Riceviamo e volentieri pubblichiamo il nuovo racconto di Francesco Divenuto “Una rovinosa caduta”. Ecco la seconda e ultima puntata.
SECONDA PUNTATA
Nella stanza ora regna un irreale silenzio rotto soltanto dal ronzio delle macchine. Giacomo è frastornato, spinge lo sguardo nel buio ma non riesce  a distinguere molto, solo una nebbia opalescente come un raggio di sole che attraversa l’aria. Vorrebbe parlare, dire; cerca, nei suoi pensieri i ricordi prima che le parole. 
– Ecco vedi, non sai cosa dire; lo so, tutto fu organizzato e deciso dalla tua famiglia ma quel giorno, in macchina, eravamo soltanto noi due, Giacomo. Non possiamo dare a nessuno la colpa di quello che successe…
– Laura, ma eravamo così giovani.
– Non abbastanza per non doverci prendere le responsabilità delle nostre azioni, Giacomo. Quando sapesti che ero incinta, lo ricordo sai? Mi chiedesti se ero sicura che fossi tu il padre? Ti ricordi? Non avesti pietà o meglio rispetto, per i miei sentimenti. Come potesti offendermi in un modo così brutale? Allora, sì lo ammetto, non ebbi la forza per recuperare la mia dignità; ti implorai di aiutarmi.
Ma tu fosti irremovibile; l’unica cosa che sapesti dirmi fu di arrangiarmi; la cosa giusta era abortire, dicesti, senza chiederti che cosa provassi per te, per quel figlio, tuo figlio che io volevo per amore, sì Giacomo, per amore. E, invece, tu mi accusasti di volerti ricattare e che ero una povera arrivista. Mi guardavi con odio mentre guidavi come un pazzo. Avevo paura e ti pregai di rallentare; ti mettesti a ridere in modo osceno…
– Basta, per favore, basta Laura; così mi fai male; lo so ora le mie parole non hanno senso, ma ti assicuro che fu veramente un incidente. Ero disperato, terrorizzato lo ammetto, pensavo a che cosa avrebbe detto mio padre, non sapevo come uscire da una situazione che ci era sfuggita di mano. I miei mi avrebbero fatto terra bruciata. Lo so, fui un vigliacco, non ti chiedo di perdonarmi ma sapessi quante volte ho pensato a come sarebbe stata la mia vita, la nostra vita. Quel giorno, in macchina, io urlavo contro di te, sì, lo ricordo, ma ero sconvolto volevo urlare contro il cielo. Ma perché non si poteva tornare indietro, pensai. Perché non ci fu concessa una possibilità? Urlavo e piangevo, tu eri terrorizzata e ti attaccasti al mio braccio urlando di paura. Soltanto dopo sono riuscito a ricostruire nei dettagli che cosa successe: nella curva, all’improvviso mi trovai una macchina di fronte. Avevo gli occhi pieni di lacrime; istintivamente mi buttai sulla destra e cademmo giù. Poi mi dissero che, dopo una serie di capovolte, la macchina si era fermata trattenuta da alcuni cespugli; e che tu era stata sbalzata fuori. Non saprei dirti quanto tempo passò prima di essere soccorsi; non tutto mi fu detto ed alle mie domande nessuno voleva darmi una risposta. Solo qualche settimana dopo, Angelina, ti ricordi, la nostra cameriera che mi voleva bene e che ogni notte dormiva su una sedia accanto al mio letto, solo Angelina, un giorno, con le lacrime agli occhi mi disse, ma senza rispondere a una mia domanda, -povera Laura, povera ragazza, che disgrazia-. Ricordo che urlai, urlai imprecando, chiesi di vederti e allora cominciò il mio calvario.
