Tutto è già pronto. Dal 17 al 30 settembre 2021, Napoli ospiterà il Festival delle Arti per la libertà d’espressione. Al centro dell’evento, il concetto di blasfemia. Ne parliamo con Emanuela Marmo, direttrice artistica di Ceci n’est pas un blasphème.
Di che cosa si tratta, esattamente?
Ceci n’est pas un blasphème non è una semplice mostra, è un vero e proprio festival che riunisce tutte le arti. Quelle figurative saranno ospitate presso il Pan, il Palazzo delle Arti di Napoli. Gli eventi live saranno organizzati con l’Asilo Filangieri e il Lanificio 25. Siamo convinti che l’arte sia un ambito molto particolare della comunicazione politica, sociale ed estetica. Così come i luoghi di culto devono essere ritenuti inviolabili, i luoghi dell’arte hanno la sacralità che dev’essere rispettata. Se entro in un luogo di culto, ne osservo i riti e le convenzioni, se entro in un luogo d’arte ne riconosco il ruolo e gli ambiti. Fuori dai luoghi di culto, la religione può essere criticata e anche l’arte può essere messa in discussione. La contestazione, il conflitto tra idee, deve svolgersi nel confronto, non nell’oppressione della libertà d’espressione o della censura. Cosa che succede tra religione e arte. Il sentimento religioso porta le persone a relazionarsi con l’arte con un approccio soprattutto emotivo, il che comporta grandi problemi, perché offusca la comprensione dell’opera e dei livelli comunicativi dell’espressione artistica. Soprattutto, impedisce di considerare il fatto che l’opera vive in un contesto. Molte volte, l’arte non è neanche blasfema, ma semplicemente anticlericale, ovvero si oppone all’ingerenza del potere religioso. Raramente le opere sono eretiche, cioè rivolte ai principi su cui si fondano dogmi e tradizioni.
C’è chi teme di mettere in discussione il proprio credo a una mostra d’arte?
È molto importante capire che anche da fedele bisogna entrare in alcuni luoghi disgiungendo il sentimento irrazionale dall’interpretazione di un’opera. Se pretendiamo che la nostra verità sia da imporre sulle altre, non possiamo in nessun modo leggere cosa hanno da dire le altre verità. Il problema è che il fedele spesso ritiene che non ci siano verità al di fuori della sua. Facciamo degli esempi concreti. Abel Azcona sarà uno degli artisti ospitati dal nostro festival. È divenuto famoso per aver realizzato con delle ostie un’installazione che riportava la scritta: “pedofilia”. È stato un atto di denuncia di violenze subite in prima persona e che sono state perpetrate da religiosi. Abel ha utilizzato ostie da lui ricevute, recandosi nelle chiese della sua infanzia. Il numero di ostie corrisponde a casi di violenza sessuale compiuti da chierici, denunciati in Spagna. Se fossi cattolica, non considererei l’azione di Abel come una profanazione di ostie consacrate, bensì un atto di denuncia. E penserei che mai il corpo di Cristo sia stato usato meglio, visto che ripara un dolore immenso. Cos’è accaduto invece all’artista? L’Associazione degli avvocati cattolici ha intentato contro di lui una vera e propria persecuzione giudiziaria. Abel non ha seminato odio, ha cercato di elaborare una vicenda personale in un’esperienza collettiva. La sua opera ha incoraggiato molte vittime a dare la propria testimonianza. Come può un’iniziativa del genere essere considerata come un’offesa del sentimento religioso? La verità è che anche nell’ambito sacro si sono compiuti grandi ingiustizie e abusi di potere. Non a caso, questi saranno temi alla base di alcune delle opere che esporremo.

In copertina, l’opera “Ecce Homo erectus” dell’artista Hogre. Sopra: l’opera “Amen” di Abel Azcona che riporta la scritta: “Pederastia

Intendete denunciare guerre e genocidi di massa compiuti in nome della religione cattolica?
