Ecco la quarta puntata del racconto di Francesco Divenuto. Ordinario di storia dell’architettura all’università Federico II di Napoli, Divenuto è autore, tra l’altro, di  numerosi saggi su riviste specializzate e di  due romanzi “Il capitello dell’imperatore. Capri: storie di luoghi, di persone e di cose” e “Vento di desideri “(edizioni scientifiche italiane).
Tra i racconti, pubblicati sul nostro portale, Variazioni Goldberg, Il bar di zio Peppe, Carmen e il professore, Il flacone verde (o Pietà per George), Lido d’Amore, Frinire, Primo novembre, Due di noi, Il trio, Quattro camere e servizi, Mai di domenica, Cirù e Ritù, Una notte in corsia, Gennaro cerca lavoro (il peccato originale), Fine stagione, Assemblea straordinaria al College, Quando le chiacchiere diventano troppe, La deriva della ragione, Si vendono poesie, Lei e lui (dialogo semiserio fra due ex coniugi).
QUARTA PUNTATA
Ma non occorre aggiungere altro. La sera è veramente fredda e intanto Rosa ha aperto di nuovo la Trattoria e tutti ritornano all’interno.
– Oh! ma tu certo avrai fame, aspetta, siedi, siedi._
Rosa è contenta, guarda i due giovani che sorridono, mentre il piccolo continua a dormire tranquillo fra le braccia della madre. Appena seduta, senza che Rosa abbia parlato, la ragazza, di nuovo, le porge il piccolo che ora si è svegliato e le sorride.
In breve, piatti fumanti arrivano sulla tavola e tutti, anche la ragazza, sia pure solo un boccone, iniziano a mangiare guardandosi felici. Com’è facile intendersi; ma nessuno esprime questi pensieri che non hanno bisogno di proclami; la vita, all’improvviso, ci pone davanti a situazioni imprevedibili, situazioni che richiedono soluzioni che non pensavamo di saper mettere in atto.
Ora che il pranzo è finito, il ragazzo cerca di spiegare meglio la situazione; forse, sia pure in maniera inconscia, cerca di tranquillizzare Vincenzo e Rosa, sulla loro buona fede. E parla, racconta della loro breve vita, dei suoi studi, della felicità di essere in Italia, e di essere già stato a Pompei. Questa mattina sono andati a Cuma, dice.
– Bello? chiede Vincenzo, e non aggiunge che lui e Rosa non sono mai stati in quel sito archeologico così famoso; in fondo il loro mondo è tutto lì, nella città; anzi, a volte per mesi, non escono nemmeno dal quartiere.
– Sì, riprende il ragazzo, bello, difficile, severo, no, come si dice, ecco, importante per i miei studi.
Intanto il piccolo ora piange, deve essere cambiato, dice la ragazza al marito che traduce. Rosa accompagna la giovane nel bagno e resta, incantata, nel vedere con quanta facilità e dolcezza la ragazza svolge un’operazione alla quale, evidentemente, è abituata. Il piccolo sorride e guarda Rosa che inventa suoni e parole che non sapeva di possedere. Cullato dalle sue braccia il piccolo si riaddormenta e tutti abbassano la vece anche se, in realtà, dice il giovane papà, non è necessario perché quando dorme niente lo disturba, nemmeno un cannonato conclude ridendo.
Il suo italiano non è perfetto ma questo ragazzo, così come la giovane moglie, trasmette una felicità, un ottimismo ed un modo di guardare gli altri con fiducia; quanti luoghi comuni, pensa Rosa la quale ha sempre giudicato gli stranieri soltanto in base a quello che ordinano nella sua Trattoria. Certo anche il cibo può essere un elemento di unione fra culture diverse e considera la sua stupidità nel ricordare quante volte ha rifiutato, sdegnata, di provare pietanze nuove suggerite da qualcuno dei clienti. Le era sembrato di tradire le sue origini anziché un arricchimento delle sue conoscenze. Un modo, anche questo, di capire le esigenze degli altri, di avvicinarsi ad altri mondi, ora le viene da pensare. – Oh! treno, noi Roma. L’esclamazione del ragazzo la riporta alla realtà.
