Il 2020 è stato un anno particolare, che speriamo di lasciarci presto alle spalle. Ma verso il volgere di quest’anno cadono due anniversari molto importanti per la storia del nostro Paese, che rischiano di passare sottotraccia. Parliamo della strage di piazza Fontana, che si verificò il 12 dicembre 1969 provocando 17 morti e 88 feriti, e della strage del treno rapido 904, accaduta il 23 dicembre 1984, che provocò 16 morti e 267 feriti. In questo articolo, diviso in due puntate, ci si propone di spiegare l’importanza di questi eventi, ricostruirne la cornice storica e fornire delle possibili chiavi di lettura di episodi apparentemente slegati fra loro che, invece, hanno una medesima cabina di regia.
Un mondo diviso a metà
Gli anni sessanta del secolo scorso registrarono diversi mutamenti di notevole rilevanza sul piano internazionale e sociale. Furono gli anni in cui la gran parte dei paesi africani conquistò la propria indipendenza dal colonialismo europeo.
L’Egitto decise di schierarsi nell’orbita dell’Unione Sovietica, così come l’Algeria e moltissimi altri. La neonata repubblica di Cuba, capeggiata da Fidel Castro e dai suoi barbudos, divenne una spina nel fianco degli Stati Uniti d’America portando avanti politiche di nazionalizzazione di banche e industrie ed espropriando i latifondi delle grandi compagnie americane.
Per non parlare del Vietnam, in cui la guerriglia marxista aveva cacciato il colonialismo francese e minacciava le truppe d’occupazione americane. In questo scenario, guardando ai paesi europei dell’area Nato, Kennedy aprì a una partecipazione dei partiti socialisti ai governi. L’indicazione ebbe delle ripercussioni anche in Italia, perché da lì in avanti presero forma i primi esecutivi di centro-sinistra. La tal cosa seminò il panico nelle classi dirigenti italiane, che erano ossessionate dall’idea che socialisti e comunisti potessero entrare nelle stanze dei bottoni. Incominciò così a radicalizzarsi il progetto di minare alla base le istituzioni della giovane Repubblica italiana, scaturita dalla Resistenza antifascista, per impedire l’avanzata delle sinistre.
Il decennio caldo in Italia
Nel nostro Paese, gli anni Sessanta si inaugurarono con Ferdinando Tambroni, che formò un governo monocolore della Democrazia Cristiana[1] con l’appoggio esterno del Movimento sociale italiano[2].
Fu la prima volta nella storia della Repubblica che i neofascisti risultarono determinanti per la formazione di un esecutivo. La cosa provocò un forte risentimento fra i partiti di sinistra, i sindacati e le organizzazioni antifasciste, che spinsero alla mobilitazione di massa con manifestazioni e scioperi in tutta Italia. Il malcontento popolare sfociò in aperta rivolta nel momento in cui, sul finire del giugno 1960, l’Msi decise di organizzare il proprio congresso nazionale nella città di Genova, insignita di Medaglia d’oro al valore militare per la Resistenza.
Venne chiamato a presiedere l’evento Carlo Emanuele Basile, già esponente della Repubblica di Salò[3] e noto come torturatore di antifascisti e partigiani. La reazione da parte del mondo antifascista non si fece attendere.
La sollevazione venne diretta dai comandanti partigiani e dalle organizzazioni della classe operaia. Tanta e tale fu la forza degli insorti che si verificarono forti scontri con le forze dell’ordine, che furono costrette a ripiegare. I fascisti annullarono in fretta e furia il proprio congresso, abbandonando la città. Da quell’episodio, la protesta dilagò in tutto il Paese. Si registrarono morti e feriti dalla Sicilia a Reggio Emilia. Infine, il governo Tambroni cadde.
Gli anni successivi si contraddistinsero per l’ascendente protagonismo operaio nella vita d’Italia. Sorsero nuove soggettività politiche e sociali, come il movimento femminista e quello studentesco. Si giunse al 1968 con una dilagante presa di coscienza di massa.
Si rivendicavano non solo migliori condizioni di vita, ma maggiore democrazia nei luoghi di lavoro, controllo operaio sulla produzione in fabbrica, riforme nel campo della sanità e delle pensioni, scolarizzazione di massa, diritto alla casa. L’anno seguente, il 1969, registrò un’elevatissima conflittualità sociale. Basti considerare che dalle 74 milioni di ore di sciopero del ’68 si passò a 302 milioni di ore nel ’69.
Fu il famoso “autunno caldo” cui i neofascisti e gli apparati militari del nostro Paese non giunsero impreparati, ma forti di una lunga incubazione che porterà alle stragi di massa, figlie di ben precise direttive di una «guerra psicologica» contro il marxismo e la sua diffusione.