Angelina, ritenuta responsabile, fu mandata via. Ma quando chiesi di lei mi dissero che era ritornata al suo paese perché la famiglia così aveva deciso. In realtà era stata allontanata in quanto poteva lasciarsi sfuggire qualcosa di più sull’incidente. Per mesi fui sottoposto, forzatamente, a sedute di analisi. Le ferite fisiche, quelle, sì, erano guarite ma nella mia mente io avevo un vuoto, un vuoto che dovevo riempire; ma purtroppo le mie domande restavano sempre senza risposta. Il medico, un amico di famiglia, non mi aiutò molto, anzi; lui, come del resto i miei genitori, voleva che io dimenticassi ed io, invece, volevo ricordare. Andai via di casa, disperato. Mi ritrovarono e mio padre mi minacciò di rinchiudermi in una struttura sanitaria. Tutto, per loro, era preferibile ad uno scandalo. Allora decisi di partire militare anche se, come studente universitario, potevo usufruire di un rimando. Ma io volevo vedere altra gente, capire chi fossi veramente. Con la mia famiglia, ci fu una riconciliazione ma, in realtà, solo apparente. Con gli anni ho capito; poverini, quella era la loro cultura, la loro concezione di vita, come potevano accettare un figlio con una giovane moglie incinta senza che tutto non fosse passato per una loro programmazione. Sai anche la vita dei miei fratelli non è stata facile. Ma io, a modo mio, mi sono ribellato. Abbandonai la facoltà che mio padre aveva scelto per me. Ricominciai tutto da capo. Non fu facile. Un cugino di mia madre mi ospitò a Bologna ma io lavoravo, ricordo, in un negozio perché avevo rifiutato ogni aiuto economico da parte della mia famiglia. Poi il tempo passò. Guarii? Ti direi una bugia sia che ti dicessi di sì, sia che ti rispondessi negativamente. Vivevo, ecco questo è il termine giusto; mi lasciavo vivere; per fortuna la facoltà che avevo scelto mi appagava, mi piaceva, capivo che era quella la mia strada. Ed infatti non mi fu difficile completare gli studi e restare nella facoltà dove, poi, ho fatto carriera.
Nel silenzio della stanza, un leggero singulto, appena percettibile, si intromette nel ronzio delle macchine.
– Per favore Laura, non piangere, ormai è passato tanto tempo ma, ti prego, ho bisogno di sentirmi dire che mi perdoni. Sai, pagai caro quel mio errore, quella mia disperazione. Sì, certo, mi sono sposato, ho avuto dei figli, ma non chiedermi se sono stato felice; è una domanda che, per paura, per vigliaccheria, non mi sono mai posto nemmeno io. La mia serenità, quella almeno, l’ho trovata nei miei studi. Molti hanno detto che, nella mia disciplina, sono stato una celebrità. Ma io, posso assicuratelo, ho fatto i miei studi con piacere, certo, anche convinto ma, aspetta, non trovo le parole giuste; avevo la sensazione di seguire la corrente, senza alcuno sforzo; una cosa, in un certo senso, al di fuori della mia volontà. Eppure, come ti ho detto, il mio lavoro mi appagava, ma c’era sempre un fondo amaro in tutto quello che facevo; una insoddisfazione difficile da spiegare; ero svuotato di ogni volontà. Avvertivo un senso di solitudine come se i risultati raggiunti non mi appartenessero. A volte mi prendeva una sensazione di disagio che non saprei se definire angoscia o, più semplicemente, depressione. Tacevo, mi isolavo per giorni interi; qualcuno, in famiglia, diceva che ero stanco, che avevo lavorato troppo e che dovevo riposarmi. Ma io, pur senza confessarlo a me stesso, sapevo che cosa volevo: io volevo indietro i miei anni trascorsi inutilmente, i miei sogni, volevo di nuovo essere felice ed allora, ecco, mi prendeva un sentimento, una sensazione alla quale, forse, ora so dare una risposta: rimpianto. Sì, volevo indietro i miei tempi perduti, le mie emozioni, quelle che ti prendono quando guardi negli occhi la persona amata. C’eri anche tu in questo mio inespresso sentimento? Ora mi sarebbe facile dire di sì. Ma credimi sei stata la costante presenza della mia vita; una presenza silenziosa, una presenza alla quale non chiedevo mai niente, forse per paura? Può darsi, non lo so. Oh! Laura, perché hai atteso tanto per venire? Io avevo bisogno di pace e, soprattutto di risposte che soltanto tu potevi darmi. Laura, dove sei? non vedo nulla e non sento più la tua presenza; aspettami, lo so, ora dico sciocchezze ma, ti prego aspettami.
Nella stanza ora si avvertiva soltanto il costante e leggero fruscio delle macchine.
Quando, dopo qualche tempo, l’infermiera che iniziava il suo turno entrò nella stanza quello che vide le strappò un urlo terrificante che fece accorrere il personale medico.
Il professore giaceva, ormai senza vita, il laccio della flebo pendeva oscillando libero mentre, dal suo braccio, ancora scorreva un rivolo di sangue.
L’ospedale, per il quale l’assicurazione pagò una considerevole somma di risarcimento alla famiglia, riuscì a contenere le conseguenze dell’incidente. L’infermiera, ritenuta responsabile, fu allontanata per qualche tempo, per poi ritornare ma in un altro reparto. La sua sbadataggine, nell’assicurare il perfetto funzionamento della flebo non trovava giustificazione data anche la sua risaputa serietà e competenza professionale.
