Ecco la nuova foto proposta dalla rubrica mensile Bambini e Musei ispirata da un progetto di Luigi Filadoro. Nelle vecchie cucine della Certosa e Museo di San Martino, di fronte al Refettorio nel bel mezzo del corridoio costruito dal Fanzago per unire il Chiostro dei Procuratori con il Chiostro Grande, la sezione presepiale illustra la magnificenza e l’abilità di un artigianato che a Napoli ha assunto dignità artistica e continua ancora oggi a sorprendere con invenzioni e personaggi dell’attualità che ogni anno si aggiungono alla variegata folla di pastori. Il testo  che segue Il testo è tratto dalla guida “ La sezione presepiale, Certosa e Museo di San Martino” pubblicata a giugno 2018 e realizzata con illustrazioni e testi dei bambini delle classi V B e V C del 38° Circolo Didattico di Napoli “G. Quarati” con le docenti Caterina Petrocelli, Annamaria Longobardi, Chiara Campanile, Giuseppina Cappelli.

«La sezione presepiale di San Martino si divide in otto sale; nelle prime due ci troviamo di fronte delle statue molto belle, antiche, dorate ed eleganti. I due personaggi inginocchiati che vediamo in diversi gruppi di sculture dipinte sono la Vergine e San Giuseppe. (…) notiamo una grande scena con una ventina di figure grandi quasi a grandezza naturale che proviene dalla Chiesa di San Giovanni a Carbonara. E’ un presepe fatto dagli scultori Pietro e Giovanni Alamanno verso la fine del 1400 che era composto da più di quaranta figure ma a noi sono arrivate solo quelle che vediamo.
Ci sono angeli e altre figure che stanno vicino alla scena principale e ci sono sembrati molto teneri la Madonna e San Giuseppe che guardano assorti il Bambino (che non c’è!) (…). Qui c’è un bellissima statua in cui Maria riposa solitaria e assorta; è una scultura trecentesca (1320-1325) in legno policromo, donata alle suore del convento di Santa Chiara dalla regina Sancia de Maiorca , moglie del re Roberto d’Angiò.
Il letto su cui riposa la Vergine è abbellito da un lenzuolo con decorazioni a fasce di disegni geometrici, e la statua è di legno colorato (…).
Ci sono altri due gruppi di legno policromo dello stesso periodo che ritraggono San Giuseppe e la Madonna. Sono sculture di Pietro Alamanno e Giovanni da Nola e provengono da due Chiese diverse. Il gruppo di Giovanni da Nola faceva parte di una scena dell’altare maggiore di una Chiesa distrutta e che non c’è più, la Chiesa dei Falegnami.  Le due figure sono a “rilievo” cioè sporgono da un fondo piano e non ci si può girare intorno come le altre statue, che si dicono “a tuttotondo”. Continuando nelle altre sale del museo si vedono scene e pastori bellissimi proprio come quelli che vediamo nelle nostre case nel periodo natalizio!
Notiamo subito che la grandezza delle statue è diversa. Tra il 1400 e il 1700 il presepe cambia molto e diventa come noi lo conosciamo, i pastori diventano molto numerosi con l’inserimento di nuovi personaggi, alti 35-40 centimetri e le scene sempre più suggestive. Il presepe napoletano diventa artistico e non c’è famiglia benestante che non ne possiede uno; nascono anche concorsi per premiare il presepe più fantasioso, più originale e più ricco. Le famiglie fanno visita ai presepi altrui, che si costruiscono prima di Natale e vengono smontati il 2 febbraio, giorno della Candelora.
Pare che anche il re Carlo di Borbone amasse passare il tempo a costruire le scenografie per il suo presepe e la regina Amalia a cucire e ricamare vesti per i pastori.
Artisti affermati danno il loro contributo: gli scenografi studiano effetti di luce e luccichii sorprendenti, i musicisti compongono cantate e novene da eseguire davanti ai presepi, i pittori preparano bozzetti e fondali per le ambientazioni, gli scultori e i modellatori plasmano nuovi personaggi molto espressivi, i sarti confezionano piccoli abiti molto preziosi per vestire le statuine.
Dal 1700 in poi i pastori sono snodabili e manovrabili perché non vengono più scolpiti nel legno, ma con il corpo di stoppa annodato su un’anima di fil di ferro, la testa e gli arti in terracotta scolpita e colorata (…).
I mandriani e gli animali sono i primi personaggi che incontriamo. Sono uomini semplici, con vestiti umili e la borraccia di cuoio a tracolla, una coperta sulle spalle e il giacchetto di lana.
Hanno visi molto espressivi e anche molte rughe e si capisce che fanno un lavoro molto faticoso e sono esposti al freddo per badare ai loro animali (…).
Il re Carlo di Borbone (e poi suo figlio Ferdinando) oltre a costruire presepi con piacere governa e fa molte cose per i più poveri, soprattutto per i contadini e gli allevatori.  Sviluppa allevamenti di bestiame e aziende agricole nelle tenute di campagna vicino Napoli e importa molte razze di mucche, pecore e capre che si incrociano con le razze locali e danno vita a nuove varietà di animali. Ne troviamo moltissimi, con manti e pelature particolari e modellati con molta precisione. Capre, mucche e pecore accoccolate per terra a riposare, da sole o in gruppi compatti e raccolti a cercare tepore reciproco, che guardano i visitatori con espressione tenera e affettuosa dalle vetrine illuminate del museo (…).
L’Oriente è presente nella scena della Natività con i tre Re Magi e il fastoso corteo che li accompagna.
Nel settecento, quando il presepe ha la sua massima espressione, si diffonde la moda e il gusto per l’orientalismo; il re Carlo di Borbone stipula il Trattato di Costantinopoli nel 1741 con l’Impero Ottomano e ospita presso la sua corte l’ambasciatore straordinario del Sultano. Lo sfarzo delle vesti e degli alabardi, l’armamento dei suoi cavalli, i doni esotici del Sultano al Re, tra cui un elefante dalla zanna spezzata, giraffe e scimmie, le feste e le sfilate di carri trionfali organizzate in città offrono ai napoletani l’immagine di un mondo incantato.
Fantasticando suoni e colori orientali ci perdiamo nelle stanze del museo e  incontriamo delle vetrine che si possono guardare da tre lati, dette scarabottoli, con altre scene di presepi.
Contengono la collezione di pastori che gli avvocati Pasquale Perrone e Eduardo Ricciardi hanno donato al Museo (…).
Per concludere incontriamo il presepe Cuciniello che prende il nome da Michele Cuciniello, un architetto napoletano che visse nel 1800, collezionista di pastori del ‘700. (…).
Lo scoglio del presepe Cuciniello è diviso in tre parti, che corrispondono ai tre episodi tradizionali della storia del presepe: il luogo dell’annuncio ai pastori, la Natività, la taverna. La Natività è ambientata tra le rovine di un tempio romano, sormontato dagli angeli; l’annuncio ai pastori, ambientato tra capanne di pastori sorpresi dall’improvvisa comparsa dell’angelo annunciante; la taverna, una casa a due piani con le vivande e i clienti che l’affollano. Nel presepe ci sono 173 personaggi umani, 7 maiali, un coniglio, 2 scimmie, 10 cavalli, 42 angeli e più di 300 piccoli oggetti di ornamento. Il presepe è dotato di un impianto di illuminazione che simula l’alternarsi di alba, giorno, tramonto e notte. Fu inaugurato il 28 dicembre 1879».

