Pubblichiamo di seguito la terza e ultima puntata puntata del racconto di Francesco Divenuto “Ritorno”. Protagonista, un professore che torna nel luogo del liceo dove ha insegnato e ritrova il cambiamento
TERZA E ULTIMA PUNTATA
La strada, che inizia sul Corso è segnata all’angolo da un cippo che aveva tradotto iniziando una ricerca sull’epoca romana della città; poi il trasferimento all’Università lo aveva distratto e del progetto non ne aveva fatto più nulla.
In ombra, il percorso attraversa un quartiere dove era l’antico ghetto del quale ora non c’è più nessuna testimonianza. Nel silenzio della strada che, dritta, scende verso la cattedrale, un portale catalano, gli elementi dello stesso periodo, conservati in qualche finestra, il profumo di un glicine che sporge dal muro di un giardino hanno il potere di riaccendere tanti ricordi quando, nei momenti liberi dall’insegnamento, amava girare per la cittadina scoprendo tracce della sua storia. 
Non è un nostalgico ma il tempo trascorso gli ritorna davanti senza alcun preavviso; non sempre siamo pronti a guardare indietro gli anni ormai andati. Forse anche a causa dell’età ma, all’improvviso, ci accorgiamo di essere senza difesa.
In un piccolo slargo si siede su una panchina guardandosi intorno. Da qualche balcone arriva il suono di un pianoforte; qualcuno sta eseguendo un notturno di Chopin, ne riconosce il motivo e resta, fermo, in ascolto. 
Da tempo ha imparato a vivere le emozioni da solo, a non condividerle un po’ per pudore ma anche perché si è reso conto che gli anziani non suscitano interessi; affetto, certo, ma uno scambio di opinione, un coinvolgimento in una qualsiasi iniziativa, tutto questo ormai appartiene ad una sfera solo personale. E lui continua a coltivare i suoi interessi, in solitudine, fra i quali la musica.   
Sull’eco delle ultime note, riprende il suo cammino. È sereno, potrebbe dire felice ma la felicità è un sentimento per i giovani quando riescono a raggiungere un risultato, lo scopo di un progetto per il quale hanno lavorato impegnandosi; con la vecchiaia subentra la convinzione che tutto è già stato fatto ed anche i progetti falliti ormai appartengono ad una stagione che è inutile rimpiangere.
Del resto non ha importanza che alcuni progetti non siano andati a buon fine; l’importante è aver avuto progetti, sogni, desideri; anche se questi poi si sono dimostrati illusori o, peggio, sbagliati, non importa. La vita è un continuo percorso e la strada si può anche correggere. 
Quando arriva sulla piazza della chiesa, un piccolo gruppo di persone è radunato parlando a bassa voce. Paramenti funebri sulla facciata ed una musica, proveniente dall’interno, indicano la presenza di un funerale.
Non è il caso di entrare, pensa, sarebbe solo una volgare morbosità. Il dolore per un evento simile appartiene alla famiglia e a chi ha avuto rapporti con il defunto. La curiosità è una indecente abitudine alla quale si è sempre sottratto. Di fianco alla chiesa la strada continua fino al belvedere sulla campagna sottostante.
Un sedile, in pietra, che corre lungo tutto il parapetto, consente una sosta prima di rinfilarsi di nuovo nelle stradine del centro antico.
La memoria è fatta di suoni, situazioni, nomi ma anche di luoghi e quel belvedere ha l’immediata forza di riportarlo a quando era solito fermarsi lì nelle sue passeggiate. 
Ma i giorni passati sono tanti e la memoria non è un album fotografico che puoi sfogliare, data per data: qualcosa riaffiora ma molto si perde ed è per sempre; e non poche volte è una fortuna anche se non possiamo scegliere le cose da conservare e quelle da lasciare andare.
– Siete stato al funerale? È già finito?
– Come? Oh, scusi ero distratto, non l’avevo sentita. Non glielo so dire; sono passato per la chiesa ma non mi sono fermato. Non sono del posto e non mi è sembrato giusto fermarmi; non so nemmeno di chi è il funerale.
– Sì, è morta la signorina Silvia, una vecchia insegnate; è stata la professoressa di molti di noi. Le volevamo molto bene; ma era malata da tanto tempo, poverina.
– Aveva famiglia?
– Solo alcuni nipoti, i figli della sorella che è già morta da qualche anno. Lei non era sposata; non so, dicono che dopo una delusione d’amore aveva deciso così. Ma si dicono tante cose; chi può sapere la verità. Ha cresciuto i nipoti, bravi ragazzi e poi la scuola, i suoi allievi erano tutto per lei. D’estate faceva anche ripetizioni gratis; non ha mai voluto niente. Professori così oggi non se ne trovano più, non siete d’accordo?
– Come dice? Certo. Ora mi scusi devo andare. Arrivederci.
Silvia, Silvia ripete fra sé ma non può essere; sarà una pura coincidenza; come è possibile. Sono passati tanti anni. Ma allora perché il suo cuore, impazzito, gli batte alle tempie. Il suono del cellulare è una panacea per pensieri che si aggrovigliano senza tregua.