La ragazza porta le mani al volto e Rosa guarda i due giovani e Vincenzo senza capire; il ragazzo, allora, indicando l’orologio, riesce a dire che, quella sera stessa, loro sarebbero dovuto ripartire per Roma.
– No, dice allora Vincenzo, ora tardi per treno; domani. Questo imprevisto eccita, in particolare Rosa che risoluta aggiunge: -Sì, domani. Domani, questa notte dormite qui da noi, non problema, la casa non lontana, conclude.
Ospitare i due ragazzi, infatti, non è difficile; da qualche tempo hanno risistemato la vecchia casa dei genitori di Rosa ricavando una seconda camera da letto. Una camera piena soltanto dei loro desideri e quando Rosa l’apre è evidente a tutti quanto pianto e quanti pensieri si sono rintanati in quell’ambiente che difficilmente aprono.
Tutto appare nuovo e perfettamente in ordine; soltanto in un angolo una culla è ricoperta da un telo di plastica che ora Rosa si affretta a strappare via quasi con furia.
I ragazzi si guardano intorno con meraviglia. Fino a qualche ora fa perfetti sconosciuti, ora, quattro adulti e un neonato, stanno insieme, si sorridono, parlano, in verità più con le espressioni del volto che con le parole; ma perché, ognuno starà pensando, è così difficile avere fiducia nel prossimo?
-Buona notte, buona notte ripete Rosa assicurandosi che non manchi niente, che ci sia biancheria pulita nel bagno. E con un’ultima carezza alla ragazza, raggiunge Vincenzo che è già nella loro camera. I due si guardano senza parlare ma i loro cuori stanno dicendo cose che non è necessario esprimere ad alta voce. E’ tempo che in quella casa entri una nuova vita, una gioia che possa completare la loro felicità; quanti stupidi pregiudizi dei quali bisogna liberarsi.
Il mattino dopo, i due giovani svedesi raggiungono Rosa e Vincenzo che sono già nel locale. Il piccolo gorgheggia allegro con un suo linguaggio fatto di piccoli suoni ai quali fanno eco le risate della mamma e di Rosa.
Oggi è tutto più chiaro. Il giovane ha telefonato all’Accademia a Roma, spiegando l’accaduto; in giornata, ha detto, rientreranno. Anche una calda colazione aiuta a ritrovare il buon umore e la foto finale del gruppo che testimonia una nuova amicizia. Poi la ragazza, con un gesto spontaneo, affida il piccolo alle braccia di Rosa e scatta una foto. Le invierà una copia, spiega, perché, certo, sarà difficile incontrarsi ancora.
Intanto il ragazzo, dopo aver segnato su un cartoncino il suo indirizzo romano, tira fuori degli euro; vuole pagare dice; ma le risate di Rosa e le proteste del marito lo convincono a non insistere. Gli abbracci e le lacrime delle due donne, sostituiscono inutili parole di affetto e simpatia.
Poi Vincenzo accompagna i due giovani alla vicina metropolitana con la quale, ha spiegato, possono raggiungere la Stazione Centrale. Sulla porta, Rosa li saluta con nello sguardo e nel cuore una felicità che non pensava di poter mai provare ed una decisione alla quale, è sicura, è arrivato anche il marito.
                                                                                                      (4.fine)

 


TERZA PUNTATA
L’aspetto dichiara uno stato di grande spavento
più che di sofferenza e, del resto, la sensibilità di Rosa non ha bisogno di conferme per capire lo stato di paura della ragazza.
Mentre questa mangia, Rosa si allontana per evitarle il disagio e quando, poi si riavvicina nota che la ragazza, con fare furtivo, forse intuendo l’esiguità della somma, ha posato sul tavolo poche monete. Rosa, ancora una volta le sorride respingendo i pochi euro.