Ma fu veramente dovuto a un errore della povera donna la morte del professore?
(2.fine)


PRIMA PUNTATA
Quando il professore Bereglia finì ospedale

Era un giovedì, di mattina presto, quando il professore Bereglia, uscendo dal portone di casa sua, scivolò restando dolorante, disteso a terra.
Soccorso dal portiere e da alcuni passanti, mentre questi discutevano per decidere se lui fosse inciampato in una pietra sconnessa del marciapiede o, piuttosto, scivolato sulla lastra che limita il portone dal marciapiede, ancora bagnata dopo le pulizie del portiere, prima di svenire, ebbe la presenza di spirito di dire “non mi muovete, mi sono rotto una gamba, chiamate un’autoambulanza e poi avvertire la mia famiglia”. 
Quando si svegliò, molte ore dopo, in una camera di ospedale, stentò a capire dove si trovava; intorno a sé vide una luce soffusa cosa per la quale capì che doveva essere ancora notte o sera inoltrata.
Ma quello che il professore non ricordava possiamo dirlo noi. Dunque: portato al pronto soccorso del vicino ospedale, il primario di ortopedia, chiamato d’urgenza, aveva ritenuto necessario sottoporlo ad un immediato intervento in quanto la lastra eseguita aveva evidenziato una frattura scomposta alla tibia della gamba destra; e non escludeva, aveva detto il chirurgo, la presenza di una lesione a qualche arteria con probabile emorragia interna.
L’intervento era durato molto, dissero poi ai familiari accorsi in ospedale, sia per la complessità della frattura, sia perché, data l’età, l’anestesista aveva avuto non poche perplessità nello stabilire i tempi del suo intervento; infine, assistito anche dagli altri medici, aveva preferito erogare una leggera ma continua dose di anestetico senza, per altro conoscere le condizioni fisiche del paziente che, per la verità, non erano sembrate delle migliori.
Naturalmente tutte queste informazioni furono date ai figli, solo in parte alla moglie e per niente al paziente che, ora, non del tutto ancora sveglio, si guardava intorno cercando di ricordare l’accaduto ed il tempo trascorso. Lentamente mise a fuoco i suoi pensieri. Ricordava di essere caduto e che la gamba destra gli faceva molto male; e proprio per i suoi arti inferiori, non sentendo nessuno stimolo, ebbe la sensazione di un’assenza. Il terrore di una conseguenza molto tragica per l’incolumità del suo corpo, gli procurò uno spasma allo stomaco.
Terrorizzato cercò di alzarsi ma si rese conto che gli era impossibile anche perché non riusciva a muovere le braccia collegate ad una flebo ed altri apparecchi. La mente continuò a vagare senza possibilità di verifica; ma cercò di non farsi prendere dal panico. L’unica cosa era aspettare.
– Oh! vedo che si è svegliato. Come si sente?
La voce accompagnò l’ingresso di una infermiera che accese la luce prima di avvicinarsi al letto del paziente.
– Allora? Come va? Ha capito dove si trova? Si ricorda che cosa le è successo?
– Aspetti, scusi, troppe domande. Sì ricordo quasi tutto: sono scivolato sul portone ma poi sono svenuto ed ora sono qui, credo in ospedale. Ma non so che cosa mi sia successo; per favore, mi dica qualcosa, non mi nasconda niente.
– Oh! E che cosa le dovrei nascondere: lei è stato operato, aveva una brutta frattura; per fortuna, quando è arrivato questa mattina, in ospedale c’era già il professore. L’intervento è stato lungo e difficile; come vede non le ho nascosto niente ma adesso sta molto meglio, vero?
– Scusi ma con queste flebo non riesco a muovere il braccio; vorrei toccarmi la gamba perché non me la sento; non so, ho una sensazione strana.
– Certo, è naturale, è ancora addormentata ed è meglio così perché quando finisce l’effetto dell’anestetico, avrà qualche dolore; niente di che però, io ora le sistemo meglio la mano e così lei mi può chiamare, va bene? 
– Scusi ma la mia famiglia è stata avvertita?
– Sì, certo, suo figlio è rimasto tutto il giorno, poi l’abbiamo mandato a casa a riposare, vedrà che verranno domani mattina.
– Ma, vedo che fuori è ancora buio, che ore sono?
– Sono le quattro del mattino; io ho il turno di notte, ho sentito che si muoveva e sono entrata: Ha bisogno di qualcosa?