Fra gli artisti che esporranno ci sarà anche Antonio Mocciola, autore e scrittore napoletano che si espande in altri linguaggi. In questo caso, ha collaborato con fotografi, scrivendo un itinerario tradotto in immagini che documenta delitti compiuti in nome di Dio. La sua mostra si intitola Vittime di Dio ed è realizzata con Carlo Porrini. Insieme compiono un viaggio storico dall’Inquisizione fino ai giorni nostri. Nell’insieme possiamo dire che le nostre mostre ribaltano il punto di vista. Il perseguitato non è il fedele, il martire, ma il dissidente, il disobbediente. Ed è perseguitato non per comportamenti violenti, ma solo per le sue idee.  Il Festival racconta che nel mondo per blasfemia si può anche morire. I poteri religiosi occupano degli spazi di potere e sono responsabili dell’uccisione di persone che hanno il coraggio di denunciare le ingiustizie e i soprusi compiuti in nome di divinità che consentono a delle idee di avere dei privilegi a discapito di altre.
Qual è l’obiettivo che volete raggiungere con questo Festival?
Difendere a spada tratta la dignità artistica, estetica, intellettuale del pensiero laico e anticlericale. Abbiamo messo a disposizione di questi artisti un contenitore, in cui avranno piena libertà d’espressione. L’artista deve accogliere il limite del proprio spazio. Il pubblico deve assumersi la responsabilità delle proprie reazioni, deve gestire le sue emozioni e visitare le mostre con un atteggiamento adulto, ovvero organizzando le impressioni emotive in una sfera razionale, formandosi un’opinione, facendo delle scelte: la ricerca di vendetta, la richiesta di una punizione o di una censura sono reazioni infantili che, nelle mani di persone che bambine non sono, possono diventare oppressive e tiranniche. Un altro obiettivo è raccogliere fondi da destinare ad organizzazioni che offrono protezione e tutela a persone perseguitate, in quanto atee.
Come nasce l’idea?
Il Festival è un mio progetto personale, che prende moto in parte da un’esperienza personale e in parte dall’attivismo: lo studio e la conoscenza dei generi satirici da una parte e la mia esperienza come attivista della Ciurma Pastafariana, dall’altra. Per conto della Ciurma, sono la responsabile della campagna Dioscotto, che chiede l’abolizione dei reati di blasfemia. Avevo già raccolto attorno alla campagna l’attenzione del mondo artistico e culturale. Avendo in passato organizzato svariati eventi culturali, anche festival internazionali, ho pensato di mostrare storie ed esempi artistici attraverso una manifestazione. Il festival, quindi, evolve come progetto autonomo dal seno della campagna Dioscotto ed è organizzato anche con il supporto dello staff Dioscotto. A ciò si aggiungono molte altre collaborazioni. La co-promozione dell’Assessorato alla Cultura di Napoli. La co-organizzazione dell’Asilo Filangieri e del Lanificio 25. Abbiamo l’appoggio morale di Uaar, Iniziativa laica, MicroMega, gli ex Musulmani d’Italia, Atheist refugees relief, One law for all, Council of ex-muslims of Britain. La nostra ricerca sul tema della blasfemia ci impone di non concentrarci su una confessione in particolare, è necessario confrontarci con tutte le religioni e dobbiamo farlo anche per i Paesi che continuiamo a definire occidentali e che, invece, sono multiculturali, come la Germania.  Se faremo prevalere come unità di misura l’offesa del sentimento religioso, il disordine sociale non può che aumentare. Se invece utilizzeremo come parametro il diritto, la discussione si assesterà su altri presupposti.
Com’è stato finanziato il progetto?