Anni Settanta. Manifestazione antifascista

La riorganizzazione della destra eversiva
In seguito ai fatti di Genova del 1960 dalla parte del neofascismo si incominciò a ragionare sulla sconfitta. Nacque un intenso dibattito su diversi organi dell’estrema destra, il cui più rilevante di quel periodo fu L’italiano di Pino Nettuno Romualdi, già vice-segretario del Partito Nazionale Fascista ai tempi di Salò e co-fondatore, assieme a Giorgio Almirante, del Movimento Sociale Italiano – Destra Nazionale.
Questa rivista ospitò l’intervento di Julius Evola, vero e proprio capostipite del pensiero nazista in Italia, che chiosò questo dibattito suggerendo al neofascismo di abbandonare i rancori verso gli anglo-americani e unire le forze per difendere il bastione occidentale europeo dall’avanzata del bolscevismo.
Nel dire questo, Evola elencò scrupolosamente una serie di linee guida, fra cui il penetrare nei gangli dello Stato, il convertire alla “causa” alcuni settori militari – l’Arma dei Carabinieri, il corpo dei Paracadutisti dell’Esercito e altre forze speciali – al fine di prepararsi alla fatidica “ora X”.
I gruppi dell’estrema destra, sparpagliati e allo sbando, iniziano a riorganizzarsi e raccogliere armi. Nacquero diverse organizzazioni clandestine che divennero tristemente note: l’Ordine Nuovo, che seminò il terrore nel Triveneto, di Franco Freda e Carlo Maria Maggi; Avanguardia Nazionale di Stefano Delle Chiaie; Europa civiltà di Loris Facchinetti; Movimento Azione Rivoluzionaria di Carlo Fumagalli e Gaetano Orlando.
Tutte queste organizzazioni divennero il braccio operativo di quella che il giornalista inglese dell’Observer, Leslie Finer, definì il 7 dicembre 1969 – a cinque giorni dalla strage di piazza Fontana – come strategia della tensione, la cui cabina di regia fu lo Stato maggiore dell’Esercito italiano con l’appoggio di servizi segreti, classe industriale, criminalità organizzata. Il tutto sotto l’egida della Nato[4], che promosse diversi convegni per diramare le linee direttrici che avrebbero sconfitto il comunismo.
Il partito del golpe
Dal 3 al 5 maggio del 1965 si tenne a Roma un emblematico incontro, che passò alla storia. L’hotel Parco dei principi ospitò il “Convegno sulla guerra rivoluzionaria” promosso dall’Istituto di Studi Militari Alberto Pollio, la cui mente occulta era il Capo di Stato maggiore della difesa, Giuseppe Aloia.
L’incontro riunì i principali capi delle anime nere del nostro Paese, ma a presiederlo c’erano alti ufficiali dell’Esercito e dei corpi speciali. In particolare, la direzione operativa del tavolo di confronto venne affidata al tenente-colonnello Adriano Magi Braschi, responsabile per lo stato maggiore dell’Esercito della sezione “Guerra psicologica”.
L’incontro passò alla storia per un caso fortuito: un cineoperatore della settimana Incom[5], che si trovava di passaggio nell’albergo per un altro servizio, riprese una ventina di volti seduti attorno al tavolo in cui si discuteva del salto di qualità della destra eversiva italiana.
I punti essenziali di quell’incontro divennero noti, come i personaggi che vi presero parte. Ma vi furono numerosi altri convegni e incontri, la maggior parte clandestini, in cui ai neofascisti si affidò il lavoro sporco, ma la direzione strategica rimase saldamente sotto controllo dei militari.
La strategia della tensione fu una vera e propria guerra psicologica rivolta contro la popolazione civile, al fine di terrorizzare l’opinione pubblica e creare il terreno per torsioni autoritarie e un eventuale golpe militare.
L’obiettivo era combattere la diffusione delle idee sovversive che si propagavano rapidamente fra le masse tramite organizzazioni politiche e sociali della sinistra, ma anche attraverso la musica, la moda, la cultura.
Bisognava prepararsi alla de-sovietizzazione dell’Italia in ogni modo, soprattutto ricorrendo alla forza. L’incubazione delle stragi di massa, dunque, non fu un incidente di percorso nei cosiddetti “anni di piombo”, ma venne voluta, cercata, pianificata, coperta da un settore rilevante delle istituzioni democratiche e degli apparati dello Stato.