– Oh! sì Fernando, mi dica… Sì, certo, posso venire, mi dica dove.
– Sì, ho capito, non è difficile; allora ci vediamo al parcheggio; mi dia il tempo di arrivare.
Ripercorrere la stessa strada senza guardarsi intorno sembra un luogo comune ed invece…camminando, con passo svelto, poco dopo si ritrova all’ingresso del parcheggio senza saper dire come ci sia giunto.
–  Questo è mio figlio professore.
– Buon giorno giovanotto, com’è andata la partita?
– Abbiamo perso ma io ho segnato; quello il nostro portiere è una scamorza, lo dobbiamo cacciare: l’allenatore dice che è nuovo della squadra e si deve ambientare; ma io dico che è negato.
– Forse sei troppo severo; perché dici che è nuovo?
– Sì, abita giù, alla marina; non è italiano; anche a scuola frequenta una classe di recupero.
– I genitori lavorano negli alberghi della costa –interviene Fernando- è brava gente, pieni di buona volontà; sono arrivati da poco; cerco di spiegare ai miei figli che non si devono comportare così ma, è difficile; loro sono più istintivi. C’è un’Associazione di volontariato che fa un buon lavoro per integrarli. Speriamo che, piano piano.
– Giovanotto, posso chiederti che classe fai?
-La terza media; quest’anno devo fare gli esami.
– Avrai studiato, credo, Enea, la storia di Roma; una volta siamo stati tutti stranieri.
– Ma quella è una favola! Però, lo ammetto, fuori del campo è pure simpatico; anzi, voglio invitarlo alla mia festa.
– Guarda io non capisco niente di sport ma, forse, può darsi che quello non sia il suo ruolo.
– Mi sa che ha detto una cosa giusta, bravo professore!
– Felice ma sii più educato, che modi di parlare; scusi professore!
-No, Fernando, Felice ha ragione, non si preoccupi; piuttosto Fernando, se non le dispiace, vorrei ritornare in albergo. Fa molto caldo, preferisco riposare.
– Come vuole.
– Eccoci arrivati; ha già un programma per il pomeriggio?
– Sinceramente no lo so; ci possiamo sentire dopo? Ciao Felice, e ricordati di parlare con l’allenatore, conclude ridendo.
– Sì professore, mi scusi, io non volevo.
– Lascia stare, non preoccuparti. Arrivederci.
-Ah! professore, non l’aspettavo così presto. Ha chiamato il professor…aspetti l’ho segnato qui; credo che sia il preside del Liceo, non sapevo come avvertirla. Ha detto se può telefonargli.
– Sì, certo.
– Pronto, sì; so che voleva parlarmi..oh mi dispiace…capisco…certo, è normale ma, vede, io non so…sa, non sono più giovanissimo… non penso di potermi fermare tutto questo tempo, mi dispiace molto anche per la collega. Adesso, semmai, chiamo mio figlio e poi le ritelefono, arrivederci.
– C’è qualche problema professore?
– Sì, dice che hanno deciso di rimandare la cerimonia per la morte di una professoressa.
– Ah! certo, la signorina Silvia, qui la chiamavamo tutti per nome; sa, è stata un personaggio importante, amata da tutti. Oggi hanno fatto i funerali nella Cattedrale.
– Ho visto; sono passato di li. Mi chiedono se posso trattenermi ancora qualche giorno fino a quando avranno fissato la nuova data; ma, sinceramente, io ora preferirei partire poi dopo chissà, vedremo. E per la stanza mi dispiace, non vorrei crearle danno, ma sa, vorrei sentire prima mio figlio, poi le dirò.
– Faccia con comodo, non si preoccupi.    
È mattina presto, il giorno dopo, quando la macchina lascia l’albergo. 
– Noi andiamo all’aeroporto Fernando, lo sa?
– Sì, professore; il direttore mi detto tutto. Mi dispiace; vuol dire che sarà l’occasione per un suo ritorno, qui, da noi.
– Chi può dirlo, Fernando, adesso ho soltanto voglia di ritornare a casa. Poi vedremo.
Capisco; conosceva la professoressa? Ha insegnato al Liceo.
– Forse, ma può darsi che mi confonda, sa, è passato tanto tempo.
Il professore ha indugiato appena, prima di rispondere. Dovrebbe ammettere che un dubbio ce l’ha ma che non vuole indagare. E del resto non avrebbe alcun senso. Niente ritorna come lo ricordiamo.
– Ecco professore, aspetti le porto la sacca.
– Grazie Fernando e non si dimentichi di salutarmi suo figlio; è un ragazzino sveglio…
– A volte troppo, bisogna contenerlo e non è facile.
– Ma è simpatico ed è intelligente; mi fa piacere per lei. Fernando tenga, ho pensato…
– No, professore; grazie non doveva.
– È una sciocchezza, compri qualcosa ai suoi ragazzi.
– Grazie. Mi ha fatto piacere conoscerla; spero di rivederla ancora.