Questa è la parte dolente. Ho dovuto avviare una campagna di raccolta fondi in tempi di crisi e su un tema difficile. Difendere la bestemmia non è facile anche per un ateo. La pandemia ha reso tutto ancora più complicato. Non ho neanche cercato sponsorizzazioni private o contributi pubblici. In quest’ultimo caso, era indispensabile considerare che l’emergenza sanitaria ha assorbito l’attenzione collettiva e disseccato le risorse delle amministrazioni. D’altra parte, ricevere fondi pubblici significa anche limitarsi nella libertà comunicativa. Il crowdfunding coinvolge il pubblico a più livelli, perché contribuire economicamente a un evento significa anche prendere concretamente posizione sui contenuti di quell’evento. Desideravo “contare” questo tipo di sostegno. Non sono stata particolarmente fortunata nei numeri, ma ampiamente ripagata dall’entusiasmo e dal calore dei pochi donatori. È doveroso raffrontare la causa sostenuta dal Festival con un’altra, ideologicamente simile, sostenuta da un vip.  Nergal, popolare cantante black death metal polacco, ha utilizzato la stessa piattaforma di cui mi sono servita io. Ha aperto un crowdfunding per sostenere le sue spese legali, essendo stato denunciato per blasfemia. Aveva posto come obiettivo il raggiungimento di 20000 euro, il mio stesso obiettivo. Aveva anche detto che avrebbe devoluto l’eventuale eccedenza a progetti contro il reato di blasfemia. In pochi giorni, Nergal ha raccolto 30000 euro! Abbiamo utilizzato i canali social per attirare la sua attenzione, con esplicite richieste di aiuto. Niente. Il raffronto tra la causa di Nergal e la nostra mi fa tornare in mente Brian di Nazareth dei Monty Python, che si è potuto girare grazie al finanziamento di uno dei musicisti dei Beatles, George Harrison. I Beatles non c’entravano nulla con la satira, eppure un musicista ha pensato di ipotecare una delle sue case per consentire a degli artisti geniali di potersi esprimere, perché riconosceva nel loro talento un valore collettivo. Quando le istituzioni o le organizzazioni strutturate esitano, hanno paura ad assicurare una diffusa e particolareggiata offerta culturale, abbracciando anche temi scomodi o linguaggi non allineati al senso comune, il mondo dell’arte dovrebbe auto-investirsi di responsabilità e mettere in circolo le risorse.  In questi termini, Nergal più che satanico è tirchio [ride – Ndr]! Che cosa dobbiamo concludere? La popolarità del richiedente fa la differenza. La potenza delle idee non basta, serve la notorietà.

Emanuela Marmo, direttrice del Festival,
che indossa la maglia: No God, no massacre di Illustre Feccia

È sempre più difficile realizzare un’idea in un paese che non investe nei propri talenti, costringendoli a ricorrere a mezzi alternativi.
Ceci n’est pas un blasphème è un Festival potente. Sono potenti le mostre, sono potenti i live, è potente la forza artistica degli ospiti. Non sono potenti gli organizzatori e questo si riflette nella capacità economica. Lo constato con amarezza. Fatta questa parentesi, ho trovato difficoltà economiche, ma non porte chiuse. L’Amministrazione comunale mi ha dato gratuitamente uno spazio strepitoso. Asilo Filangieri e Lanificio 25 non hanno esitato ad offrirmi i loro spazi. Questa generosità non è scontata e va assolutamente messa in luce: possiamo fare il Festival grazie a questo e grazie al fatto che gli artisti si esibiscono a titolo gratuito. Molti di loro hanno realizzato le opere a proprie spese. Tutto questo ha maggiore valore proprio considerando il fatto che non sono per nulla potente. Tutti hanno sostenuto un’idea, una causa, non la notorietà di una persona o la “visibilità” che questa poteva offrire. Nessuno mi ha aiutato perché porto voti, perché ho santi in paradiso o perché sono popolare. Non ho soldi, ma ho una ricchezza umana, professionale e artistica a servizio di una causa comune che fa paura. Dobbiamo essere tutti orgogliosi di questo risultato.
L’unità fa la forza?