– Vorrei bere, per favore.
– No, per ora non può; però aspetti, le bagno un po’ le labbra così, va meglio?
– Sì, grazie; se ha da fare vada pure io ora non ho bisogno di nulla. Grazie.
– Allora ci vediamo più tardi; se mi vuole le ho sistemato il campanello in modo che mi può chiamare. E se sente dolore, un po’ cerchi di resistere ma non troppo; così le aggiungo un medicinale nella flebo, d’accordo?
Sì, grazie; a dopo.
La donna andò via riabbassando le luci.
Le parole dell’infermiera lo avevano rassicurato. 
Gli occhi si erano abituati a quel buio; si guardò intorno; le pareti erano attraversate, orizzontalmente, da una fascia di attrezzature sanitarie le quali decoravano anche il suo letto. Non riusciva a capire se, nella stanza, esistessero altri letti. Essere da solo o in compagnia, tutto sommato non era un problema; però la disinvoltura ed anche il tono con il quale l’infermiera gli aveva parlato, lo convinsero che doveva essere da solo.
Il ritmo, lento e continuo, di un’apparecchiatura sanitaria che non vedeva e la luce di nuovo abbassata nella stanza gli provocarono un leggero, piacevole torpore nel quale si lasciò andare senza opporre alcuna resistenza. D’altra parte l’effetto dell’anestetico ancora non gli faceva percepire alcun dolore.
– Giacomo, Giacomo… dopo un tempo che non avrebbe saputo quantificare, una voce, dolce, cantilenante, lo tirò fuori dal sonno lasciandolo in un dormiveglia irreale.
– Giacomo, come stai?
– Aspetta, non ti vedo, chi sei?
– Non riconosci più la mia voce?
– Forse ma, scusa, sono così stanco; e poi non vedo bene, è così buio.
– Una volta mi dicevi che sentivi il mio profumo nell’aria anche se non mi vedevi e che avresti riconosciuto i miei passi anche in mezzo a una folla. Eh! Giacomo, ma dimmi, come stai?
– Ho avuto un infortunio, sono scivolato; ma non so ancora bene; credo che mi abbiano operato alla gamba; ora mi fa male ma mi hanno detto che un po’ devo sopportare.
– Già sopportare; il dolore fisico, quello sì, si può sopportare ma…
– Oh! ma aspetta ora ti riconosco tu sei Laura ma scusa com’è possibile, non capisco. Io credevo che sì, mi ricordo, la macchina, l’incidente…
– Già, l’incidente; il tuo avvocato fu bravo e poi la tua famiglia era importante e così tutto fu dimenticato, non è vero?
– Ma, scusa io credevo che tu…sì insomma, com’è possibile?
Credevi che fossi morta? È questo che vuoi dire?
– Ma scusa, non capisco, che cosa succede?
– Non temere, sì sono morta ma forse dovrei dire SIAMO morti? Non temere.
E così la tua esistenza poté riprendere tranquilla, senza ostacoli o scandali. Già anche il medico che eseguì l’autopsia fu corrotto ed io ritornai ad essere una povera verginella, una ragazza qualsiasi alla quale, quel giorno, tu avevi dato un passaggio; come si dice: una pura fatalità.
-Sei severa, anzi crudele ma Laura lo sai io ti amavo, io…
(1. continua)

Foto di David Mark da Pixabay 

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L’AUTORE
Ordinario di storia dell’architettura all’università Federico II di Napoli, Francesco Divenuto è autore, tra l’altro, di  numerosi saggi su riviste specializzate e di  due romanzi “Il capitello dell’imperatore. Capri: storie di luoghi, di persone e di cose” e “Vento di desideri “(edizioni scientifiche italiane). Tra gli ultimi libri realizzati, quello a più voci dal titolo “Napoli: a bordo di una metro sulle tracce della città” coordinato con Guido D’Agostino e Antonio Piscitelli (edizioni scientifiche italiane 2019).
Tra i racconti, pubblicati sul nostro portale, “Variazioni Goldberg”, “Il bar di zio Peppe”, “Carmen e il professore”, “Il flacone verde (o Pietà per George)”, “Lido d’Amore”, “Frinire”, “Primo novembre”, “Due di noi”, “Il trio”, “Quattro camere e servizi”, “Mai di domenica”, “Cirù e Ritù”, “Una notte in corsia”, “Gennaro cerca lavoro (il peccato originale)”, “L’odio”, “Il vaso cinese”, e “Il nuovo parroco”, “L’eredità”.

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