– Può darsi, Fernando, ma non dipende soltanto da me.
– Ecco, stanno chiamando il suo volo; allora faccia buon viaggio, arrivederci.
– Grazie di tutto Fernando, arrivederci.
Quando l’areo si distacca dalla pista, il professore appoggia la testa allo schienale, si lascia andare e aspetta. Alla sua età ha imparato che, quasi sempre, le cose accadono senza la nostra volontà. Anche i ricordi hanno una loro autonomia ed è bene lasciarli vagare nella nostra mente; poi un giorno scompaiono e tutto allora ci appare diverso.
(3.fine)


SECONDA PUNTATA
14 settembre 2020
ALLA SCOPERTA DEL CAMBIAMENTO

Alcune dune, ricoperte da una vegetazione selvatica bordano l’ampia spiaggia ma della pineta che, nei suoi ricordi, si estendeva per molti metri nell’entroterra, è rimasto veramente poco. Qualche pino e grandi aiuole di macchia che non nascondono un’edilizia la quale, anche se in realtà non molto invasiva, ha comunque trasformato la zona. Dei falò della sera prima non c’è traccia. Hanno già pulito e ora preparano la spiaggia con le sdraio e gli ombrelloni. Sulla riva del mare, alcuni uomini, con grandi rastrelli, raccolgono le alghe che la bassa marea ha lasciato.
L’aria tiepida è piacevole e il professore, tolte le scarpe, cammina piano lungo la battigia. La spiaggia si estende per chilometri; in lontananza, nella nebbia del mattino, azzurro appare il promontorio che chiude un lato del golfo. Più avanti la spiaggia, evidentemente libera, presenta un aspetto più naturale; intricati cespugli dai quali spuntano gigli e altri fiori che bordano le dune le quali avanzano verso l’interno dove sembra che la pineta sia stata, almeno in parte, risparmiata dalle costruzioni.
Ma quest’area naturale, purtroppo, è anche una zona dove tutti pensano di poter scaricare di tutto: una grande quantità di sporcizia, cumuli di rottami, fasciame di barche ormai in disuso, reti e nasse rotte impigliate nei cespugli, masserizie abbandonate e soprattutto sacchetti di plastica sui quali, famelici, calano gabbiani con in gola il loro stridente verso.
Il cattivo odore, che riempie l’aria, suggerisce di allontanarsi da quella che appare come una vera e propria discarica a cielo aperto; evidentemente la spiaggia libera è abbandonata e nessuno la cura. È uno spettacolo molto triste e a pochi metri dall’albergo
– Oh! professore, buongiorno, vedo che è mattiniero, ha già fatto colazione?
– No direttore, adesso vado; ho fatto una passeggiata ma come mai tutta quella sporcizia, che peccato.
– Professore, non me ne parli, siamo in lotta con il Comune il quale dice che non è di sua competenza; forse hanno anche ragione; abbiamo anche chiesto al demanio.
– Sì forse è l’organo giusto.
– Noi vorremmo prenderci cura di tutta la fascia della pineta; e, pur lasciando l’accesso libero alla spiaggia, vorremmo almeno recintare un lato. Niente, non ci hanno nemmeno risposto; non le nascondo che, ad un certo punto, abbiamo anche tentato un colpo di mano proprio per sollecitare l’intervento di qualcuno; subito sono arrivati i vigili e ci hanno multato. Abbiamo sporto denuncia alla questura, è anche questione di sicurezza; non le dico la notte la pineta da chi è frequentata.
– Pensi, quando io venivo, tanti anni fa, la pineta era molto più grande; d’estate c’era anche un camping; ci venivano le famiglie. Era un posto tranquillo.
– Lo so, professore. Sono cambiate molte cose, e non tutte in meglio. All’inizio costruirono gli alberghi, fra i quali il nostro, poi ci furono alcune ville ma tutte molto distanziate e qualche condominio a più piani; per lo più case di vacanze. Noi avevamo contratti con grosse Società anche straniere. Si lavorava bene. I primi negozi erano di un certo tono; tutti i servizi essenziali. Molti, allora, si trasferirono; quasi tutti erano pensionati che fuggivano dal caos della città.
Poi ci fu il terremoto e allora è cominciato il declino. Molti hanno preferito vendere e i nuovi arrivati, cosa vuole che le dica. Noi e pochi altri siamo riusciti a riprendere ma è ogni giorno peggio. Anche le scelte del Comune non ci aiutano; loro guardano ad aumentare il numero dei residenti per avere maggiori introiti; ma non c’è una politica di riqualificazione.
– Buongiorno professore, come va? Tutto bene? Ha riposato? 
– Ah! buongiorno Fernando.
– Direttore le ho portato l’orologio di sua moglie.
– Bene. La ringrazio.
– Allora andiamo?
– Veramente Fernando io dovrei fare ancora colazione, non mi sono accorto dell’ora. Vuole un caffè?
– No, grazie; posso aspettare.
– Ma non è necessario; aspetti, mi ricordo che su, vicino alla fontana del Nettuno, c’era un famoso bar.