Sì. E l’unione, nel nostro caso, è tra artisti. Come ti dicevo, molti hanno rinunciato persino al rimborso del titolo di viaggio. Abel Azcona si muove dalla Spagna di tasca propria. È un artista conosciuto, non ha bisogno di me, eppure ritiene che la nostra causa sia troppo importante. Daniele Caluri ed Emiliano Pagani, creatori di Don Zauker, hanno sostenuto il progetto offrendo il bagaglio di una vita. Il comico satirico Daniele Fabbri ha fatto per Dioscotto e per Ceci n’est pas un blashéme moltissimo, l’investimento personale e professionale che ha puntato sui nostri obiettivi è incalcolabile. I Tenerissimo bagno di sangue, i Capocchiodonti, Porfirio Rubirosa and his band si esibiscono a titolo gratuito. Non posso dimenticare Luca Iavarone. Luca non solo conduce il talk show, ma è stato un interlocutore continuo. È con lui che abbiamo fatto il primo sopralluogo, è con lui che ho vagliato idee e soluzioni. La storia del Festival è la storia di decine di generosità che si sono messe in moto. I donatori ci hanno riempiti di messaggi motivanti, sono davvero i produttori consapevoli di questa manifestazione.
Che reazione ti aspetti dai napoletani?
Napoli è una città carnale e diretta, che ti dice le cose in faccia. Anche nel rapporto con la religione. Mi aspetto che qualche religioso in visita al festival abbia voglia di un confronto. Mi aspetto una partecipazione non passiva, ma vivace e costruttiva. Io sono salernitana, ma nella mia città non sono riuscita ad andare avanti per ostacoli invisibili. Napoli non mi ha mai detto di no e non mi ha mai messo i bastoni tra le ruote. Le sue opinioni le esplicita. Mi auspico delle critiche costruttive. Anche per questo mi sento napoletana d’adozione. So perfettamente che qualcuno potrà trovare disdicevole che la figura della Madonna sia rappresentata in un altro modo, ce lo diranno, ma ci permetteranno di dire e fare le cose come le abbiamo pensate. In proposito, rammento un altro episodio. Quando ero Pappessa della Chiesa pastafariana ho partecipato a moltissimi cortei. I più sontuosi si sono svolti durante i gay pride. Una volta sfilavo su un carro, ero vestita con abiti sacri e scolapasta. Da un negozio uscì un papà con un bambino di 8 mesi e me l’offrì per ricevere una benedizione. Rimasi interdetta e gli spiegai di non avere poteri, ma lui disse che non aveva importanza, perché “portava bene”. Questo dimostra quanto i napoletani siano creativi e rielaborino autonomamente anche gli aspetti rituali delle tradizioni. Anche lo strato popolare più ignorante, può essere intelligente e creativo.
Pensi che il festival possa suscitare irritazione in alcuni ambienti?
Dal punto di vista mediatico, al posto mio altri organizzatori si augurerebbero lo scandalo, sinonimo di pubblicità. Tuttavia, noi affrontiamo questa esperienza con lo sguardo da attivisti. Non vogliamo scandalizzare, vogliamo cambiare le cose e la provocazione per noi è uno strumento politico, non mediatico. È una pratica, non una strategia effimera. Ci auguriamo di uscire con una visione rinnovata dei religiosi e che qualche religioso esca con una visione innovata della satira, dell’anticlericalismo e dell’arte contemporanea. Se anche solo due persone si mettessero in discussione sulle proprie certezze, il Festival avrebbe avuto una qualche valenza sociale e politica, che è la valenza che a noi interessa. Noi siamo un laboratorio 365 giorni all’anno sulla libertà d’espressione. Il nostro avversario non è il visitatore o il pubblico. Il nostro avversario è il fascismo religioso. 
Quanto è importante il ruolo della donna nella lotta alla blasfemia e al clericalismo?
