Tutto comincia dalla fine, ripeteva dopo quella scelta. Pensaci! Siamo figli di un amplesso, conclusione di un rapporto sessuale, l’ovulo è fecondato alla fine del viaggio fatto dagli spermatozoi. Nasciamo alla fine della gestazione. Siamo completi solo alla fine.  Inizia così il romanzo di Federica Pace intitolato L’arte di essere nessuno, Robin Edizioni, pagg. 215, 12 euro.
Un romanzo dalle grande forza narrativa, che si snoda lungo il percorso della progressiva presa di consapevolezza di se stessi, a livello di identità sessuale e di genere. Ma racconta anche del rapporto con una malattia degenerativa e, quindi, della convivenza con un corpo che spesso sembrerebbe non andare di pari passo con i desideri della mente.
Alternando la forma di diario con quella del dialogo interiore in seconda persona, Federica racconta il difficile e tormentato passaggio all’età adulta, attraverso paure, psicosi, ossessioni e dipendenze affettive.
Lo fa attraverso l’amicizia amorosa tra la ventisettenne Sophia, un nome non casuale che indica la conoscenza, e Asia. Entrambe queste figure femminili rappresentano in qualche modo l’alter-ego dell’autrice. Ma Asia non ce la fa.
Un suicidio che appare come un monito alla società, o forse solo come un grido di dolore muto, dato che nessuno dovrebbe ricorrere ad un gesto estremo per paura del giudizio e della non accettazione altrui che spesso si traduce in un rifiuto verso se stessi.
«E’ necessario – secondo Federica prendersi a coltellate: tirare fuori tutto quello che hai dentro, avere il coraggio di guardarlo e ripulirlo. Poi, quando lo si rimette dentro, si diviene, finalmente, qualcuno. Essere nessuno è doloroso, ma ad un livello di dolore costante ti abitui. Mentre se hai una ferita, quando cominci a ripulirla farà ancora più male».
Il libro racconta il percorso che conduce alla costruzione di un’identità, frutto di un processo di scavo interiore, che si compone, o forse si ricompone, quando tutte le tessere di un puzzle vanno a posto e finalmente per la persona stessa è possibile fare chiarezza.
La maggior parte delle volte in cui un bicchiere di vetro ricolmo di acqua cade per terra, la colpa è della distrazione. Tornando indietro, in fondo, avremmo potuto evitarlo. Se non l’avessimo posizionato così vicino al bordo del tavolo, oppure se l’avessimo spostato in tempo, prima che il nostro gomito lo colpisse, non sarebbe mai caduto e noi non avremmo rischiato di ferirci camminando su dei pezzi di vetro a piedi scalzi.
Sophia lo guarda cadere, il bicchiere. Sente il tonfo, lo vede infrangersi sul pavimento e, nello stesso istante, lei fa la medesima fine. Per tutto il romanzo, con il suo strano modo di camminare, Sophia vede esplicarsi al di fuori di sé la malattia genetica che porta dentro. Tutto è una perdita di equilibrio, in tutto c’è odore di arance rosse e succose che scivolano via dalle mani di un giocoliere e si infrangono sui pezzi di vetro. Ma chi è il giocoliere? È davvero chi crede Sophia?
Attraverso flussi di pensiero, flashback, cambi di persona, decostruzioni e ricostruzioni, Sophia si rende conto che nulla era come credeva, che la ricerca di qualcuno implica sempre la ricerca di se stessi e che, forse, è proprio vero che si riparte dalla fine.

Chi è
Federica Pace, classe 1989,  studentessa di Lettere moderne, viene dalla Sicilia, terra da sempre gemellata con quella partenopea. E’ vicepresidemte de Gli equilibristi, associazione no profit nata per  diffondere la conoscenza della miopatia ereditaria da corpi inclusi, conosciuta anche come HIBM o Miopatia GNE, una rara malattia muscolare per la quale ancora non esiste né un trattamento né una cura disponibile. Ha pubblicato con Aletti nel 2011 L’irremovibile sofferenza dell’anima.

In foto, particolare della copertina

 

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