– Lei intende il bar Luciano; certo, c’è ancora; adesso è un locale di grande eleganza.
– Bene. Allora direttore io vado con Fernando; non mi dispiace rivedere il famoso bar.
Prego professore; e non dimentichi di comprare il cellulare nuovo; comunque, se chiama suo figlio, non si preoccupi, gli parlo io.
Fuori dell’albergo, le voci di turisti che scaricano bagagli da un pullman coprono il monotono verso delle cicale; nell’aria ancora tiepida, l’odore forte degli oleandri si confonde con un sottile alito profumato dei folti cespugli che bordano le aiuole.
Gli alti pennoni con le bandiere, la stradina in terreno battuto innaffiata da poco, tutto contrasta con quel degrado visto poco prima; è evidente che quest’area, più riservata, è riuscita a contrastare l’avanzata di una sciatteria in cui versa la zona intorno. E in affetti già sulla strada nazionale, che corre parallela all’area balneare, le condizioni ambientali cambiano. Un’edilizia senza qualità alterna grandi fabbricati a capannoni tirati su con materiale di scarto.
Tutto appare provvisorio, frutto di impianti abusivi, senza un disegno urbanistico. La peste edilizia, che punteggia la strada, non trova conveniente allontanarsi dall’asse automobilistico. I negozi rivelano un aspetto di provvisorietà. Il turismo al quale si rivolgono è fatto da un passaggio veloce di vacanzieri senza troppe pretese; anche la merce, che invade il marciapiede, è solo un accumulo disordinato di oggetti colorati. I prodotti del luogo, in particolare caseari, sono pubblicizzati da cartelloni e statue che invitano alla sosta. È evidente che il tentativo, se mai c’è stato, di contrastare il cattivo gusto è naufragato.
Per chilometri la speculazione ha stravolto l’antica strada romana la quale, solo in brevi tratti, conserva il suo più autentico ambiente naturale fatto di pini e macchia mediterranea. Alle spalle di questa lunga strada, la campagna recupera in parte il suo aspetto.
Casolari isolati, circondati da coltivazioni dove l’agricoltura sembra che conservi una sua validità economica. In un campo allagato, alcuni bufali alzano pigramente la testa guardando con occhio stupido le auto che passano.
Un passaggio a livello costringe l’auto ad una breve sosta.
– Ricordo che dicevano di volerlo eliminare e invece…
– Ormai questa è una linea poco frequentata, sa, con l’alta velocità il traffico si è spostato più all’interno.
– Certo, ha ragione, non ci pensavo; oggi sarebbe una spesa inutile.
– Sa questa è soprattutto una zona di vacanza; ci sono ditte private di corriere che collegano con i centri vicini ma anche da fuori regione. Ecco, siamo arrivati; ora cerco un parcheggio comodo.
– Ma, ho visto che non è entrato dalla Porta, come mai?
– No; ora il Corso è tutto pedonalizzato; hanno costruito molti parcheggi fuori le mura dai quali, però, è facile entrare in città. In alcuni punti ci sono anche scale mobili che accorciano, di molto, il percorso.
– Mi sembra un bel cambiamento, Oh! aspetti, questo è il convento dei Cappuccini, vero?
– Sì, ora ospita il Museo archeologico; è collegato con l’area dell’antica città romana; sembra che sia un sito importante. Vengono molti studiosio.
– Certo, ora ricordo; i lavori ripresero negli anni in cui insegnavo; immagino quanti progressi. Sa se gli scavi si possono visitare? Mi piacerebbe vederli.
Credo di sì ma le conviene chiedere meglio in albergo anche per gli orari. Ecco, siamo arrivati.
Il parcheggio dove lasciano la macchina è stato ricavato sfruttando lo spazio di un’antica cava.
Una scala, con ampie pedate, costruita con materiali nuovi e con un disegno decisamente moderno, si appoggia alle mura maestose attraversate da un breve sentiero illuminato che esce, all’interno della cittadina, lungo il Corso principale.
La prima impressione dà l’idea di un’attenta cura per gli spazi pubblici. I  bar hanno i tavolini all’esterno disposti su piattaforme con pergole coperte da rampicanti; i negozi hanno tutti le stesse tende che fanno ombra alle loro vetrine; di fianco ad un’edicola sono sistemati alcuni discreti raccoglitori per l’immondizia.
È evidente come tutto questo sia il risultato di un progetto di arredo urbano: l’illuminazione, le panchine, il disegno delle aiuole, che corrono su un lato della strada, tutto riflette una cura studiata senza lasciare spazio a personali iniziative.
– Professore, ecco, il negozio è qui, ci conviene prima comprare il cellulare in modo che possa chiamare suo figlio.
– Sì, ha ragione Fernandoo.
– Ciao Giulio.
– Ah! buongiorno; cosa c’è?
– Il professore avrebbe bisogno di un cellulare.
– Buongiorno, certo, vediamo.
Per favore vorrei un modello non troppo sofisticato; non sono sicuro di saperlo utilizzare.