Milano, piazza Fontana. 17 formelle ricordano le vittime della strage fascista.

Bombe per spostare a destra il Paese
La prima strage di massa si verificò alle ore 16:37 del 12 dicembre 1969, presso la sede della Banca nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana a Milano.
Un ordigno venne fatto deflagrare e produsse la morte di 17 persone e 88 feriti, fra cui fittavoli, braccianti agricoli, commercianti di bestiame, impiegati. Quello fu l’attentato terroristico più grave della storia repubblicana, ma non fu propriamente il primo.
Secondo le indagini condotte in quegli anni da funzionari del Ministero degli Interni, il 1969 fu l’anno in cui si produsse la media di un attentato ogni tre giorni. Il 25 aprile si erano già registrati due attentati a Milano, uno alla Fiera campionaria e l’altro presso la stazione centrale all’Ufficio di cambio. Vi erano stati feriti e danni, ma nessun morto.
Nel mese di agosto si verificarono dieci attentati sui treni in tutto il Paese, di cui ben otto vennero messi a segno. L’episodio più significativo, che aveva accompagnato questo crescendo di atti terroristici, si verificò il 4 ottobre a Trieste, in occasione della visita in Jugoslavia del Presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, che incontrò il Presidente della Repubblica socialista federale jugoslava, Josip Broz “Tito”.
In quella circostanza venne rinvenuto un ordigno sul davanzale di una scuola elementare slovena contenente 5,7 kg di gelignite[6]. I periti tecnici rivelarono che la bomba, rimasta inesplosa a causa di un malfunzionamento delle batterie, aveva circa il doppio della potenza dell’ordigno che successivamente deflagrò a Milano.
La cosa singolare è che non vennero individuati i responsabili di quell’episodio, se non il venditore del temporizzatore dell’ordigno che fece i nomi di tutti gli esponenti di Ordine Nuovo, da Delfo Zorzi a Carlo Maria Maggi. La sua denuncia non venne ritenuta credibile e, in compenso, venne recluso per cinque anni in prigione.
La cellula di Ordine Nuovo, che falcidiò fra gli anni ’60 e ’70 il Veneto con una lunga scia di attentati, usufruì del supporto logistico della filiale milanese de “La Fenice” per l’attentato in piazza Fontana.
Le prime indagini vennero indirizzate sul movimento anarchico. In particolare, venne fermato e tradotto in Questura il ferroviere e partigiano Giuseppe Pinelli, esponente del Circolo “Ponte della Ghisolfa”.
Trattenuto in stato di fermo per oltre 48 ore, la notte fra il 15 e il 16 dicembre Pinelli cadde nel vuoto dal quarto piano degli uffici della Questura. Gli inquirenti archiviarono il caso classificandolo come “suicidio”. Da un’ampia contro-inchiesta condotta dal periodico di Lotta continua[7], emerse non solo che le tracce seminate al Banco nazionale dell’Agricoltura conducevano alla pista neofascista, ma che Pinelli era stato individuato come responsabile dell’accaduto con una vera e propria operazione di depistaggio condotta dai funzionari della Questura, che liquidarono l’anarchico spingendolo dalla finestra.
L’opinione pubblica si convinse di un ruolo giocato dal commissario Luigi Calabresi nell’intera vicenda. Qualche anno dopo, nel 1972, Calabresi trovò la morte in un attentato dalle circostanze mai realmente chiarite. Vennero ritenuti responsabili Ovidio Bompressi e Leonardo Marino, all’epoca entrambi militanti in Lotta continua. La strage di piazza Fontana, tuttavia, non riuscì nell’intento di spostare a destra l’opinione pubblica. Al contrario, per certi versi, la radicalizzò a sinistra, costruendo un’imponente mobilitazione a difesa delle istituzioni scaturite dalla Resistenza.

