Pubblichiamo di seguito la seconda e ultima puntata del nuovo racconto di Francesco Divenuto, “L’ultima scelta”. Un racconto che ci fa riflettere sulle case di riposo, spesso un parcheggio per gli anziani espulsi dal ciclo vitale famigliare. Tutto parte dalla fine: il triste epilogo della vita di un uomo, padre/suocero/nonno: la famiglia si rivolge a un avvocato per fare luce sulla sua morte improvvisa…
SECONDA PUNTATA
La conclusione dell’incontro non è stato convincente ma ognuno dei tre sa che anche l’avvocato ha compreso il loro stato d’animo. Questa polemica sulla eventuale negligenza dei responsabili dell’albergo, non convince nessuno.
– Carlo, ecco, sì ora che mi ricordo, si chiama Carlo.
Il silenzio, pieno di disagio che regna nell’auto mentre i tre tornano verso casa, è interrotto dalla voce del giovane.
– Cosa dici Bruno, chi è Carlo?
– Sì il nonno mi ha detto che spesso, la sera, usciva con Carlo, il ragazzo delle cucine che lo portava fuori; andavano in città e poi lo riportava dopo un paio d’ore. Gli ho chiesto come faceva per non  farsi scorgere da nessuno e lui mi ha detto che dopo la cena tutti i responsabili si ritiravano nell’ala dell’edificio dove stanno gli appartamenti del personale e nessuno girava per i corridoi prima di mezzanotte.
– E ora perché ridi Bruno?
– Mi sono ricordato che una volta il nonno, ridendo,  mi ha detto: “sai sono come cenerentola, devo rientrare per mezzanotte”. 
L’allegria della situazione dura poco.
Dobbiamo trovare questo Carlo.
– Ma se è andato via, come facciamo.
Veramente hanno detto di averlo cacciato; noi adesso diciamo loro di sapere tutto quello che è successo e che li denunziamo se non ci fanno parlare con questo ragazzo.
– Non è possibile che non sappiano dove abita. E poi perché lo hanno cacciato; lo ritengono responsabile della morte di tuo padre? Che cosa ci nascondono.
Il tragitto fino a casa continua in silenzio. C’è un evidente disagio perché, anche senza confessarlo, ognuno, in cuor suo, riflette sul proprio comportamento; anche se è difficile pensare ad un’altra soluzione sa  di non aver fatto tutto quello che poteva per assistere l’anziano genitore. È il dramma della nostra società che non trova risposte convincenti.
L’accanimento contro la Casa di riposo, anche se almeno in parte giustificato, serve a nascondere, innanzitutto a se stessi, tutto questo malessere che non ha risposte possibili.
– Aspetta papà ferma, ferma. Lo riconosco, è lui.
– Ma di chi parli, Bruno.
La macchina è ancora in moto nel cortile dell’Istituto dove, il giorno dopo, sono venuti per parlare con il medico.
– Sì, ti dico che è lui; lo riconosco; un giorno l’ho visto che parlava con il nonno, è Carlo.
Un ragazzo attraversa il cortile trascinando una sacca.
– Scusi, lei è Carlo?
– Sì, perché? Ah! voi siete i parenti del colonnello, mi dispiace molto. Condoglianze.
– Ha un minuto, possiamo parlare un momento?
– Sì ma andiamo fuori; è meglio che non ci vede nessuno; questi non
Sulla strada i tre, usciti dall’auto, salutano Carlo che ha lasciato cadere la sua sacca.
– Mi è dispiaciuto molto. Io vedevo spesso il colonnello, ero suo amico. Lui mi raccontava molte cose della sua vita.
– E lei lo portava anche fuori con la macchina.
– Ah! Sapete anche questo. Ma scusate che cosa c’era di male; gli ospiti, secondo questi signori, dovevano mangiare e dormire. Molti sono veramente anziani, non si possono muovere, lo capisco ma il colonnello stava bene, era allegro, voleva continuare la sua vita.