– No, se capisco a lei serve un telefonino; tutte queste applicazioni, in realtà non sono indispensabili. Ecco, vediamo, questo è molto semplice da usare.
– Non preoccuparti Giulio, posso dare io una mano al professore; piuttosto lei ricorda il numero di suo figlio?
– Bella domanda; credo proprio di no.
– Aspetti; ora chiamo in albergo; certamente loro ce l’hanno.
– Giusto; mi sembra una buona idea.
Bene, grazie; ecco fatto professore; se vuole, ora può chiamare.
– Sì, sono io, come vedi ho comprato il nuovo cellulare, stai tranquillo; mi ha aiutato Fernando.
– Oh! Fernando è il mio angelo custode per questi giorni. Il direttore lo ha messo a mia disposizione. Non preoccuparti.
Poi rivolto al negoziante il professore sorride anche se la parte del vecchio rimbambito al quale occorre una continua assistenza se la risparmierebbe volentieri. Ma ormai, questi sono i ruoli.  
– Ecco, sì, allora prendo questo; Cosa le devo? Bene, arrivederci, grazie di tutto.
Fuori del negozio Fernando sorride.
– Certo suo figlio è proprio affettuoso, forse troppo, comincio a capire il suo stato d’animo.
– Sì ma basta arginarlo. Anche io però, ammetto, dimenticare il cellulare! a proposito può memorizzarmi il suo numero per favore?
– Sì, ha ragione; ecco l’ho inserito in memoria; scusi ho scritto Fernando così è più facile ricordarlo. Oh! eccoci al bar; vuole sedersi fuori?
– Mi sembra una buona idea; dopo, semmai, vorrei vedere l’interno; sembra molto elegante.
–  Sono sempre gli stessi proprietari ma ora ci sono i nipoti; sa, le nuove generazioni hanno altre idee; ed hanno fatto bene. Il locale ha avuto molto successo.
Già, largo ai giovani; è giusto così.
– Scusi sono stato impertinente ma non era nelle mie intenzioni.
– No, Fernando, non si preoccupi; ma ha ragione, ogni generazione ha il diritto di pretendere spazio per le proprie idee. Il mondo va avanti così.
– Professore, cosa preferisce.
Fernando guarda il professore che non sembra essersi accorto dell’arrivo del cameriere.
– Oh! scusate, mi ero distratto; pensavo a quando venivo in questo bar. Fate ancora quelle meravigliose granite?
– Certo; sono la nostra specialità.
– Bene, allora prendo quella di caffè.
Fernando la vecchiaia è carogna sa; ti costringe a bilanci e non sempre sono positivi. Ma io non mi lamento solo che, vede, questa cittadina mi ha riportato all’inizio della mia carriera. Come ero giovane; ero appena laureato; allora il viaggio era lungo; non era facile arrivare qui dalla città; però il desiderio di renderci autonomi, nessuno avrebbe avuto il coraggio di rifiutare. È stata una bella esperienza; ricordo che allora decisi di studiare la storia del luogo. Mi appassionai, iniziai anche delle ricerche nell’archivio della cattedrale, un edificio romanico molto importante. Poi, dopo qualche anno, vinsi il concorso all’Università e allora, tutto cambiò anche la mia vita privata; sì a lei posso dirlo; mi ero fidanzato con una collega che abitava qui. Ricordo ancora il nome, ma non glielo dico, potrebbe anche conoscerla e non è giusto anche se non mi dispiacerebbe incontrarla; forse non la riconoscerei nemmeno.
– Ecco la sua granita e la birra per te, Ferdinando.
Vedo che lei conosce tutti.
La cittadina è piccola, sa, siamo tutti amici.
– Alla cassa ricordo c’era una bella ragazza, bruna, molto bella; ma tutto il personale era gentile.
– Forse era mia madre –aggiunge il giovane cameriere- il bar è sempre stato della nostra famiglia. Adesso, però, abbiamo aggiunto anche il ristorante; sa abbiamo preso il giardino dietro; dopo se vuole può mangiare qualcosa.
– Semmai, ora non so; poi vediamo, Fernando lei mi fa compagnia?
– Veramente, se non le dispiace professore, vorrei ritornare a casa; ho promesso a mio figlio di accompagnarlo alla partita di calcetto. Sa, le promesse ai figli; ma lei quando vuole può telefonarmi.
– Certo, non c’è problema. Vada pure, allora ci sentiamo dopo. Lasci, lasci, faccio io.
– Grazie. Allora, aspetto la sua telefonata e non perda il cellulare, conclude ridendo.  
– Ciao Alfredo.
-Ciao Fernando.
Mentre si allontana, il cameriere lo guarda andar via.
– Una brava persona; nell’albergo dove lavora è capo del personale e quando il proprietario va via, perché non è di qua, lui fa tutto. Ho sentito che lei ha insegnato qui, in quale scuola?
– Sì, nel liceo classico; ma molti anni fa. Mi hanno chiamato perché vogliono darmi un premio; sinceramente non ho capito il motivo. Fra qualche giorno ci sarà la cerimonia; ho preferito venire qualche giorno prima; mi faceva piacere rivedere questi luoghi. Ho notato molti cambiamenti.
