancora, dovrò affrontare il problema, il motivo della mia visita è legato allo stato di salute del paziente ma che cosa, realmente, possa fare per lui ancora non mi è chiaro. In questi incontri, il sentimento nei confronti dell’ammalato non facilita il compito; e l’esperienza aiuta fino ad un certo punto; sento una spontanea simpatia verso quest’uomo distrutto nelle sue parti più vitali. Spesso i momenti di silenzio sono interminabili, non sai come continuare o come trovare vie di fuga. Nella stanza percepisco un suono sia pure molto basso. È, comunque, una realtà che non mi lascio sfuggire.
–Sento che ascolta Rachmaninov professore; le piace la musica? Lo so, è solo uno stupido tentativo per continuare un colloquio. Per parlare poi dei suoi problemi c’è tempo.
Il professore gira appena la testa guardandomi con un sorriso come io preferisco pensare quello che, altrimenti, dovrei definire un ghigno.
-In questo ammasso di cellule impazzite, per fortuna, ho ancora un buon udito; il piacere della musica è un costante, dovrei dire l’unico legame con la realtà; ma le confesso che non sempre mi basta.
Il ticchettio della macchina è durato molto. Ora è solo silenzio. I nostri sguardi s’incontrano. Sono questi i momenti in cui penso di aver sbagliato professione; non mi abituerò mai a tutto questo dolore. Essere testimone non è sufficiente, occorre condividere questi momenti ma è evidente che tutto risulterebbe falso. L’ammalato è soltanto lui con la sua disperazione mentre io, per quanto possa manifestare la mia vicinanza, resto un medico, un operatore sanitario che, domani, fra qualche giorno, avrà dimenticato tutto questo. Lo so, non è professionale; devo almeno ritrovare una parvenza di leggerezza per poter proseguire; ma non è facile.
Ecco il momento in cui non so come proseguire; non riesco a restare nel ruolo professionale; vorrei urlare, fare mio il dolore ma, poi, resto immobile a costo di apparire insensibile. A volte un qualunque imprevisto, anche un rumore, possono offrire possibilità per riprendere un colloquio così difficile.
–Vedo che è a disagio, mi dispiace; certo starà pensando che mi riferisco al mio stato attuale; e non ha torto. Ma credo che lei sia venuto per parlare proprio di questo, no? Allora, dica pure.
La domanda, diretta, certo non mi aiuta.
–Professore, arranco più che parlare, ho qui alcune informazioni sul suo stato di salute, dati clinici, sinceramente, non voglio tenerne conto, almeno per ora; sono soltanto parole, fredde definizioni, preferisco parlare con lei di qualsiasi cosa anche se, lo ammetto, quello che dico non significa niente. Le confesso che, nonostante la mia esperienza, mi sento impreparato; ogni volta è una sofferenza nuova. Mi scusi non ho alcun diritto di parlare come se potessi solo immaginare che cosa lei prova; le chiedo scusa ma non so come proseguire. Con lei non posso barare.
Questa volta è il professore a riprendere; certo ha capito le mie difficoltà.
-La prego mi dica, saprebbe darmi una definizione di che cosa è la vita?
La domanda mi spiazza aumentando, se ce ne fosse stato bisogno, il mio disagio. Guardo; non credo ai miei occhi, ma sullo schermo le poche parole attendono una mia risposta. Annaspo in un mormorio indistinto e poi parlo; mi rendo conto che è tutto strano ma non posso interrompere il paziente; bisogna sempre seguire, facilitare il suo pensiero; alcune regole, ricordo della preparazione, continuano a girare nella testa. E proseguo.
–Dipende dai diversi stati d’animo ed anche dall’età, dico. Nel corso della vita avvengono tante cose che possono condizionare la nostra percezione del tempo che stiamo vivendo. Una cosa che poteva darmi la certezza di una esistenza felice, in un diverso momento può essere percepita come inutile se non anche fastidiosa.
Capisco di non aver detto nulla, solo parole, suoni senza alcun senso. Devo riprendermi, trovare esempi che possano suscitare una reazione nel paziente senza stressarlo.
–Un buon risultato scolastico e la vittoria di una gara difficile, quando si è giovani, sono sufficienti a darti il senso della vita poi, con gli anni, le esigenze aumentano: i primi desideri d’amore, un traguardo molto atteso nel proprio lavoro, danno un senso agli anni che passano.
Il professore ha ascoltato; sul viso un’espressione rivela un suo continuo riflettere poi digita.
– E le sconfitte?
Resto in silenzio; ammetto che questo dialogo è oltre ogni mia capacità. Come potrò affrontare la questione più importante; la sua malattia, causa di questa mia presenza.
Ancora una volta è il professore che riprende; forse spera di aiutarmi. Si è creata una situazione che non riesco a controllare; tutto questo è devastante, non riesco ad accettarlo. Poi mi dico che è lui il paziente, ho il dovere di ritrovare almeno una parvenza di professionalità.
Vedo che il professore ha ripreso a scrivere.
-Quelle, ognuno le affronta come può e, a volte, riesce anche a sopravvivere; ma a quale prezzo?