Accarezzandole il viso le dice di non preoccuparsi senza capire, però, le parole della ragazza che ora piange, in silenzio, mentre si gira per allattare il piccolo che, intanto si è svegliato. La tenerezza di quel gesto, così umano, riaccende una pena mai sopita nel cuore di Rosa che, per non soccombere al suo dolore si allontana incontrando il marito che intanto sta uscendo dalla cucina.
I loro sguardi non chiedono commenti. Vincenzo accarezza la moglie passandole il piatto che aveva già preparato.
Mentre il piccolo continua a succhiare, la giovane mamma guarda il cibo che Rosa ha posato sul tavolo: un pezzo di carne, ancora fumante, circondato da patate e cipolle. Anche solo il profumo l’aiuta a riprendere contatto con la realtà che non capisce. Con fare interrogativo e, fra le lacrime, dice grazie a Rosa che, intanto le stringe la mano in un gesto di solidarietà.
La certezza di trovarsi davanti a una straniera aumenta le preoccupazioni della donna. Chi sarà mai, si chiede, e come mai è sola. Da dove viene? Potrebbe essere uno dei tanti extracomunitari che, ogni giorno, arrivano nel nostro paese; ma come sarà giunta nel quartiere? Ma ora Rosa si pone domande più urgenti: come aiutarla; dovrebbero chiamare la Questura ma poi, con un moto istintivo pensa che è meglio sistemarla per la notte e poi domani si vedrà.
Intanto nel locale gli ultimi clienti sono andati via e Vincenzo che ha raggiunto le due donne, tenta anche lui di capire qualcosa. La ragazza ora appare meno spaventata. Intuisce che a quel calore umano può affidarsi anche se i problemi da affrontare sono tanti.
Vincenzo parla e, nel tentativo di farsi capire, formula domande fatte da una sola parola accompagnandosi con gesti in realtà poco significativi: Nome, Città, Paese, Figlio, Lavoro. E la ragazza risponde, anche lei lentamente, ma sono soltanto suoni che i due giovani tentano di interpretare senza alcun risultato. L’unica parola che ripete spesso è treno. La ragazza li guarda sconcertata mentre il piccolo, con le dita, gioca con l’abito della madre e poi si addormenta.
Rosa lo guarda con tenerezza e un dolore inespresso che la ragazza istintivamente capisce; è un linguaggio che unisce due donne senza necessità di parole, e con un gesto semplice ma eloquente porge il piccolo alle braccia di Rosa che lo prende con un misto di felicità ma anche di paura. Non essendo abituata teme di fargli male ma basta poco perché il suo corpo trovi la posizione giusta per accogliere il piccolo che continua a dormire.
Ora sorride alla ragazza che ricambia il sorriso mentre Vincenzo, incantato nel guardare la moglie, insegue una sua idea. Restano così, ognuno con un suo pensiero; eppure occorre decidere, ormai è tardi e certo, non possono lasciare la ragazza sola, per la strada. Rosa si alza e parla alla ragazza, sicura che questa non capirà le sue parole ma il senso di quelle parole quello sì; Rosa le parla sorridendo e la ragazza capisce che può fidarsi.
– Domani andiamo dai carabinieri, dice Rosa, vedrai che ti aiuteranno ma, per questa notte, verrai a stare a casa nostra, mia e di Vincenzo, mio marito, aggiunge unendo le loro mani per meglio far capire che cosa l’unisce a quell’uomo che la guarda sorridendo. La ragazza si mostra tranquilla, ha capito che queste persone la vogliono aiutare.
Ora sono sulla strada, ormai deserta; la ragazza dice qualcosa che non capiscono ma certo deve aver compreso il loro invito e sorride; non ha più paura, sa di potersi fidare.
– Ana, Ana, un giovane urla correndo verso il gruppo.