– Sì, ora si vive bene; sa, il turismo, giù sul litorale è stato importante per la nostra economia; ha dato lavoro a molti che prima lavoravano nelle fabbriche; ma quelle hanno chiuso quasi tutte. E poi anche l’Università. Sì c’è una sede distaccata non ricordo di quale facoltà; molti studenti vengono da altre regioni e parecchi soggiornano qui nel nostro Collegio che prima correva il rischio di chiudere e invece; abbiamo ritrovato interesse per molte attività. Hanno riaperto il cinema che era chiuso da tanti anni; c’è un’orchestra e adesso, d’inverno, vengono anche alcune compagnie teatrali.
– Certo, i giovani portano nuovi interessi. Mi fa piacere.
– Bene professore, allora ci vediamo a pranzo?
– Sì, prima, però, vorrei rivedere la cattedrale; chissà se è aperta.
– Credo di sì ma altrimenti se lei bussa al cancello del vescovado e dice che non è del luogo qualcuno certamente la farà entrare. Ecco, prenda la strada qui, di fianco, sempre dritto arriva alla cattedrale. – Grazie; allora a dopo.
(2.continua)

PRIMA PUNTATA
IN VIAGGIO VERSO IL PASSATO
La macchina corre, veloce, lungo l’autostrada verso la cittadina alla quale è diretto. Da molte ore è in viaggio; nonostante l’età, ha deciso di concedersi questa vacanza senza ascoltare i rimproveri ma accettando tutte le raccomandazioni della famiglia.
– Alla mia età, aveva detto, cosa volete che mi succeda; e del resto morire, per me, è solo un appuntamento del quale non conosco la data. Spero, soltanto, di non recarvi troppo fastidio; farò in modo di ritornare non vi preoccupate.
I nipoti, che lui adorava ricambiato, lo avevano abbracciato sussurrandogli piano “Nonno, per favore, non fare scherzi”, e avevano riso insieme.
Rispetto alla data dell’invito, aveva deciso di arrivare qualche giorno prima. Non gli dispiaceva trascorrere un po’ di tempo nella cittadina dove aveva insegnato per tanti anni; il luogo, dove tutto era cominciato e che non vedeva da quando era poi passato all’Università.
L’auto è venuta a prelevarlo al treno; suo figlio si era preoccupato che l’albergo, dove aveva prenotato, gli assicurasse un servizio completo di assistenza per tutto il suo soggiorno.
E ora, seduto comodamente, è diretto verso la meta del suo viaggio: una cittadina dell’entroterra non molto distante dalla città ma dove, per arrivare, la macchina risulta il mezzo più comodo.
Benché stanco continua a guardare il panorama che scorre fuori del finestrino anche se in realtà la sera ormai inoltrata non gli consente di vedere molto. Dal vetro abbassato gli odori della campagna entrano insieme ai rumori attutiti dell’ora serale.
– Manca da molto tempo da questi luoghi professore?
– E sì, prima per l’Università, poi il trasferimento dove vive mio figlio, cosa vuole, le cose cambiano. Lei è del posto?
– Sì, perché?
– Ecco, volevo chiedere cosa sono quelle luci, là in lontananza.
– Ah! quello è il Luna-Park, lo hanno costruito già da qualche anno. Tutta la costa si è sviluppata molto, sa; ci sono ristoranti, alberghi; anche quello dove andiamo è una struttura moderna, il migliore della zona, vedrà, si troverà bene. So che si fermerà parecchio tempo. Io sono il suo autista personale.
– No, ma non capisco, non è necessario tanto.
– Non si preoccupi, io lavoro per l’albergo; il direttore mi ha dato questo incarico.
– Ma mi sembra troppo.
– Credo che suo figlio abbia deciso lui con il direttore. Va tutto bene.
– Sì, mio figlio era molto preoccupato, non voleva che io partissi, ho dovuto insistere.
– È molto bello che suo figlio si preoccupi, non trova?
-Sì, è vero, non mi posso lamentare anche se a volte mi sento limitato nelle mie azioni; ma alla mia età, bisogna accettare. E lei ha figli? Scusi signor? non ricordo il suo nome.
– Non gliel’ho detto; mi chiamo Fernando; sì sono sposato e ho due figli; loro sono la mia gioia. Ecco, siamo quasi arrivati.
– Ma tutto questo non c’era; non mi ricordavo questi viali alberati; qui c’era solo la pineta.
– Eh, è passato tanto tempo. Come le ho detto, le cose sono cambiate. Prima hanno costruito le case per le vacanze poi, piano piano molti, dalla città, si sono trasferiti. Vedrà, ci sono stati molti miglioramenti; bisogna anche dire che questo ha portato benessere; ora molti giovani non devono più andar via. Hanno aperto negozi, alcuni uffici pubblici, un centro commerciale e tutto questo da lavoro specialmente nelle attrezzature alberghiere; da noi gli alberghi lavorano molti mesi all’anno. Eccoci arrivati.
