“Fede e scongiuri”. Così Giovanni Ruggiero, fotografo “tradizionale” dall’età di 17 anni oltre che giornalista professionista, trasforma San Gennaro in una divinità indiana. Ricoperto di garza e avvolto in una cornice di corni rossi che fa da ventaglio, accompagna la decima edizione della mostra internazionale del piccolo formato: “Ventiperventi San Gennaro Expo – Simposio d’arte e creatività” (opening mercoledì 19 settembre alle 19).
Ideata e curata da Gennaro Ippolito e Giovanna Donnarumma e promossa da Lineadarte Officina creativa, inaugura la nuova casa del laboratorio delle libere arti, in via San Paolo 31 a Napoli, nel cuore del centro storico. Così nella città dove gli opposti coesistono, sacro e profano si fondono in una collettiva che da sempre vuole essere un omaggio alla napoletanità. Chi più di San Gennaro può incarnare questo messaggio?
E proprio il 20×20 dedicato al santo patrono di Ruggiero, è stato utilizzato per il manifesto della mostra, visitabile dal lunedì al venerdì dalle 17 alle 20, fino all’8 ottobre 2018. Tanti gli artisti che partecipano offrendo la loro rilettura in chiave contemporanea di quella che era la tradizione delle “riggiole”, mattonelle maiolicate di scuola napoletana (formato 20×20) che nei secoli passati decoravano le case cittadine, da quelle reali a quelle più popolari.

Nelle immagini, alcune opere di Giovanni Ruggiero, in alto, "Portenfant", foto è del 1997 fatta ai confini con il Montenegro: al centro, “Fede e scongiuri” dedicata a San Gennaro\ilmondodisuk.com
Nelle immagini, alcune opere di Giovanni Ruggiero: in alto, “Portenfant”, foto del 1997 fatta ai confini con il Montenegro; qui sopra, “Fede e scongiuri” dedicata a San Gennaro

Giovanni Ruggiero arriva nel mondo dell’arte per vie traverse. Compra la sua prima reflex nel 1971, ancora ragazzo, e da allora offre la fotografia in maniera tradizionale (stampa fotografica presentata in una cornice). Si serve delle immagini anche per corredare reportage giornalistici. Negli anni lavora con diversi quotidiani tra cui il “Roma”, “Il Tempo”, e nel 1994 diventa inviato speciale per “Avvenire”.
Segue importanti avvenimenti storici, come la fine della dittatura di Enver Halil Hoxha in Albania, dove si reca più volte, dal 1991 al 2012, per documentare il ritorno degli albanesi, la ripresa delle arti, delle religioni, della letteratura. I suoi scatti che raccontano le elezioni democratiche del 1992 sono confluiti in una personale curata dall’allora direttore del museo d’arte contemporanea di Tirana e organizzata dal ministero della cultura albanese. Lo stesso anno (2012) tiene un workshop alla facoltà di architettura della capitale partendo da foto scattate a Bari nel 1991 che raccontano lo sbarco della Vlora, la nave con 20mila albanesi a bordo.
La sua è una formazione da autodidatta. «Non ho fatto nessun percorso artistico – spiega il fotografo». Laureato in Giurisprudenza alla Federico II di Napoli, e in Lettere all’università La Sapienza di Roma, la passione per la fotografia lo accompagna sin da piccolo. Negli anni partecipa a molte collettive, anche all’estero (Spagna, Cina, Francia, ecc.). La sua vita sembra cambiare corso quando nel 1997 gli viene diagnosticata una grave malattia: la cirrosi epatica. Da qui il tumore al fegato che lo porterà al trapianto d’organo.
«Quando ho saputo della malattia – racconta Giovanni – avevo ancora la speranza di poter guarire, speranza che è venuta meno nel momento in cui mi è stato diagnosticato il tumore. Sono stati giorni drammatici. Parlavo con le persone e pensavo “chissà se le sentirò ancora”, prendevo il caffè e dicevo “chissà fino a quando lo berrò”, finché mi sono detto: così non si può andare avanti, il tumore c’è ma io non posso girare attorno a lui, devo vivere e combattere».

Giovanni Ruggiero (fonte, Facebook)
Giovanni Ruggiero (fonte Facebook)

Torna a studiare, si iscrive a Lettere e quando il giornale lo permetteva seguiva le lezioni. «Tra i miei esami – ricorda – c’era Storia delle tradizioni popolari. Una mattina, mentre leggevo il libro dell’antropologa Francesca Romano, rimasi infastidito da una frase che parlava della malattia come un nuovo inizio, non una colpa da espiare nel tempo perduto, ma un male da guardare in viso, un dolore da cui può nascere tutto. Pensai: sarà un intellettualismo. Vorrei vedere la signora se avesse la cirrosi epatica».
Involontariamente, nel periodo della malattia, quasi senza accorgersene, realizza altri lavori. Per paura di non poterli più rivivere, comincia ad assemblare i ricordi in cassette di legno in cui è presente la fotografia. Nasce così la serie “Memento”, presentata per la prima volta nel 2010 al Belvedere Reale di San Leucio di Caserta, all’interno del “Leuciana Festival”.