– Forse si sentivano responsabili sa, se fosse caduto fuori, per la strada…
– No quelli non vogliono scocciature; io lo so, ne sono sicuro, a quelli più svegli davano certe pillole e li facevano dormire tutto il giorno. Il colonnello però era furbo; faceva finta di dormire e poi quando io fischiavo dal cortile scendeva e andavamo in città. Ci siamo divertiti molto.
– Ma nessuno vi vedeva? 
– La sera tutti se ne vanno; poi la mattina trovavano molte persone tutte sporche e si arrabbiavano; no, ma il colonnello no, quello era un damerino, sempre elegante. Mi era molto simpatico. Mi dispiace proprio; però io glielo avevo detto che l’acqua era troppo fredda, che non poteva fare il bagno.
– Come il bagno? Non capisco? 
Troppo tardi il ragazzo capisce di essersi spinto troppo oltre. Ora non può tacere.
– Al colonnello piaceva molto il mare e qualche volta, la sera, si faceva accompagnare giù sulla marina dove ci fermavamo un po’ di tempo. Vedevo che era felice; mi parlava della sua vita; spesso mi ripeteva il nome di una donna che per lui era stata importante: si chiamava Barbara, se ricordo bene.
– Sì, era mia madre.
– Il grande amore della sua vita. Una volta… non so se posso dirlo, l’ho visto piangere e allora, non sapendo cosa fare, gli ho stretto il braccio poi, però gli ho chiesto scusa ma lui mi ha abbracciato “Carlo, mi ha detto, ricordati di essere felice” E allora io ho scherzato ma più per farlo sorridere, non mi piaceva vederlo triste. “Io me lo ricordo, gli ho detto, ma poi chissà se la cosa funziona”. “Funziona, funziona, mi ha risposto, ma ce la devi mettere tutta”.
– Ma scusi cosa c’entra con il bagno?  
– Sì, una volta, faceva caldo anche se era tardi; “Come mi piacerebbe fare il bagno, mi ha detto. E allora, dopo qualche giorno, gli ho portato l’occorrente che poi riportavo a casa mia perché lui non poteva rientrare con questa roba.
– Ma, scusi, è stato un incosciente; a quella età; è stato un azzardo.
– Ma no, il colonnello era un nuotatore formidabile…
– Ma sì, papà, non ti ricordi. Il nonno era bravo.
– Però l’ultima volta che siamo andati al mare, l’ho visto particolarmente triste. E, all’improvviso, è entrato nell’acqua; mi sono spaventato perché era ancora vestito. L’ho chiamato, lui continuava ad avanzare; allora sono entrato anch’io in acqua e l’ho tirato via. Ma faceva resistenza come se non capisse quello che stava facendo o forse non volesse. Allora gli ho gridato “Colonnello, colonnello. Mi ha guardato e mi ha detto “Lasciami andare, qui è così bello”. Ma io ho avuto paura anche per me, che cosa avrebbero detto nell’Istituto. Ero terrorizzato, l’ho tirato via, era tutto bagnato. L’ho riaccompagnato ma non l’ho lasciato all’ingresso come facevo sempre. Piangevo, avevo paura. La mattina dopo sono riuscito ad entrare in camera sua; era a letto, aveva la febbre; però mi ha riconosciuto “Non ti preoccupare, mi ha detto, non ho parlato, questi non sanno niente”.
Sono ritornato il pomeriggio. Mi ha sorriso; parlava piano, ho capito poco, forse delirava, “sono libero, diceva, ora sono libero”. Sono scappato via. 
La mattina dopo mi hanno detto che era morto e che mi avrebbero denunziato. Qualcuno doveva averci visti insieme la sera prima. Ma io non ho colpa.
– Lei non doveva assecondarlo. Portarlo al mare è stato un errore. Gli anziani, si sa, sono come i bambini, non ragionano, fanno cose strane.
– Il colonnello era lucido. Vostro padre era soltanto triste; e se lo volete sapere, lui quella sera aveva deciso di morire, era stanco.