Per me, l’essere maschio o femmina è un mero fatto genitale, l’essere donna o uomo, invece, è un fatto culturale. Sogno in futuro che questa differenza venga completamente superata, anche grazie alla tecnologia: mi piace immaginare una società umana in grado di espandere le opzioni della natura con quelle della libera scelta, un futuro in cui anche i maschi eterosessuali possano ospitare gravidanze, ad esempio. Tuttavia, tornando alla domanda, la storia ci impone di considerare la differenza di genere, anche perché tutti i poteri si sono preoccupati di gestire le faccende del corpo e siccome, fino a oggi, è la donna che può generare la vita, va da sé che questa vitale funzione è stata oggetto del più spietato controllo. Tutte le arti anticlericali fanno una riflessione sul ruolo della donna e la denuncia dell’oppressione religiosa spesso coincide con la liberazione dei corpi femminili. Abbiamo creato una blasphemy box, una cabina mobile in cui bestemmiare in tutta sicurezza, un po’ sul principio dei cessi chimici. È un oggetto di design e di marketing creativo escogitato per promuovere il Festival. Abbiamo testato questa cabina a Mezzocannone occupato, alla Casa del popolo di Nocera e a Casino del Principe. L’hanno provata un po’ tutti. Il primo in assoluto è stato Luca Zulù. Ebbene, le donne sono quelle che hanno prodotto le bestemmie più creative. Questo è un segnale di riscatto storico importante, proprio perché la figura della donna è sempre stata rappresentata come obbediente ed educata. Se vogliamo assumere un approccio sociologico, anche se parziale, tra le bestemmie maschili abbiamo notato una presenza di rabbia più spiccata, mentre è emersa un’ironia più creativa tra le donne. È un piccolo test, ma che ci fa portare a casa un’importante osservazione al riguardo.
Cosa ne pensi di Papa Francesco?
Che è l’esito di una comunicazione studiata a tavolino da tante persone. Non credo che il Papa sia un individuo, ma il frutto di una concertazione più ampia. La sua figura esprime una preoccupazione che attraversa la Chiesa, che sa di navigare in tempi in cui può scivolare facilmente nell’impopolarità. Quindi, da una parte reagisce con una comunicazione ufficiale, protesa all’apertura e alla conciliazione, dall’altra utilizza strutture collaterali, ad esempio Pro-vita, per preservare la cultura sessista e sessuofoba. Papa Francesco è un abilissimo comunicatore, che ha uno staff navigato con 2000 anni di esperienza alle spalle. Loro sì che sanno cos’è la propaganda. Non credo in quello che Papa Francesco dice, sono scettica. Io percepisco la Chiesa nella pratica quotidiana. Finché l’80% dei medici sarà obiettore di coscienza, non crederò che la Chiesa promuove la libertà delle donne. Finché i sacerdoti non celebreranno matrimoni fra persone omosessuali, non crederò che la Chiesa rispetti gli omosessuali.

Il popolare personaggio dei fumetti “Don Zauker”
di Daniele Caluri e Emiliano Pagani

Secondo te, bisognerebbe rimettere in discussione i Patti laternensi, chiedendo alla Chiesa cattolica di pagare le tasse e dare un contributo economico ad alcuni settori, fra cui la cultura?
La Chiesa deve pagare le tasse, ma perché dovrebbe dare contributi ad altri settori? Il fatto che alla chiesa siano state delegate funzioni sociali, come l’assistenza solidale, è un profondo errore. Durante il fascismo, l’unica organizzazione non repressa fu quella religiosa. Proprio la sua azione umanitaria ne ha fatto un punto di riferimento collettivo, oltre la fede. Attraverso le azioni di assistenza, la Chiesa diventa potente e un reale sostituto di servizi che andrebbero pretesi dallo stato. Se il settore culturale dipendesse dalle donazioni della Chiesa, ritorneremmo al Cinquecento: Michelangelo dipingerebbe solo nelle chiese e sarebbe costretto a dipingere Cristi e Madonne. È lo stato che deve garantire sussistenza alla cultura e alla società. La nostra Costituzione afferma che è compito dello Stato di rimuovere tutti gli ostacoli di ordine economico e sociale alla realizzazione della persona. Be’, le persone si realizzano se sanno pensare. La cultura struttura la mia capacità di pensare.