Nelle immagini, alcune opere di Giovanni Ruggiero, in alto, “Fede e scongiuri” dedicata a San Gennaro; al centro, "Parlerò con le stelle" dalla serie Memento – foto che ricorda il viaggio del fotoreporter in Algeria; in basso, il "Manichino"\ilmondodisuk.com
“Parlerò con le stelle” dalla serie “Memento” – foto che ricorda il viaggio del fotoreporter in Algeria

«Dopo un paio d’anni – continua il fotoreporter- , avevo già le prime cassette della serie. Se non ci fosse stata la malattia non l’avrei mai realizzata. È stato allora che ho pensato: la professoressa Romano aveva ragione. In ogni opera è presente la garza, la firma della malattia che però non è messa in modo traumatico, ma lieve, garbato. «Io assemblo i ricordi – spiega. Do una forma alle emozioni e a tutto quello che è stato perché, in questo modo, restino ancora a rammentarmi una gioia o anche un dolore».
In “Memento” la fotografia è “offerta” in modo non tradizionale: fa parte di mini installazioni e si combina con altro materiale. Sono i ricordi di Giovanni racchiusi in tre messaggi concentrici: nel primo, gli scatti in Bosnia vogliono ricordare l’orrore della guerra, nel secondo, le foto autobiografiche sottolineano l’importanza dei ricordi e confluiscono nel terzo messaggio: la malattia non necessariamente significa la fine di tutto. «Noi – precisa – siamo il risultato del nostro passato. Lo dobbiamo recuperare, custodire, e la malattia può essere davvero un nuovo viaggio».
Dopo il “San Gennaro Expo”, il fotografo napoletano parteciperà a un’altra collettiva: “Trame tra le mura”. Ad Aversa allo “Spazio Vitale” in piazza Marconi, 12. Dal 22 settembre (opening alle 19.30) al 10 ottobre 2018. La galleria, nata per sopperire alla mancanza di spazi e di cui Giovanni è socio, non vuole essere un luogo chiuso aperto a pochi, tutt’altro. «Faremo – spiega – questa prima collettiva per presentarci. Il senso di spazio vitale è quello di creare ponti, gemellaggi con altre nazioni, città. Abbiamo già contatti con l’Egitto, la Spagna, un gruppo di artisti spagnoli verrà ad Aversa e viceversa. L’idea è di creare congiunzioni».
Nato a Casaluce, in provincia di Caserta, dopo il prepensionamento avvenuto nel 2014, Giovanni torna a vivere con la sua famiglia a Grumo Nevano (Na). Tanti i progetti in cantiere che lo vedranno ancora una volta protagonista insieme a Francesco Soranno dell’associazione Flegrea Photo cui il giornalista ha aderito. E ancora: «Vorrei riprendere un tema fotografico che mi appassiona dal 1975 – annuncia. Non avevo mai badato ai manichini, almeno non prima di comprare il disco di Gino Paoli, I semafori rossi non sono dio. Rimasi colpito dalla copertina: un semaforo rosso all’incrocio con un manichino sul marciapiede che aspetta il verde per passare. Lo trovai geniale. Così come il brano Il manichino. Da allora ho cominciato a fotografarli».
E tra scene di corteggiamento e innamoramento, Giovanni è arrivato, dopo tanti anni, all’ultima strofa della canzone di Gino Paoli: «Fino a un anno fa ho sempre fotografato manichini in vetrina. Vorrei, con i manichini che ho a casa nel mio studio (uno l’ho anche battezzato Emily, dal nome della proprietaria del negozio che me lo ha donato, Emilia), fare delle foto che facciano un po’ perdere la loro funzione, farli diventare qualcosa di diverso da quello che sono. Ne ho già realizzate due: Emily con sette farfalle nere e Emily con sette farfalle colorate. Un’immagine surreale visto che le farfalle normalmente non si posano sui manichini».
Anche in queste opere è presente la garza. Precisa l’autore: «Pur non avendo nulla a che vedere con Memento e i ricordi, usano la stessa grammatica narrativa. Oltre al supporto rivestito di garza, l’opera è nella scatola dei ricordi su cassette di legno. Sono tre foto di colore diverso, una sull’altra, spezzettate, una specie di mosaico che si può spostare creando una sorta di interazione tra l’opera e il fruitore che può cambiare così la disposizione in base ai suoi gusti personali».

"Il Manichino"\ ilmondodisuk.com
“Il Manichino”

L’artista ha anche partecipato alla mostra SosPartenope. 100 artisti per il libro della città, organizzata da ilmondodisuk per stampare e pubblicare il Dizionario appassionato di Napoli di Jean-Noël Schifano (di prossima uscita) ed è incluso con una sua opera nel catalogo “Doni – Authors from Campania”.

“Ventiperventi San Gennaro Expo – Simposio d’arte e creatività”
Via San Paolo, 31 – Napoli
Dal 19 settembre al 8 ottobre 2018
Orario: dal lunedì al venerdì dalle 17 alle 20
Tel. 327/5849181- 334/2839785
Ingresso libero
Infoline
www.lineadarte-officinacreativa.org
lineadarte@gmail.com

“Trame tra le mura”
Dal 22 settembre al 10 ottobre 2018
“Spazio Vitale”, piazza Marconi, 12 – Aversa