Continuo nel mio mutismo e sorrido; che stupido atteggiamento penso ma non so come reagire; mi muovo sulla sedia, cerco di darmi un contegno ma vorrei fuggire, sì fuggire.
Mi sento senza reazioni possibili; ma è solo un momento. Devo reagire, andare diritto al punto.
–Professore…lei cosa pensa delle cure che sta subendo; sì, ho detto subendo. Vorrei sapere, se può, dirmi quanto è consapevole di questo trattamento rispetto al suo stato.
Sudo; quest’ultima domanda ha annullato ogni mia residua forza.
–Vuole sapere se soffro? No, in realtà le sofferenze fisiche sono minime ma…le confesso… quelle psicologiche, sono insopportabili; sono convinto che sia immorale lasciarmi in questo stato.
Vede qui, davanti a lei un essere umano? mi dica.
Ormai sono solo un esperimento. Forse dal mio stato qualcuno trarrà un beneficio, chissà, mi piace crederlo.
Il ticchettio, metallico, è insopportabile. una macchina che parla non può suscitare alcun sentimento. Lo ammetto, non mi sono mai sentito così incapace di dominare la situazione. L’autorevolezza del professore, la dignità, la sua stessa storia personale meritano rispetto ed io non so come continuare.
La porta si apre rumorosamente ed una folata di vento e, voglio pensare, di vita, entra con una ragazzina la quale si avvicina e bacia la mano del professore.
–Ciao nonno; vado a scuola, ci vediamo quando torno, ricordati che dobbiamo finire il libro che stiamo leggendo.
La mano del professore si muove e le dita formano, nell’aria, strani segni; certo un linguaggio cifrato noto solo a loro due.
–Certo, dice, grazie, buona giornata anche a te– poi esce e con lei dalla stanza va via anche ogni inutile illusione di vita.
Sorrido; il professore mi guarda e poi riprende a digitare.
–Ecco, leggo sullo schermo, vorrei vedere questa piccola crescere, scoprire, nei suoi occhi, le prime gioie d’amore e poi…chiederò di lasciarmi andare.
Col capo faccio appena un cenno.
–Certo, capisco il suo pensiero professore anche se non saprei dirle quanto tutto questo contrasti con la mia etica professionale ma…pure… balbetto nel tentativo, vano, di trovare un appiglio, un argomento che possa riportare il professore in una sfera di sentimenti a lui più vicini; vorrei chiedergli di questa sua nipotina, forse per lui l’unico motivo di vita, ma non riesco a trovare le parole giuste, temo di cadere nei luoghi comuni; ormai tutto il protocollo terapeutico, per quanto predisposto con molta cura, finisce per risultare una stanca ed inutile recita. Mi sono distratto seguendo i miei pensieri e ora vengo richiamato da un leggero soffio, un sibilo che cresce diventando un gorgoglio. Non faccio in tempo ad alzarmi per chiedere l’intervento di qualcuno; la porta si spalanca e, veloce, entra il suo assistente.
–Per favore, si accomodi fuori, la richiamo io dopo.
Nell’ingresso trovo la moglie del professore, seduta; mi guarda con una malinconia che non aspetta parole di conforto.
–Venga, si sieda qui, vicino a me. Quando si emoziona succede che il tubo si ingolfa; forse è un pianto che non riesce ad uscire, chissà; lui adora questa nipotina e pretende di vederla ogni mattina. Lei, del resto, è una ragazzina molto giudiziosa; passa molto tempo con lui; dice che, con tutte quelle lucine, il nonno è un astronauta e che lei lo sa che un giorno andrà nella luna ma lei non piangerà. A volte penso che non sia giusto alla sua età assistere a tutto questo dolore; ma anche lei, sa, vuole incontrare il nonno. I medici dicono che per mio marito sono momenti di felicità, non abbiamo nessun diritto di privarlo. Ecco, credo che il ragazzo abbia finito, se vuole può entrare.
Sono perplesso e, forse, il mio volto tradisce questo mio stato d’animo.
Ci ha raggiunti l’assistente.
–Ora se vuole può rientrare; faccia attenzione, il professore si è appisolato.
–Se preferisce venire un altro giorno, la capisco, completa la donna.
–Ecco, sì, semmai dica al professore che ho bisogna di ritornare in sede ma che ritornerò; naturalmente telefonerò prima.
–Certo, non si preoccupi; ha ragione, ora, è meglio lasciarlo riposare.
Sulla strada, un leggero vento spande nell’aria un profumo dei giardini vicini. Questo evidente segno della vita che continua è osceno, non posso accettarlo; ma è la realtà.
Fermo un taxi che passa e vado via.
Foto di un ospedale da pexels
L’AUTORE
Già professore ordinario di storia dell’architettura all’università Federico II, autore di saggi, racconti e pubblicazioni collettive, Francesco Divenuto offre a lettrici e lettori un nuovo racconto dal titolo “Vita”, riflessioni sul diritto di chi si ammala a non perdere la dignità di essere umano.







