Il Caprimulgus europeaus, o succiacapre, è un uccelletto notturno poco più grande di un merlo. Per Plinio il Vecchio, oltre a condurre le anime nell’Ade,  causerebbe certa cecità caprina per l’abitudine di entrare nottetempo nelle stalle e bere il latte direttamente alla fonte.
Questa è una leggenda.
Il succiacapre invece è reale e trova sul Vesuvio uno dei sui siti di nidificazione europea, in una zona a protezione speciale. Essendo un animale che si dà bene con le tenebre, sfrutteremo questo suo comportamento per parlare della notte buia dalla quale il Gigante da Muntagna non riesce a uscire.
Notte cominciata ben prima dell’incendio che nel 2017 portò via molti  habitat autoctoni. Per esempio, il recente incremento delle zanzare nella zona vesuviana è dovuto, in parte alla scomparsa dei pipistrelli che qui vivevano.

Il fuoco non ha coscienza, certo, e per questo non gli diamo responsabilità.
Un’altra espressione dell’energia universale, con due braccia e due gambe, una coscienza invece ce l’ha, e tra le altre cose la usa per riempire il suo territorio degli scarti del suo non naturale sistema di produzione.
Il convegno on-line mediato da Silvano Somma di Primaurora, che con il lavoro volontario riforesta e cura il territorio, ha dibattuto proprio intorno alle implicazioni sociali e culturali della problematica dei rifiuti nel territorio del Parco Nazionale del Vesuvio. 
Un problema sottaciuto, di non facile risoluzione perché dalle profonde radici storiche e culturali. Ce lo dice Ciro Teodonno, giornalista, osservatore civico e presidente della CAI-TAM Campania, ala regionale della commissione istituita nel 1984 dal Club Alpino Italiano per la salvaguardia del territorio montano. 
A oggi sono riconosciute cinque discariche principali, tutte precedenti all’istituzione del Parco, nate cioè con il boom edilizio della seconda metà del secolo scorso e cresciute all’infuori di qualsiasi tipo di controllo. Luoghi usati anche come siti di stoccaggio provvisori (divenuti ormai stabili) nel periodo delle emergenze rifiuti del decennio passato.
Le discariche non risparmiano neppure aree di interesse archeologico.
Accade a Lave Novelle, dove i resti di una villa romana vengono ricoperti totalmente dalla discarica. Un’occasione perduta per l’ente vesuviano, il più antropizzato dei parchi protetti d’Europa, che corre il rischio di restare senza fondi.
A questo fa da cornice la grave situazione dalle micro-discariche abusive, di origine privata e industriale
. Tutte a un passo da diverse aree protette, e comunque in territorio interno all’area del parco.
Una sfilza di puntini rossi che non risparmia nessuno dei tredici comuni afferenti al Parco. Teodonno ha censito e mappato personalmente questi sversamenti (foto).


La caratterizzazione dei rifiuti, in questo caso, mette in luce una tendenza tra le più pervasive dell’economia sommersa del territorio.
Abbondano gli scarti edilizi. Non a caso.
Numerose sono le aziende senza licenza o con un fatturato che tira al difetto, portate di conseguenza a sversamenti illegali. Rifiuti speciali tra cui canne fumarie o tettoie fatte dell’onnipresente eternit. 
Per i comuni che rientrano nel Patto della terra dei fuochi, ci sono degli obblighi, tra cui quelli legati alla pulizia delle discariche abusive, dice Gioacchino Madonna, sindaco di Massa di Somma e presidente della Comunità del Parco Nazionale del Vesuvio. E questo ha dei costi, che gravano sulla tassa dei rifiuti.
Per un comune come Torre del Greco, per esempio, questo si traduce in 400.000 mila euro spesi nel 2020 per lo smaltimento degli speciali da discariche abusive, dice l’assessore all’igiene ambientale Arvonio.
Ma quali sono le soluzioni possibili? La bonifica per le discariche non è pensabile, ci dice Massimo Fagnano, professore ordinario alla Facoltà di Agraria di Portici. Il processo di bonifica può riguardare solo i terreni inquinati, per esempio quelli interessati da percolazione.
In qualsiasi parte del mondo le discariche vengono messe in sicurezza rivalutando il territorio e restituendole alla comunità sotto forma di strutture utilizzabili. Una pratica sicura e che evita l’arricchimento delle aziende dedite allo spostamento e trasporto del terreno e del materiale ivi sotterrato. Oltre ad avere un impatto educativo.
Fagnano si è occupato della bonifica di suoli contaminati. Lo ha fatto per esempio con il parco di San Giuseppiello, a Giugliano, una grande opera che ha visto rinascere un territorio.
Ma soprattutto ha preso parte alla rinascita dell’Ex Resit in cui è intervenuto anche Jorit con due opere dedicate rispettivamente a Giancarlo Siani e Peppino Impastato. Una realtà applaudita dal Ministero ma che ha visto la totale indifferenza della regione.
Il lieto fine è ancora atteso. Nessuno si è fatto avanti per la gestione del parco, luogo di successivi atti di intimidazione come l’incendio degli uffici dell’ex commissario De Biase.
La palla passa allora alla cittadinanza attiva, fondamentale dove fallisce l’istituzione o dove questa agisca in ristrettezze di mezzi.
In Campania questo significa passare per la Rete di Cittadinanza e Comunità, una realtà con nata da quasi quarant’anni di lotte ambientaliste, forte di gruppi come Stop Biocidio o, appunto, Primaurora e che è cresciuta fino a giungere, lo scorso anno, al tavolo tecnico con il Ministero dell’ambiente. Come ci spiega Miriam Corongiu, una delle portavoci della Rete, molto dipende dall’approccio che i cittadini hanno con il territorio. Chi pratica cittadinanza attiva è cosciente, informato, studia le carte, afferisce alle professioni più disparate. Risponde, in terra di camorra, con una sana espressione dell’anticamorra.
Corongiu è anche contadina di professione. Fa notare come molto della devastazione in terra dei fuochi sia causata dalla macro industria agricola, lontana dalle pratiche dell’Agro-ecologia, e come la mancanza di informazione dei piccoli produttori porti ad un rapporto sbagliato con il territorio, visto come un nemico.   
La questione resta aperta e la cittadinanza attiva resta via efficace e percorribile.
Si sa bene che serve vigilare sul Gigante addormentato perché non si prenda a dire che il succiacapre acceca umani invece che ovini. 
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Le immagini sono state gentilmente concesse da Ciro Teodonno

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