La Chiesa ha un ruolo preponderante nella nostra società: una realtà che schiaccia la libertà d’espressione artistica?
A ridosso della guerra, persino l’istruzione dei bambini è proseguita grazie all’intervento di religiosi, siccome la religione consente consenso al potere oltre l’ideologia, noi ereditiamo dei patti per i quali nello spazio pubblico e laico della scuola, degli ospedali e degli uffici sono esposti h24 simboli religiosi. Sono costantemente nel nostro campo visivo, entrano nell’immaginario di tutti, anche dei bambini non educati religiosamente. Quei simboli sono negli spazi di tutti, ma tutti non possiamo elaborarli soggettivamente. Tutti dobbiamo attenerci ai significati della tradizione. Che quei segni entrino nella mia vita personale, senza che io li abbia voluti, non è una cosa alla quale io possa porre rimedio o contro la quale esprimere biasimo. È giusto? Allora io non posso assolutamente chiedere alla Chiesa di sovvenzionare la cultura, perché i poteri non portano soccorso, ma – attraverso il bisogno – colonizzano territori e settori. La forma di governo del paese in cui vivo si regge su un sistema eletteorale, per rappresentazione e delega. Ebbene, chi vince le elezioni riceve un potere per delega. Questo potere si esplica in servizi dovuti alla società. Io mi aspetto che lo Stato si prenda cura dell’istruzione e della cultura e che questo bene sia considerato primario, mentre non lo sono i consumi. L’economia delle competenze e delle conoscenze è più rilevante per la nostra sopravvivenza dell’economia di consumo. Una società povera, ma colta, avanza e sopravvive. Una società povera, senza cultura, è misera. Se le risorse diventano scarse, gli uomini devono avere conoscenze per fronteggiare le crisi: se sono in grado solo di scartare confezioni di merendine e di scegliere le scarpe in offerta, si estingueranno in un mare di munnezza. Le Chiese devono stare a casa loro, nutrendo la loro spiritualità e quella dei credenti. I cittadini, credenti o no, devono riferirsi ai diritti come strumento di equilibrio tra le differenze.

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Per te, è possibile immaginare un mondo in cui si superi la religione?
Di questo passo, non ne ho la speranza. Quando la politica non ha una visione strategica d’insieme, ma solo di classe, per raggiungere le categorie di fatto sacrificate per il benessere di pochi la prima cosa che fa è difendere la religione. È l’uso della religione come repertorio di argomenti facili, nella totale assenza di politiche socio-economiche integrate, a farmi sentire la necessità di depotenziare le religioni. Da umanista, a me piace il piano metaforico, mitologico, analogico. Mi piace che l’uomo inventi delle cose per esprimere concetti. I miti generano mondi fantastici nei quali è bellissimo perdersi. I miti religiosi contengono le paure, impartiscono il senso del limite. Ma vorrei che i fedeli fossero un po’ come gli appassionati di Tolkien. Mi piace pensarli riuniti in comunità accomunate da visioni e linguaggi, ma senza la pretesa di esercitare potere o dettare legge.
Le religioni fanno da genitori a quello strato di popolazione che vuole rimanere immaturo, infantile, che ha bisogno di essere ammonito e protetto, altrimenti si sente spaesato nelle condotte e nelle scelte. Infatti il credente, laddove avesse un’opinione diversa dai dettami impartiti, non sceglie, non decide: disobbedisce, pecca, trasgredisce. Come i bambini con i genitori. In assenza di politici con una visione economica, sociale, giuridica strutturata, la religione riempie un grande vuoto. Coltivo l’utopia del superamento della religione o della sua equiparazione a mondi letterari, ma credo che i fatti continueranno a smentire i miei sogni.
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[Photo credit: Emanuela Marmo, che si ringrazia per l’amichevole partecipazione]

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