Giovane, eclettica, ribelle. Anna Mancini è un’affascinante musicista napoletana emersa dal panorama underground. Negli ultimi anni si è rapidamente affermata sulla scena artistica italiana e internazionale, mettendo in luce il proprio talento.
Non a caso, Anna vanta già al proprio attivo delle collaborazioni musicali importanti, come quelle con Cristiano De André e Marco Messina. Definisce se stessa una “dark solare”, capace di spaziare dalla musica sperimentale alla pittura.
Chitarrista e compositrice, utilizza una tecnica particolare per far vibrare le corde della propria chitarra, ricercando virtuosismi sonori e approcci anarchici allo strumento. La sua arte è intrisa di richiami esoterici e femministi. Lei stessa si racconta in questa intervista.
Anna, chi sei e di cosa ti occupi?
«Definisco me stessa una musicista per caso, dedita al disturbo della quiete pubblica».
Da dove nasce la tua passione per la musica?
«Da bambina volevo suonare la batteria, ma mia madre non volle comprarmela. Temeva che se avessi iniziato ad utilizzarla ci avrebbero cacciato dal condomino. A pensarci, è stato un bene. I batteristi fanno una vitaccia, perchè hanno uno strumento molto ingombrante da trasportare. Hanno talmente tanta roba da montare che, ad ogni esibizione, devono essere i primi ad arrivare e gli ultimi ad andarsene. Ho sempre manifestato un certo interesse nei confronti della musica, spaziando su molteplici categorie, ma prediligendo rock e derivati. Negli anni ho assorbito le influenze di diversi generi, saltando da una band all’altra, ma se ne dovessi scegliere una soltanto opterei senza dubbio per i Led Zeppelin».
Dicono di te che hai un animo dark, che sei una chitarrista eclettica e una compositrice sperimentale. Ci spieghi che tecnica utilizzi quando suoni e su cosa spazia la tua arte?
«Lavoro perlopiù sulle contaminazioni: se da un lato impiego uno stile più virtuosistico, come viene spesso definito, dall’altro ho un approccio totalmente anarchico allo strumento. Come tecnica utilizzo diverse forme di tapping1, slapping2, accompagnamenti ritmici percussivi e svariate accordature alternative, aperte e talvolta dissonanti. Ho una loop station3 con la quale mi registro dal vivo e alcuni oggetti con cui mi diverto a trovare delle sonorità, come dei CD-ROM da incastrare tra le corde per simulare una sorta di rullante che suono con delle bacchette cinesi. Ma utilizzo anche anelli, bottlenecks4 di vetro – come si usava una volta – e l’immancabile archetto da violino».

Anna Mancini durante un concerto


Il tuo modo di suonare la chitarra è molto particolare. A chi si ispira la tua tecnica?
«Sebbene mi sia affacciata col tempo a nuove frontiere musicali, la mia principale fonte d’ispirazione resta Jimmy Page. Tecniche innovative e avanguardistiche come il tapping sono riconducibili alla scena musicale degli anni ’70 e ’80, che hanno visto Eddie Van Halen come loro protagonista assoluto. Personalmente, ho subito molto l’influenza di Preston Reed, che considero un pilastro della chitarra contemporanea. La chitarra veniva percepita come strumento percussivo già nel flamenco e in altri generi. Io ne ho mutuato la tecnica adattandola alla mia musica».
Vivi la musica in modo molto intenso. Cosa provi quando suoni, scrivi, componi?
«La musica è una croce. Non si può vivere di musica e non si può vivere senza. Comporre è un po’ come aprire una finestra e respirare.
Hai anche altre passioni?
«Ho un’ossessione per l’horror, il rinascimento, la cronaca nera. Mi affascinano i misteri, le città fantasma e le storie dimenticate».
Fra queste passioni figura anche la pittura. Di recente, hai esposto alcuni tuoi quadri a Latina, per la rassegna MAD Donna. Ce ne parli?
«Mi è sempre piaciuto disegnare. A scuola facevo le caricature dei miei insegnati durante le lezioni. Di solito, disegno mostri e ritratti in grafite e carboncino. Quella del MAD è un’esposizione in serie con cui ho inaugurato Disturbia, il mio personaggio autobiografico, una sorta di fumetto inchiostro su carta».
Quanto c’è di dark, femminista e partenopeo nella tua arte?
«Sono per le pari opportunità, ma detesto quelle persone che concludono ogni parola scritta con l’asterisco. Ho preso molto dalla Napoli esoterica, ironica e scaramantica. Sono una dark solare».