 

 

IL PROGETTO DI LUIGI FILADORO
 Bambini e Musei è un’iniziativa di Luigi Filadoro per associazione culturale étant donnés che promuove da molti anni percorsi e laboratori finalizzati ad un coinvolgimento concreto e protagonista dei bambini nel patrimonio culturale e artistico, guardando al museo e alle sue collezioni come campo semantico di grande valore ed eccezionale luogo di incontro.
Oltre a potenziare le abilità manuali e creative, il principale obiettivo è promuovere un diritto di inclusione e di cittadinanza intesi come interpretazione, appartenenza e partecipazione alla dimensione storico artistica e culturale che, dal proprio territorio inteso come esperienza e stratificazione complessa di segni e di rimandi, va oltre e diventa metodo e chiave di lettura della complessità, della pluralità e della differenza che ci circonda.
I lavori sono stati realizzati attraverso varie fasi: osservando le opere e realizzando in situazione una copia dal vero, perciò confrontandosi con le difficoltà di “ordinare” in forma grafica qualità percepite attraverso la forma artistica; rielaborando i loro stessi disegni attraverso un collage di carte colorate, con una tecnica suggerita da Depero e dai Futuristi; partecipando, con l’ausilio delle tecnologie e di semplici programmi per l’editing, alla costruzione dello “spazio pittorico” che caratterizza ogni singolo lavoro, frutto di collaborazione di classi intere o gruppi- classe; Attraverso una concreta partecipazione e grazie alla collaborazione dei Servizi educativi dei Musei, sono stati prodotti poster e guide, mettendo quindi i bambini e i ragazzi in una dimensione fortemente comunicativa rispetto ai loro elaborati e partecipando al punto di vista di ipotetici fruitori.
Il progetto “Bambini e Musei” è nato con finalità inclusive e di integrazione, nelle attività curricolari, di bambini e ragazzi diversamente abili e ha avuto inizio al MANN Museo Archeologico Nazionale di Napoli.
L’arte è per sua natura polisemica, portatrice di linguaggi eterogenei e temi universali declinati con modalità differenti, comprende modalità di espressione varie e interconnesse. Perciò è sempre incontro con l’alterità, con l’altro da sé e offre la possibilità di un discorso e un approccio interculturali.
Il museo è luogo privilegiato di dialoghi e relazioni: tra le opere che formano la collezione e tra il fruitore e le opere, in una dimensione di reciproco accrescimento.