La ragazza chiamata Ana, si gira e piangendo corre fra le braccia del giovane che l’ha chiamata. Piangono abbracciati mentre Rosa e Vincenzo restano fermi a guardarli. Poi la ragazza ritorna tenendo per mano il giovane uomo al quale parla indicando Rosa e Vincenzo. Il giovane, poco più di un ragazzo, la stringe trattenendo le lacrime.
– Dice voi molto buoni con lei.
– Oh! Lei parla italiano?
– Poco, studio Accademia svedese di Roma
, archeologia, Ana, mia moglie.
In un attimo tutto è chiaro; i due ragazzi, spiega ora il giovane, erano tornati con il treno ma, all’uscita, una folla li aveva divisi e si erano persi. Lui era rimasto perché sperava che Ana tornasse lì, alla stazione.
– Ana dice freddo e entrata per voi, da voi, scusa io parlo poco bene.
(3.continua)

 

 

SECONDA PUNTATA
Non è soltanto la mancanza di tempo la causa di questa “fuga” dalle nostre cucine;
certo gli impegni di lavoro che tengono occupati tutti i membri della famiglia, hanno la loro responsabilità, ma per molti abitanti la trattoria dei due giovani, è un appuntamento al quale non vogliono mancare, un rito che riveste anche una funzione sociale importante.
Inoltre la semplicità dei prodotti utilizzati in cucina, consente di contenere i prezzi senza, per questo, abbassare la qualità del cucinato. Nel quartiere la miseria non è una novità di oggi anche se, da qualche tempo, da “zia Rosa” siedono tante persone sole soprattutto uomini che l’attuale condizione economica ha allontanato dai luoghi di lavoro anche prima dell’età pensionabile. In questo caso la trattoria svolge un ruolo di aggregazione per la sempre più misera popolazione del quartiere. Ed allora un piatto caldo, semmai allo stesso tavolo, fa sentire la situazione meno amara.
Rosa ha parole di simpatia e non perde il suo buonumore. A volte non è un compito facile perché è difficile combattere il disagio e l’amarezza che è negli occhi di molti anziani. Ma, è inutile nasconderlo, all’ora di pranzo è sempre in attesa dei ragazzini che, usciti dalla scuola passano salutando “ciao zia Rosa” sicuri di ottenere in premio un arancino o un panzarotto, ancora caldi. E lei li vede andar via seguendoli con nello sguardo appena un velo di rimpianto.
Da qualche tempo anche molte famiglie si servono dei cibi cotti da portar via; trovano più comodo prendere qualcosa di cucinato e non è raro che, insieme ad una minestra calda, qualcuno venga a recuperare anche il vecchio nonno che, dopo aver mangiato, ha trascorso ancora qualche ora in compagnia di vecchi amici.
Le donne del quartiere, invece, anche quelle sole, sono meno restie a uscire di casa; per loro non è facile abbandonare le vecchie abitudini casalinghe e possono sempre fidare nell’attenzione del vicinato. C’è sempre qualcuna disposta ad accompagnarle dal dottore o all’ufficio postale per la pensione Bisogna dire, però, che anche per queste persone una sosta da “Zia Rosa” prima di rientrare diventa il piacevole intervallo per un caffè ed un pettegolezzo.
In realtà, per molte donne le uniche uscite sono per andare in parrocchia dove incontrano altre amiche, sole come loro, per il rosario.
I due giovani, invece, pur essendo credenti, per il lavoro che fanno, non hanno molto tempo per andare in chiesa; ed anche l’andata che, una volta all’anno, fanno a Montevergine o alla Madonna dell’arco, ha più il sapore di una gita con gli amici che non di un vero pellegrinaggio.
Il giovane parroco capisce quanto sia impegnativo il loro lavoro ed inoltre, non poche volte, dalla porta della sagrestia, quasi sempre non durante le funzioni sacre, ha visto la giovane pregare davanti alla statua di Sant’Anna. Il motivo della preghiera gli è ben noto e lui stesso, con un linguaggio a volte non proprio ortodosso, si è rivolto alla stessa santa chiedendo un intervento per i desideri della donna.