La giovane artista napoletana all’inaugurazione della sua mostra


Nonostante la giovane età, ti sei già esibita in Germania, Inghilterra, Belgio, Russia. Vanti collaborazioni importanti, fra cui quelle con Cristiano De André e Marco Messina. Cosa ti ha trasmesso la collaborazione con loro?
«Ho conosciuto Marco ad un concerto dei 99 Posse, dove suonavo in apertura. Di lì a poco, abbiamo iniziato a collaborare. Cristiano, invece, mi ha chiesto di partecipare al suo tour Storia di un Impiegato, dopo avermi ascoltata dal vivo. Apprendo sempre molto da ogni collaborazione, sia sul piano personale, sia su quello artistico. Credo che condividere un momento musicale sia come lo scambiarsi un libro».
Anche altri artisti ti hanno chiesto una collaborazione?
«Sì. Non le ho ancora realizzate tutte. Ho collaborato a lungo con Gennaro Petrone, maestro di mandolino. Da lui ho imparato tantissimo».
A che progetto stai lavorando?
«Sto registrando un disco in duo con Marco Messina e ho altre collaborazioni in studio».
Cosa vuole trasmettere la tua musica?
«Mi piace l’idea di lasciare una libera interpretazione della mia musica a chi vi si avvicina, soprattutto quando non ci sono parole a condizionarne l’ascolto e l’unico indizio che resta è il titolo».
Nel 2014 è uscito il tuo primo album: “Anna Mancini”. Nel 2020, hai pubblicato il tuo disco: “Phaenomena”, un’opera compiuta a ridosso della pandemia…
«Quello del 2014 era una raccolta delle mie prime composizioni, un disco più che altro da atmosfera. Phaenomena, invece,è un album di stampo minimalista con influenze dark e new wave. È stata un’evoluzione naturale, nel senso che – viaggiando parallelamente tra live e studio – se prima andavo in giro a suonare con la sola chitarra, adesso ho incrementato i miei set con l’aggiunta di quegli effetti di cui parlavo in precedenza».

Disturbia, il suo fumetto autobiografico. Tutte le immagini appartengono all’archivio privato dell’artista, che le ha gentilmente concesse


Tu credi che un’artista abbia una vita facile nel nostro Paese?
«Assolutamente no, a meno che tu non faccia l’insegnante o robe analoghe, ma questo non significa vivere d’arte».
Cosa pensi della scena underground napoletana ed italiana?
«Ci sono molte cose interessanti che passano inosservate, altre poco interessanti che vengono prese in considerazione. Sarò di parte, ma dal mio punto di vista Napoli continua a essere una fucina di talenti, nonostante tutto».
Radio, social e tv non offrono una grande varietà. Non hai l’impressione che le major impongano determinati gusti musicali a discapito di altri?
«Più che un’impressione credo sia un dato di fatto. Non solo ci viene imposto un determinato palinsesto musicale, ma non ci viene nemmeno segnalata un’alternativa alle cose proposte che, tirando le somme, sono tutte uguali».
La pandemia ha fortemente messo in crisi le forme di aggregazione legate all’arte, allo spettacolo, alla musica. Eppure, stadi, mezzi di trasporto e luoghi di lavoro in cui si producono assembramenti letali per il contagio virale non sembrano preoccupare chi governa. Pensi che ci sia un accanimento contro il mondo della cultura?
«L’accanimento c’è sempre stato, tanto da indurre perfino gli stessi artisti e chi lavora per loro a convincersi che, in fondo, che lavorare in questo ambito non potesse costituire una reale occupazione. Il problema è alla base della nostra realtà».
Tu adori poter suonare dal vivo. Che effetto ti fa il non poterti esibire davanti ad un pubblico?
«Per adesso, mi esibisco davanti ai miei gatti e ho un pubblico di vicini di casa che adorano la mia drum machine, sparata a tutto volume».
Qual è la prima cosa che ti piacerebbe fare una volta ritornati alla cosiddetta “normalità”?
«Mi basterebbe uscire di casa senza avere l’ansia di dover esibire l’autocertificazione come quando andavo a scuola col libretto falso delle giustifiche».
E’ vero che volevi entrare in Marina?
«Alle superiori ho frequentato un Istituto nautico. Ero l’unica ragazza in una classe di 35 “cavernicoli”. Volevo entrare in marina mercantile, ma mi hanno scartata in quanto donna. Mi assunsero alla Costa Crociere, ma scappai nel giro di una settimana. Una nave da crociera? Per carità! Per chi è nato in una città di porto , il mare è un po’ come l’ossigeno. Rappresenta tutto e ci ricorda che non siamo niente».
Cosa faresti per far emergere i talenti più giovani in questo Paese? 
«Comincerei a eliminare un po’ di doppioni, come si faceva con le figurine Panini».
C’è un messaggio che senti di trasmettere ai tuoi fan in questo momento? Che brani gli consiglieresti di ascoltare in questo periodo?
«Se avessi dei fan sarei una superstar! Ai miei affezionati, invece, vorrei ricordare che se c’è una cosa che abbiamo imparato da questa situazione collettiva è che la vita è una e che non tutto è fatidico. Ascoltate Don’t Fear The Reaper dei Blue Oyster Cult. Oltre questo, anche un mio brano: Meteora»..


NOTE
1 Il tapping è una tecnica chitarristica e bassistica, che consiste nell’utilizzare la mano detta “ritmica” per suonare delle note direttamente sulla tastiera.

2 Lo slapping è una tecnica specifica utilizzata negli strumenti a corda (generalmente, nel suono del basso e del contrabbasso) in cui si utilizzano “strappi” (detto “slap”) e percussioni (dette “thumb”) con il pollice alle corde di uno strumento.

3 La loop station o looper è una macchina di varie forme e dimensioni progettata per registrare e riprodurre musica. Il loop è la traccia musicale che viene registrata e poi riprodotta all’infinito o finché il musicista ritiene opportuno.

4 Il bottleneck (tradotto dall’inglese in “collo di bottoglia”) è un cilindro cavo di 5-7 cm che si infila al dito. Fatto scorrere sulle corde della chitarra, conferisce ad esse una sonorità particolare, che viene ricercata spesso in generi come il country e il blues, ma anche in alcuni sottogeneri del rock e dell’heavy metal.

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