La macchina si ferma in un piccolo slargo alberato. Rispetto al viale principale, è una strada all’interno con, tutt’intorno, ancora molti pini. Sui due lati aiuole di oleandri che spandono nell’aria il loro odore dolciastro.
– Non ci avrei mai creduto; tutto questo cambiamento.
– Venga professore, le prendo il bagaglio.
L’ampia hall trasmette un’idea di eleganza. Il professore si guarda intorno compiaciuto; i materiali utilizzati, gli spazi, l’arredamento tutto è improntato ad un moderno design. Da una sala arrivano voci e risate a tratti coperte da una musica che non dà fastidio.
– Oh! buonasera, professore; l’aspettavamo, sono il direttore. Suo figlio ha già chiamato due volte. Vuole che lo richiami. Venga pure, può farlo da qui, non c’è bisogno che vada in camera.
– Volevo dare i documenti.
– Non si preoccupi; lo farà dopo, non c’è fretta.
Anche questa gentilezza, che a lui sembra eccessiva, sarà conseguenza delle telefonate del figlio, pensa.
– Sì, Fulvio, sono arrivato, tutto bene, non vi preoccupate.
– Come? No, non sono stanco. Il treno è stato puntuale e la macchina è comoda. Grazie. Vedo che hai pensato a tutto. Ti ringrazio; ma potevi chiamarmi anche prima… Dici davvero? Ah! mi dispiace, non me ne sono accorto. Ma per pochi giorni che vuoi che sia…Va bene; domani mattina ne compro uno; non stare a preoccuparti. No, non sto ridendo. 
In realtà messo giù il telefono, il professore continua a ridere sottovoce.
– Fernando, ho dimenticato il cellulare a casa. Mio figlio vuole che ne compri uno; le ho detto che è affettuoso ma è anche apprensivo, troppo; ma non importa. Allora domani può accompagnarmi a comprarne uno?
– Non ci sono problemi; però, mi scusi, ha ragione suo figlio; certo il cellulare dà maggiore sicurezza. Sapesse anch’io con i ragazzi; voglio sapere dove stanno e insisto che non lo dimentichino. Ma in realtà non c’è pericolo; e quelli quando lo lasciano, sa come sono i giovani oggi, vivono con l’apparecchio attaccato all’orecchio.
-Allora, vuole che l’accompagni in camera?
– No, non c’è bisogno, vedo che hanno già portato il mio bagaglio su. Piuttosto io sono mattiniero, possiamo fissare un appuntamento?
– Mi dica lei a che ora vuole; io non ho problemi per me va bene qualsiasi ora; come le ho detto sarò a sua disposizione per tutto il suo soggiorno. Va bene alle dieci? Sa, molti negozi non aprono prima.
– Sì, grazie Fernando, allora buonanotte.
– Buonanotte professore; arrivederci direttore.
– Ah Fernando, domani, mi fa una cortesia, prima di venire può passare per l’orologiaio, sa, quello in piazza Leopardi, dovrei ritirare un orologio di mia moglie; ora le dò la ricevuta. Ecco.
– Professore, lei vuole cenare qualcosa? La cucina è ancora aperta. Sa, c’è una partita importante e, come sente, nella sala c’è ancora molta gente.
– Grazie ma preferisco andare prima in camera; semmai torno giù dopo.
– Come vuole; a dopo.
Nel fresco della sera, dal balcone aperto, sale un’aria di mare del quale, in certi momenti, si avverte il leggero sciabordio. Un ampio prato, illuminato con discreti faretti, anticipa l’ampia spiaggia.
Pensa che qualcosa dovrebbe pure mangiare ma è così piacevole stare li seduto che non sa decidersi; tutto questo gli manca ma ormai…. il suono del telefono lo costringe ad alzarsi.
– Nonno, nonno, abbiamo vinto, hai visto? Che bella partita vero?
– Oh! ciao Andrea, no, non lo sapevo, sono contento oh! qui sono cominciati i fuochi; mi dispiace che non li puoi vedere. 
– Aspetta nonno, se mi collego con il sito dell’albergo, forse li vedo, adesso ci provo. Aspetta al telefono.    
Il professore sorride; la capacità che i giovani hanno di utilizzare questi nuovi strumenti lo affascina anche se aumentano il divario fra le generazioni; ma è un processo logico ed è giusto che sia così. Suo nipote, poi, è attratto da tutto quello che avviene nel mondo scientifico e si serve della tecnologia per osservare, studiare. Ha voluto che il nonno gli regalasse un cannocchiale, in realtà ora non ricorda il nome preciso dello strumento, con il quale studia, ma lui dice che guarda semplicemente, le costellazioni. In famiglia, tutti lo prendono in giro chiamandolo Galilei; la sorella lo adora anche se tutto quello studio, senza poesia dice lei, non lo capisce.
– Oh! scusa un attimo Andrea, bussano alla porta. Aspetta un momento.