Questo, però, non impedisce a Rosa di seguire alcune funzioni particolari, come, ad esempio, la messa di mezzanotte a Natale o le novene del mese di maggio dedicato alla Madonna. Per lei, infatti, sono i riti che, in un certo senso, ha ereditato dalla nonna con la quale andava in chiesa quando era bambina.
Anche questa sera, dopo l’ultima funzione che ha concluso il mese di maggio, si affretta verso la trattoria con passo svelto perché, nonostante la primavera, di sera il clima sia  ancora freddo.
Sulla porta del locale una donna guarda all’interno con fare incerto. Quando la raggiunge, Rosa nota che la ragazza, perché vista da vicino il suo viso denuncia la giovane età, è vestita in modo sommario, certo non adatto alla rigidità della sera, e che, tra le braccia porta un fagotto nel quale, non ci vuole molto a capire, tiene un neonato.
Con fare deciso, ma sorridendole, Rosa spinge la ragazza a entrare facendola sedere ad un tavolo lontano dai chiassosi giocatori di carte.
A Vincenzo che si è avvicinato con fare interrogativo fa segno di non preoccuparsi mentre lei si siede accanto alla ragazza. Ha capito che non parla italiano. Le due donne si guardano negli occhi Con parole semplici, Rosa cerca di rassicurarla, ora deve solo pensare al piccolo poi, aggiunge, ci sarà tempo per le spiegazioni. In realtà Rosa non è convinta che la ragazza abbia capito ma poco dopo un piatto di brodo caldo, con conchigliette di pasta e tanto formaggio, ridanno calore e un sorriso al viso della giovane.
                                                                                  (2.continua)

 

PRIMA PUNTATA

Il ristorante apre il suo unico ingresso sotto l’ampia scalinata che da Montesanto arriva su, fino al Corso Vittorio Emanuele. Un piccolo ristorante, senza pretese, che sarebbe più giusto chiamare Trattoria. E’ alla quarta generazione dei gestori cosa che si potrebbe dire anche dei suoi clienti abituali i quali vengono ogni giorno, quasi sempre gli abitanti del popolare quartiere.
Spesso, nel locale capitano stranieri, ossia residenti di altri quartieri sì perché per Rosa e Vincenzo, gli attuali gestori, tutti quelli che abitano fuori del proprio sono stranieri. Se poi capita che entri un vero forestiero, semmai appena sceso dal treno che arriva dalla zona flegrea e che stanco, si è lasciato convincere, dal buon odore, ad entrare allora per Rosa è d’obbligo fare una foto con il nuovo arrivato; foto che andrà ad arricchire una parete del locale, già piena di ricordi e cartoline inviate da clienti rimasti particolarmente contenti del trattamento ricevuto.
Qualcuno, con un po’ di malizia, ha commentato che il rito della foto sarebbe giustificato dall’importanza del nuovo arrivato. Ragionamento che, però, non convince Rosa per la quale tutti quelli che entrano nel suo locale sono importanti non fosse altro, lei dice sicura, perché hanno mangiato alla sua tavola.
Vincenzo, il marito, la prende in giro ma in realtà anche lui è convinto delle capacità della moglie la quale, ad una indubbia bravura ai fornelli unisce un garbo e, soprattutto, una velocità nell’intuire i gusti dei clienti anche di quelli che non vengono spesso nel locale. Lei suggerisce ma, in realtà, non fa che precedere le scelte del cliente e se questo, poi, ritorna perché soddisfatto, cosa che capita quasi sempre, lei lo accoglie con simpatia e con la cordialità che, di solito, si riserva ad un amico.
Se poi Rosa ricorda anche quello che il cliente ha mangiato la volta precedente o, nel caso di avventori abituali, il piatto preferito, allora non bisogna meravigliarsi dell’affetto e della simpatia che circonda i due giovani gestori.