L’arroganza dell’uomo al ragazzo risulta intollerabile.
– E se volete ora denunziatemi pure voi, conclude il giovane.
– Sì papà; credo che Carlo abbia ragione. Il nonno ha scelto di morire. Ora capisco tante cose.
– Ma Bruno, cosa dici; ci sono delle responsabilità precise. Non possiamo far finta di niente.
– Papà ascolta; capisco il dolore e, forse, capisco di più anche il rammarico per non aver saputo cogliere i segnali del suo disagio; ma il nonno era una persona saggia, equilibrata; quando lo incontravo lui mi diceva sempre che apprezzava molto il tuo lavoro anche se ti costringeva a stare fuori casa molto tempo. Non si è mai lamentato di stare in un luogo che non amava molto. Si rendeva conto che ormai, nella nostra vita, non c’era posto per lui ed ha continuato a vivere secondo i suoi tempi facendo tutto quello che amava di più. A volte mi chiedeva di comprargli un libro o un cd particolare; poi, un giorno, mi ha detto che gli riusciva difficile ascoltare la musica perché gli altri ospiti si lamentavano e lui non sopportava le cuffie. Vedi, io credo che, lentamente, lui abbia visto ridursi i suoi spazi oltre ai suoi interessi. E allora ha deciso che era ora di staccare la spina; forse non è l’espressione giusta, così è un po’ brutale ma credo che questo sia il modo di affrontare la situazione. Come poteva, diversamente, dirci che si era stancato? Che non voleva più parlare della nonna perché la sua assenza gli era diventata insopportabile e voleva che il suo ricordo l’accompagnasse piano fino in fondo. Lui, ormai, si sentiva inutile anche a se stesso. “La mia vela, mi disse una volta, non ha più vento”.
Carlo è stato il suo ultimo amico, capisci? L’amico al quale ha voluto raccontare la sua vita ed al quale ha raccomandato, con serenità, il nostro dovere: ossia essere felici. Non angosciarti non avremmo potuto fare niente. Io sono giovane ma credo di aver capito qual è stato il più grande desiderio del nonno: avere la libertà di morire, di decidere lui senza intermediari, senza inutili medicamenti. Io credo che dobbiamo rispettare la sua volontà”.
Nessuno parla; mentre la signora piange in silenzio il papà di Bruno guarda il figlio con amore; il ragazzo ha ragione. Lui stesso ricorda quante volte il padre, dopo la morte della madre, gli aveva confessato il suo desiderio di morire “ad occhi aperti” diceva ricordando il bel libro della Yourcenar; ognuno deve poter decidere per la propria vita. Poi si rivolge a Carlo.
– Carlo, mi scusi; la ringrazio per tutto quello che ha fatto per mio padre; io non credo che questi signori faranno qualcosa contro di lei ma non si preoccupi, se dovesse aver bisogno di noi, siamo disposti a testimoniare. Permetta che l’abbracci come un figlio.
Carlo saluta piangendo; il vecchio colonnello era diventato un compagno delle sue giornate, una persona alla quale guardare con ammirazione.
– Ciao Carlo, scusa, possiamo darci del tu; credo che siamo coetanei. Grazie per tutto quello che hai fatto per il nonno.
– Grazie Carlo aggiunge la signora accarezzando il giovane. Sei un bravo ragazzo, grazie ancora di tutto.
Trascinando la sua sacca il giovane si allontana. Come ha promesso al colonnello, farà di tutto per essere felice.  
(2.fine)         


PRIMA PUNTATA

Se la vita finisce in una casa di riposo

– Buongiorno; sono l’avvocato De Rigato; la mia segretaria ha già raccolto tutti i documenti che le avete dato e mi ha fatto un riassunto del vostro caso.
Dunque, vediamo se ricordo bene: voi volete citare in giudizio la casa di riposo dove era ricoverato suo padre; è così signora?
– Veramente era mio suocero.
– Sì era mio padre -interviene l’uomo che è in compagnia della signora– e le assicuro che stava bene; almeno fino a quando lo abbiamo visto l’ultima volta.