PROSSIME PUBBLICAZIONI:

“Autoritratto come San Gennaro” dall’affresco Ave Ovo di Francesco Clemente al Museo Madre di Napoli
La locomotiva Bayard del Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa

 

 

PRIMA FOTO DELLA RUBRICA/
Piccoli artisti crescono disegnando la dea Artemide, vibrante di luce

Artemide Efesia| ilmondodisuk.com
Artemide Efesia realizzata dai bambini coinvolti nel progetto

19 novembre 2018
Ecco Artemide.
Il disegno che pubblichiamo è stato realizzato da bambini del 69° Circolo iidattico di Napoli “S. Barbato” nei mesi di aprile e maggio 2017 nell’ambito del progetto in rete Tutti uguali ma tutti diversi attivato dall’IC “46° Scialoja Cortese” in qualità di capofila. I bambini, in una visita alla collezione farnese del Museo Archeologico Nazionale di Napoli si sono soffermati sulla singolare statua di Artemide Efesia.
Copia romana del secondo secolo dopo Cristo, realizzata con materiali diversi, fu ritrovata nella residenza imperiale di Villa Adriana a Tivoli e fu successivamente trasferita da Roma a Napoli dove venne esposta per la prima volta. E’ una delle copie della statua di culto di Artemide venerata nel periodo ellenistico (IV-II° sec. a.C.) nel santuario di Efeso, un tempio enorme considerato dagli antichi “Una delle sette meraviglie del mondo”.
Efeso è una città greca attualmente in Turchia sulle coste dell’Egeo che fu importante e ricco centro di scambi commerciali.  La dea è raffigurata in una posizione rigida e dritta e protende le braccia; sul capo ha un alto copricapo cilindrico (polos), a forma di torre con porte ad arco, ai lati del quale emerge un disco, decorato con quattro protomi di leoni alati per parte; il busto regge quattro file di scroti dei tori a lei ritualmente sacrificati, anche interpretati come mammelle, come simbolo di fecondità; sulle gambe la veste aderente è ornata, nella parte anteriore, da protomi di leoni, tori e cavalli alati, all’interno di cinque riquadri sovrapposti; la statua appare ornata da numerose raffigurazioni di elementi naturali e che rappresentano la simbologia legata alla dea.
La presenza di queste sacche, mammelle o scroti di toro, ha avuto molte interpretazioni. Una di queste considera gli oggetti in questione offerte di miele, contenuto in semplici budelli, che i devoti usavano appendere al collo della statua di culto in una versione statuaria più arcaica e realizzata in legno scuro.
Tra gli animali domestici rappresentati sul vestito della dea, infatti, compaiono molte api, donatrici agli uomini dell’epoca dell’unica fonte di zuccheri concentrati. Successivamente, nella versione in marmo, ha conservato queste sacche votive che sono state scolpite come parte integranti della dea.
Artemide, figlia di Zeus e di Leto (o Latona), era considerata l’incarnazione della natura, rappresenta la natura estiva e vibrante di luce. Come suo fratello gemello Apollo, anche Artemide è lontananza e purezza, Incarna la natura incontaminata quindi era una dea vergine e così veniva descritta anche nell’inno omerico a lei dedicato: Artemide pure, la rumorosa dea dal fuso d’oro mai cedette all’amore di Afrodite, dal dolce sorriso.
Artemide così come la natura è ritrosa. Artemide era anche molto vendicativa se trascurata o disturbata nelle sue attività, e in quanto vergine, protettrice della castità; proteggeva le ninfe al suo seguito, ma non esitava a scacciarle se si lasciavano sedurre, inoltre procurava alle donne le doglie del parto e la febbre puerperale, ma contemporaneamente le assisteva nel parto.
Infatti, subito dopo essere nata, fa da ostetrica e assiste la madre nella nascita di Apollo, suo gemello; come ostetrica veniva invocata coi nomi di Locheia e Orsilochia ma, oltre a farli nascere, la dea si prendeva cura dei bambini anche occupandosi di insegnare a curarli ed educarli.