1969. Funerali dell’anarchico Giuseppe Pinelli , morto nella Questura di Milano. [Tutte le immagini fanno parte dell’Archivio del movimento operaio e antifascista milanese, che si ringrazia per l’amichevole collaborazione]

La strategia della tensione
Dopo Milano, seguirono altri efferati episodi. Di seguito, elenchiamo i più emblematici, che sono soltanto una selezione della lunghissima scia di attentati che si verificarono in Italia a opera di organizzazioni neofasciste:

  • La strage di Gioia Tauro (RC) del 22 luglio 1970, che provocò il deragliamento del Treno del Sole e la morte di 6 persone e 139 feriti;
  • Il Golpe Borghese fra l’8 e il 9 dicembre 1970, che fu un tentativo di colpo di Stato organizzato dal principe Junio Valerio Borghese e il suo Fronte Nazionale, in stretto rapporto con membri di Avanguardia Nazionale, vertici militari e dei servizi segreti;
  • La strage di Peteano, in Friuli Venezia Giulia, messa in opera da Vincenzo Vinciguerra militante dell’Ordine Nuovo, che provocò la morte di tre agenti e il ferimento di altri;
  • La strage di Piazza della Loggia a Brescia, dove il 28 maggio 1974 deflagrò un ordigno durante un comizio sindacale, provocando 8 morti e 103 feriti. Dopo decenni di processi e indagini, il 16 novembre 2010, la Corte d’assise di Brescia ha assolto, per non aver commesso il fatto, tutti gli imputati: gli ordinovisti Carlo Maria Maggi e Delfo Zorzi, l’ex generale Francesco Delfino, il neofascista Pino Rauti e l’ex collaboratore del SID, Maurizio Tramonte, lasciando così la strage impunita. La Corte di Cassazione, nel 2014, ha confermato l’assoluzione di Zorzi, ma ha annullato quella nei confronti di Maggi e Tramonte, per cui doveva essere istruito un nuovo processo;
  • La strage dell’Italicus, verificatasi il 4 agosto 1974, quando una bomba ad alto potenziale posizionata sul treno Italicus esplose all’altezza di San Benedetto Val di Sambro, in provincia di Bologna, provocando 12 morti e 48 feriti. Inizialmente rivendicata dall’organizzazione neofascista Ordine Nero Nella sentenza del tribunale di Bologna che giudicò i neofascisti implicati nella strage, venne scritto come la P2 svolse un’opera di istigazione agli attentati e di finanziamento nei confronti della destra extraparlamentare toscana;
  • La strage alla stazione di Bologna, avvenuta il 2 agosto 1980, con l’esplosione di una bomba posizionata nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione, che provocò 85 morti e 200 feriti. Nel 1995, vennero condannati come esecutori materiali con sentenza definitiva i componenti dei Nuclei Armati Rivoluzionari, Giuseppe Valerio FioravantiFrancesca Mambro e Luigi Ciavardini. Vennero poi condannati per il depistaggio delle indagini i massoni Licio GelliFrancesco Pazienza e i due ufficiali del servizio segreto militare, il generale Pietro Musumeci ed il colonnello dei carabinieri Giuseppe Belmonte, entrambi iscritti alla loggia massonica P2.
    L’ultimo episodio di questo terribile elenco è la strage del Rapido 904. Il 23 dicembre 1984, una bomba esplose sul treno 904 Napoli-Milano, nei pressi della Grande galleria dell’Appennino, tra Vernio e San Benedetto Val di Sambro, nella stessa zona dove dieci anni prima si era verificato un altro attentato.
    L’esplosione provocò la morte di 16 persone e il ferimento di altre 267. Sul treno vi erano molti napoletani e meridionali che avevano parenti al Nord e partivano da Napoli per trascorrere le festività con le loro famiglie.
    Il 24 novembre 1992, la Corte di Cassazione, confermando la sentenza di colpevolezza nei confronti degli imputati, acclarò la matrice terroristico-mafiosa dell’attentato. Un attentato che, come vedremo, vide il coinvolgimento di organizzazioni neofasciste, clan camorristici e settori deviati dei servizi segreti.