– E quando è stata l’ultima volta?
– Beh! vediamo. È morto il cinque ottobre, almeno questa è la data che ci hanno detto per cui ad agosto eravamo fuori per le vacanze, sa, avevano accompagnato nostra figlia in Inghilterra per un corso di studi e abbiamo approfittato per fare un giro poi…
– Non credo che questo, scusa Renato, interessi all’avvocato. Ecco, credo che siamo stati da lui prima di partire, perciò sarà stato luglio.
– No, mamma. Era giugno e sono andato io solo a trovare il nonno.
Il giovane che è intervenuto completa la famiglia.
– Sì, forse hai ragione Bruno, mi confondevo.
– Scusate, riprende l’avvocato, questo è solo un particolare sul quale, se è il caso, ritorneremo dopo. Dunque lei ha visto suo nonno a giugno e ricorda in che condizioni lo ha trovato?
– Le assicuro che mio padre ha sempre goduto un’ottima salute.
– Scusi ma volevo sapere da suo figlio, che lo ha visto per ultimo, come lo ha trovato; anche psicologicamente voglio dire.
– Il nonno mi ha visto dalla finestra è mi è venuto incontro nel giardino della casa. Stava bene; semmai un po’ depresso, sa la casa non era un posto molto allegro…
– Era la migliore casa di cura della città; prima di decidere ci siamo informati; avvocato mio suocero aveva una buona pensione per cui non c’era da lesinare. E abbiamo scelto un posto molto comodo e attrezzato. Non gli mancava niente. Anche per questo ci siamo meravigliati quando ci hanno telefonato dall’Albergo, sì noi lo chiamavamo albergo e le assicuro che era meglio di un quattro stelle.
– E che cosa vi hanno detto quando vi hanno telefonato?
– Ho risposto io al telefono; era la direttrice, lo ricordo bene. Ha detto che mio padre aveva avuto un malore, che il medico, che è sempre presente, non aveva potuto fare niente.
– Ma, scusate, non capisco; voi volete far causa perché dite che c’è stata negligenza nelle cure; allora? Su che cosa basate le vostre accuse?
– Renato, l’avvocato ha ragione; se non conosce bene come si sono svolti i fatti, non può consigliarci.
Dunque avvocato, quando siamo andati abbiamo parlato con il medico, con la direttrice e con altri ospiti della struttura. In particolare uno di questi mi ha tirata in disparte e mi ha detto: “Signora, quello il colonnello, sì così lo chiamavano ma non saprei dirle perché, voleva uscire tutti i giorni e allora lo chiudevano nella sua camera. Una volta si sono pure dimenticati di aprirgli per il pranzo e quello, poverino, è rimasto digiuno. Ma quello era orgoglioso; non si lamentava mai e poi, appena poteva scappava. Ma poi ritornava e ci raccontava che cosa aveva fatto. Lui i soldi ce li aveva e allora andava a pranzo fuori; una volta mi ha raccontato che era andato pure al cinema. Ma che faceva di male, dico io, non vi pare? Però questi si arrabbiavano e allora lui aveva trovato il modo di non farsi vedere”.
Io gli ho chiesto come era possibile che nessuno lo vedesse e lui mi ha detto che si era messo d’accordo con un ragazzo delle cucine il quale quando la sera andava via, lo portava con la sua macchina in città e poi, più tardi, lo riportava; sì, perché il ragazzo aveva la chiave del cancello.
– Ma scusate, questa è solo la versione di un ospite, un giudizio malevolo, diciamo un pettegolezzo, potrebbe anche avere voluto sparlare della struttura per qualche risentimento suo personale. Piuttosto avete perlato con questo ragazzo?
– Veramente ci abbiamo pensato dopo; e quando abbiamo chiesto di vederlo ci hanno detto che era stato mandato via; e questo ci ha insospettiti; però anche il referto medico lascia non pochi dubbi. Sembra tutto troppo facile. Come può una persona sana, improvvisamente subire un malore senza aver mai accusato alcun malessere? Certo, l’età ma anche il nostro medico, un amico di famiglia che lo conosceva, ha avanzato qualche dubbio. Lei pensa che si possa ancora chiedere l’autopsia?