– Scusi, professore, le ho portato dei sandwich e dell’acqua; mi dispiace, ma penso che con questo chiasso sarà difficile riposare.
– Oh! direttore, lei è molto gentile, grazie; no, non si preoccupi, sono al telefono con mio nipote che sta guardando i fuochi che fanno qui, sulla spiaggia; sa, i ragazzi.
– Mi fa piacere; allora gli dica che tra poco si alzano le mongolfiere; è uno spettacolo molto bello.
– Glielo dico, grazie ancora; buonanotte.    
– Andrea, era il direttore; mi ha portato qualcosa da mangiare; sono tutti molto gentili; mi ha detto che tra poco si alzano le mongolfiere; oh! ecco; ora si è alzata una, molto colorata.
– Nonno ancora non la vedo.
– Com’è possibile? Andrea.
– Sì nonno c’è un ritardo nella trasmissione, non preoccuparti; ah! ecco, ora la vedo anch’io; ce n’è un’altra; sono belle vero?
– Sì Andrea, è uno spettacolo bellissimo; sulla spiaggia i ragazzi ballano, credo che qualcuno sia entrato in acqua. Ma non fa freddo; è una bella serata. Ora però vado a dormire, metto giù, buona notte Andrea, ci sentiamo domani.
Sì, buona notte nonno.
Il professore resta ancora a guardare; lo spettacolo è davvero molto bello. Lentamente, palloni illuminati, di ogni foggia e dimensione, volano adagio nel buio della notte mentre, sulla spiaggia, tutti cantano e ballano intorno ai falò; le lingue di fuoco, mosse dal vento, perdono scintille che s’innalzano per pochi attimi e poi si spengono nel buio.
È una allegria contagiosa e il professore, pur non essendo un tifoso, resta al balcone ancora a guardare; quando gli ultimi fuochi si smorzano e sulla spiaggia restano solo alcuni gruppi di ragazzi con la chitarra, rientra. Tutta questa gioia, ed anche la telefonata del nipote, gli hanno messo allegria; le cose vanno nel verso giusto pensa prima di addormentarsi. Purtroppo non è sempre così; ma questa sera sente un senso di tranquillità, sensazione che, alla sua età, diventa sempre più rara. Quando ti rendi conto che tutte le battaglie fatte, gli ideali in cui credevi, hanno lasciato il posto ad egoismi… forse è stato sempre così per tutte le generazioni; ognuno crede di essere nel momento giusto della storia e invece…
Un leggero suono lo accompagna per pochi minuti ancora prima di addormentarsi.
Con le prime luci è già sveglio secondo le sue abitudini. Non è il caso di chiamare casa, è troppo presto e Fernando verrà solo fra qualche ora. Nella hall c’è soltanto qualcuno del personale.
– Oh! professore, vedo che è già sveglio ma, mi dispiace, è presto per la colazione; sa, questa notte la festa è finita tardi.
– Non si preoccupi, grazie; faccio due passi sulla spiaggia.
Fuori delle ampie vetrate il prato risplende sotto gli spruzzi di erogatori; il ronzio cadenzato scandisce il silenzio mentre qualcuno sistema sdraio intorno alla piscina.
– Buongiorno; che bella la partita di ieri; è stata una vittoria meritata, ha visto?
– No, ma mi fa piacere; ho sentito la festa.
– Oh! c’è stato troppo chiasso? Mi dispiace.
– Ma no, non si preoccupi; è stato uno spettacolo molto bello; anche mio nipote l’ha visto; non mi chieda come ha fatto, sa, i ragazzi, si è collegato con il sito dell’albergo, credo che si dica così; sinceramente di più non saprei dirle.
– Sì, professore, è così; non ha fatto colazione?
– No, la sala è ancora chiusa; faccio prima due passi; buona giornata.
– Anche a lei; aspetti passi di qua, altrimenti si bagna.
(1.continua) 7 settembre 2020

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L’AUTORE
Ordinario di storia dell’architettura all’università Federico II di Napoli, Francesco Divenuto è autore, tra l’altro, di  numerosi saggi su riviste specializzate e di  due romanzi “Il capitello dell’imperatore. Capri: storie di luoghi, di persone e di cose” e “Vento di desideri “(edizioni scientifiche italiane). Tra gli ultimi libri realizzati, quello a più voci dal titolo “Napoli: a bordo di una metro sulle tracce della città” coordinato con Guido D’Agostino e Antonio Piscitelli (edizioni scientifiche italiane 2019).
Tra i racconti, pubblicati sul nostro portale, “Variazioni Goldberg”, “Il bar di zio Peppe”, “Carmen e il professore”, “Il flacone verde (o Pietà per George)”, “Lido d’Amore”, “Frinire”, “Primo novembre”, “Due di noi”, “Il trio”, “Quattro camere e servizi”, “Mai di domenica”, “Cirù e Ritù”, “Una notte in corsia”, “Gennaro cerca lavoro (il peccato originale)”, “L’odio”, “Il vaso cinese”, e “Il nuovo parroco”, “L’eredità”.
Nella foto, istantanea di viaggio da Pixabay

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