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[parte 1 di 2. continua]

LETTURE CONSIGLIATE: Saverio Ferrari, La strage di piazza Fontana, RedStarPress, 2019.

NOTE


[1] La Democrazia Cristiana (abbreviata in DC e soprannominata Balena bianca) è stato un partito politico italiano di ispirazione democratico-cristiana e moderata, fondato nel 1943 e attivo per 52 anni, sino al 1994. Espresse numerosi Presidenti del Consiglio. Fu il partito più votato nel corso della Prima Repubblica, con l’eccezione delle elezioni europee del 1984 dove il Partito Comunista d’Italia riuscì a sorpassarlo.

[2] Partito neofascista fondato da Giorgio Almirante, Pino Romualdi e altri esponenti della Repubblica di Salò, erede del ventennale regime di Benito Mussolini.

[3] La Repubblica Sociale Italiana, anche conosciuta come Repubblica di Salò, fu il regime, esistito tra il settembre 1943 e l’aprile 1945, voluto dalla Germania nazista e guidato da Benito Mussolini, al fine di governare parte dei territori italiani controllati militarmente dai tedeschi dopo l’armistizio di Cassibile. Questo stato satellite della politica di Adolf Hitler organizzò reparti militari con avanzi di galera e nostalgici del regime per scatenare la guerra civile, compiendo delazioni, rappresaglie, stupri, torture, stragi contro le popolazioni che prestavano sostegno alla Resistenza.

[4] L’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (in inglese North Atlantic Treaty Organization, in sigla NATO) è un’organizzazione internazionale fondata il 4 aprile 1949 con lo scopo di contrastare l’Unione Sovietica ed i suoi alleati nel caso di una nuova guerra mondiale. Fino alla dissoluzione dell’URSS, fu una delle massime istituzioni della “guerra fredda”.

[5] Cine-giornale italiano, distribuito settimanalmente nei cinema dal 1946 al 1965.

[6] La gelignite, detta anche gelatina esplosiva o jelly, è un esplosivo a base di cotone collodio (nitrocellulosa) dissolto in nitroglicerina o nitroglicole e miscelato con polpa di legno e nitrato di potassio (nitrato di sodio o nitrato di potassio). Fu inventato nel 1875 da Alfred Nobel, già inventore della dinamite.

[7] Lotta Continua fu una delle maggiori formazioni della sinistra extraparlamentare italiana, di orientamento comunista rivoluzionario e operaista, sorta tra la fine degli anni sessanta e la prima metà degli anni settanta del secolo scorso.

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