– Sì ma non è un’azione facile; occorre che ci sia un Giudice a chiederlo e con una precisa motivazione. Piuttosto sapete se faceva uso di medicinali e quali?
– No, come le dicevo, mio padre ha sempre goduto di un’ottima salute. Anche per un piccolo malore, non so un mal di testa,  non voleva mai prendere nulla; diceva passerà.
– Però papà, quando l’ho visto a giugno il nonno mi ha chiesto di andare in farmacia ora non ricordo più per quale medicinale.
– Ma il medico della Clinica, l’albergo come dite voi, non vi ha detto se gli somministrava farmaci? Qualcosa sarà anche rimasta nella sua camera. 
– Quando siamo arrivati la camera di mio padre era già completamente vuota. In segreteria abbiamo trovato una valigia con le sue cose e pochi libri. Questo è l’aspetto più strano perché mio padre amava molto leggere e si era riformato una discreta biblioteca. Abbiamo chiesto ma ci hanno detto che quando si è sentito male il medico prima di trasferirlo in infermeria lo ha assistito nella sua camera e non ha visto nessuna libreria.
– Ma sì, il nonno mi aveva detto se volevo prendere qualche libro perché lui aveva intenzione di dar via tutte quelle carte. Mi ricordo che ha detto proprio così tutte quelle carte ormai inutili.
– Scusate, ma io vedo che vostro figlio sa molte più cose di voi lasciamo parlare lui. Allora mi dica tutto quello che ricorda; ogni minimo particolare può essere utile. Dobbiamo cercare di ricostruire le sue ultime giornate trascorse nella Clinica.
Questa volta l’avvocato si è rifiutato di assecondare la stupida commedia messa su dai suoi clienti. Una casa di riposo, per quanto elegante e confortevole, può risultare devastante.
– Si ricorda se si è lamentato del trattamento, di qualche sgarbo subito, di un diverbio con i responsabili o, anche, con qualche altro ospite?
– No come le ho detto, quando l’ho visto a giugno, mi è sembrato sereno, forse un po’ stanco o meglio triste. Sulla scrivania ho visto alcune carte, parecchie per la verità, strappate. Senza che gli chiedessi niente mi ha guardato: “Ecco vedi, mi ha detto, tanti anni per raccoglierle; ogni carta ha un suo significato, è un momento della nostra vita e poi un gesto e via, tutto finito.” Non sapevo che cosa dire, mi sono meravigliato perché il nonno è sempre stato molto equilibrato, no, come posso dire, sempre consapevole della sua vita; aveva sempre scherzato sulle difficoltà che gli anni comportano. Una volta ridendo, lui con me aveva molta confidenza, mi aveva detto che c’era una dottoressa, non più giovane, ma ancora molto bella alla quale lui stava facendo la corte. E lei, aggiungeva ridendo, fa la civetta; ma, aveva concluso con un filo di amarezza nella voce, ormai è solo un gioco, un innocente gioco di ruoli. Il nonno era stato un bell’uomo e un grande amatore; questo, diciamo tramonto, era, forse, l’aspetto della sua vita che meno era disposto ad accettare. Quella volta, ricordo che poi “ma non sono argomenti per te, ha concluso, ogni età ha le sue esigenze e tu, ora, dimmi, ce l’hai la ragazza? Raccontami”. Ho parlato ma avevo il cuore pesante; mi sono accorto che non riuscivo a distrarlo; mi guardava ma con occhi assenti.
Quando sono andato via l’ho abbracciato: “Ricordati di essere felice” mi ha detto e mi ha stretto con maggiore forza. Solo ora sto ripensando a tutto questo collegando i vari episodi.
Ecco ora che mi ricordo a un certo punto, e per la verità non capisco la logica, ma mentre buttava via le carte stracciate mi ha guardato e ha detto “è bello il mare, vero?”