Occorre aggiungere, per onestà, che la bellezza di Rosa non è da sottovalutare anche se mai nessuno si è permesso di azzardare battute con significati sottintesi; il rispetto di cui gode, la donna se lo è guadagnato con una condotta irreprensibile e con il così evidente grande amore per Vincenzo. Un amore iniziato quando entrambi, ragazzini, frequentavano la stessa scuola del quartiere. Un amore del quale tutti sanno l’intensità ma anche il doloroso cruccio. Sì perché i due giovani, dopo anni di matrimonio, ancora non sono riusciti ad avere un figlio.
Rosa soffre molto di questa situazione ma non ha mai voluto fare indagini; e se ogni intervento clinico è stato sempre rifiutato per i drammatici racconti sentiti da amici e parenti, nemmeno l’adozione fa parte del loro bagaglio culturale. Un non troppo nascosto pregiudizio sulle origini del bambino da adottare impedisce ai due giovani di riflettere su questa possibilità. Ed in tal senso anche la scarsa istruzione di entrambe le famiglie d’origine, certo non aiuta.
Vincenzo, pur soffrendo anche lui, ha più volte affrontato con la moglie questo problema; per entrambi, infatti, il desiderio di un figlio è vissuto con sofferenza ed ogni qualvolta tutto sembrava andare per il verso giusto, l’interruzione di gravidanza era arrivata puntuale a stroncare ogni felicità. E alla fine, anche Vincenzo si è arreso non volendo contrastare il ragionamento della moglie la quale, in un misto di ignoranza e di popolare saggezza, “bisogna accettare un disegno superiore, dice, al quale non è giusto opporsi. Primo o poi accadrà, vedrai, siamo giovani” e con una caparbietà tutta materna prepara l’occorrente per un figlio che tarda ad arrivare. Ma il tempo passa e nessuno dei due ha il coraggio di confessare che i giorni aumentano e le speranze diminuiscono.
Rosa, in particolare, compensa questo suo taciuto dolore dimostrando un esagerato affetto verso i numerosi figli di sorelle e fratelli; amore dal quale non sono esclusi i tanti bambini del vicolo. Se, poi, nel ristorante entra una coppia con un bambino la sua attenzione per quest’ultimo diventa una manifestazione delle sue doti di simpatia.
Con un’indagine psicologica, nemmeno troppo perspicace, si potrebbe leggere nel suo atteggiamento lo struggente desiderio di amore materno che non riesce a trovare una finalità. Vincenzo, in questi casi, lavora con più attenzione e non le fa notare che sta trascurando gli altri clienti; ma se questi sono fra quelli abituali allora capita che, con affetto ed un po’ di tenerezza, la osservano nelle sue cure rivolte al bambino.
Anche la scelta per il pasto, infatti, sarà tutta indirizzata alle preferenze del piccolo al quale, spesso, Rosa propone di raggiungerla in cucina per assistere alla preparazione delle pietanze. Questo, ormai, è diventato un rito per cui ogni bambino, appena entrato nel locale, si sente in diritto di raggiungere in cucina “zia Rosa” come la chiama i piccoli clienti. Qualcuno ha anche suggerito di cambiare il nome del locale sostituendo la vecchia insegna “Vini e cucina” con quella più attuale “Da zia Rosa”. Ma la stessa donna si è sempre opposta; questa è la trattoria dei suoi genitori e prima ancora, dell’amata nonna, della quale lei porta il nome; una nonna della quale lei ricorda ogni suggerimento in particolare per quanto riguarda le antiche ricette.
– Nella mia cucina, lei dice, cambiamenti o esperimenti non sono ammessi. E certo gli stessi clienti non gradirebbero abituati come sono a piatti che continuano le tradizioni popolari. Tutti vengono qui per ritrovare sapori antichi ormai inesistenti nelle cucine casalinghe.
                                                                    (1.continua)

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