Lui amava viaggiare e quasi sempre, le mete erano luoghi di mare. Anche la Clinica, non è molto distante dalla costa. Questo particolare lo aveva convinto ad accettare questa sistemazione anche se, e lo disse più volte, ti ricordi papà? avrebbe preferito restare a casa sua semmai con una badante.
– Sì, certo, ma poi quando è caduto, Bruno, è stato necessario ricoverarlo; era diventato anche difficile da gestire fisicamente.
– Ma poi avere un medico a disposizione ci è sembrata la soluzione giusta anche se, ripeto, mio suocero aveva una buona salute; anche dalla caduta si era ripreso completamente ed aveva ricominciato a camminare.
L’avvocato non interrompe, preferisce ascoltare i tre i quali continuano a raccontarsi quello che a loro sembra importante. Una prima idea, odiosa anche se probabile, gli ronza in testa: tutto quel parlare ha lo scopo principale di mettere a tacere le proprie coscienze.
Sempre più spesso i nostri vecchi vengono espulsi dalle famiglie. Certo, le esigenze della vita, tutto ha una ragione ma, in cuor loro, ognuno dei tre sa che un’altra soluzione non è stata nemmeno cercata. Le RSA ovvero l’ospizio, sì chiamiamolo con il nome giusto, è diventato il deposito delle persone anziane di cui nessuno vuole prendersi cura. Persona non produttiva; espressione con la quale si cerca di definire questa popolazione che nella nostra società diventa sempre più numerosa.
Forse il ragazzo, pensa l’avvocato, è l’unico che non avendo ancora il cinismo della vita ricorda il nonno come la persona con la quale aveva conservato un rapporto di affetto.
– Scusate; credo che almeno per ora elementi validi non ne avete. Posso però suggerirvi alcune iniziative. Se, ad esempio, quando il colonnello è entrato nella struttura, avranno fatto un inventario dei suoi oggetti, ecco, potreste chiedere di consultarlo; e, cosa ancora più importante, farvi rilasciare la cartella clinica che, per legge, il medico deve aver compilato insieme al referto di morte.
Cominciamo con il richiedere questa documentazione e vediamo se ci sono correzioni o manomissioni sospette. Per ora non vedo altra cosa possibile.
L’avvocato si alza lasciando intendere che per ora non c’è altro da aggiungere.
– Quando poi avete ottenuto i documenti chiamate la mia segretaria e prendete un nuovo appuntamento. Arrivederci.
(1. continua)
©Riproduzione riservata
In copertina, foto di Sabine van Erp da Pixabay 

L’AUTORE
Ordinario di storia dell’architettura all’università Federico II di Napoli, Francesco Divenuto è autore, tra l’altro, di  numerosi saggi su riviste specializzate e di  due romanzi “Il capitello dell’imperatore. Capri: storie di luoghi, di persone e di cose” e “Vento di desideri “(edizioni scientifiche italiane). Tra gli ultimi libri realizzati, quello a più voci dal titolo “Napoli: a bordo di una metro sulle tracce della città” coordinato con Guido D’Agostino e Antonio Piscitelli (edizioni scientifiche italiane 2019), La casa nel Parco. Un giorno tra il Museo e il Real Bosco di Capodimonte (AGE 2020).
Tra i racconti, pubblicati sul nostro portale, “Variazioni Goldberg”, “Il bar di zio Peppe”, “Carmen e il professore”, “Il flacone verde (o Pietà per George)”, “Lido d’Amore”, “Frinire”, “Primo novembre”, “Due di noi”, “Il trio”, “Quattro camere e servizi”, “Mai di domenica”, “Cirù e Ritù”, “Una notte in corsia”, “Gennaro cerca lavoro (il peccato originale)”, “L’odio”, “Il vaso cinese”, e “Il nuovo parroco”, “L’eredità”, “Una caduta rovinosa”, “Cronaca nera”, “La cartellina rossa”.

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