Questo articolo vede come vittima un maiale, e comincia parlando di rappresentazioni pittoriche alquanto bislacche. Se visitando una chiesa o un castello medioevale doveste imbattervi nella raffigurazione di un anziano predicatore, lunghissima barba bianca, bastone di ferula o tirso riadattato in un tau francescano, e che si accompagna ad un suino, non abbiate timore.  Non si tratta della caricatura di fin troppo diffuse blasfemie, o di uno scherzo. State osservando il più popolare dei Sant’Antonio Abate.


Se poi siete napoletani (e di provincia) l’associazione vi risulterà lampante, considerando certa tradizione culinaria che non rinuncia alla carne di maiale nel festeggiare il santo.
Difatti, l’eremita egiziano, primo abate riconosciuto dalla cristianità, si fregia di una serie di caratteristiche che lo rendono figura unica e bizzarra, capace di indurre simpatie anche in chi rifugge dogmi e credenze.
Ritenuto patrono degli animali, con predilezione per i suini, protegge macellai, norcini, intrecciatori di cesti oltre a chi vi si affida per una malattia della pelle diffusissima e che ne prende il nome: il fuoco di Sant’Antonio.
A dire il vero gli si riconosce anche potere sul fuoco vero e proprio (non di rado si vedrà il santo, novello Zeus, raffigurato con in mano un tizzone ardente). Cosa che lo pone al centro della nostre cronache per l’evento che più popolarmente caratterizza il giorno della sua celebrazione: il fucarazzo del 17 gennaio.
E qui subito una presa di posizione importante. Parleremo di fucarazzo e non di falò, questo nonostante la tradizione non sia diffusa solo alle nostre latitudini.
Le radici di questo evento affondano nel mito, e sono un mix tra paganesimo e cristianità in linea con larga parte della sacralità di tutto il territorio nazionale, causa il passaggio senza soluzione di continuità tra i due modelli religiosi.
Per esempio, la tradizione sarda di Sant’Antuoni ‘e su fogu, è occasione per citare una delle molte credenze sul rapporto tra il santo e il fuoco. Una leggenda che lo vede scendere negli inferi sotto vesti di porcaro, accompagnato dal fido maiale, con lo scopo di rubare la scintilla ai demoni per donarla all’umanità,  fino ad allora ignara del calore di quest’elemento.
Una storia che unisce chiacchiera di paese, miti greci (Ulisse e Prometeo, tanto per dirne due), devozione cristiana espressa in una delle manifestazioni più anticamente sentite e che oggi rivive in due anime distinte: quella della rievocazione amarcord e quella della resistenza culturale.


Il 17 gennaio è vera  e propria festa. Antico inizio dell’anno contadino, i cristiani vi fanno coincidere l’inizio del Carnevale, evento di comunità che vede nelle alte torri di fuoco dal sapore di oracolo occasione di confronto e rinascita.
Un’intimità condivisa di cui in questi giorni si sente grande mancanza.
Sant’Antuono Sant’Antuono, pjiate o viecche e damme o nuove, è un adagio che non si riferisce solo i denti da latte, ma a tutto quello che di vecchio va sostituito. La tradizione del fuoco rinnovatore è diffusa ovunque nel territorio regionale segnando importanti differenze tra città e campagna, con casi eccezionali come la festa di Macerata Campania.
Consideriamo Napoli. Nei giorni precedenti al 17, la vita nei vichi era un rintronare di grida gagliarde: Menate, menate a sant’Antuono, coi giovani intenti a riparare ricciolute teste dalla mobilia vecchia buttata giù da balconi e finestre.
Da lì era, poi, una bagarre tra quartieri nel tentativo dicreare la pila di sedie spagliate, armadi sgangherati, porte rotte, che fosse più alta di quella del vicino. Restava al fuoco bruciare quella vita vecchia per portare la nuova racchiusa nella la cenere curativa sottratta al rogo insieme alla brace per i bracieri e i camini in case spoglie dalle cose vecchie.
In via Foria, poi, i monaci di Sant’Antonio Abate si accompagnavano con i lattoni di sant’Antuono, i maialetti che cresciuti portavano dentro di sé il lardo benedetto capace di curare l’Herpes Zoster.
Se di monaci accompagnati da maiali non se ne vedono più, nella Chiesa di Via Foria resiste la tradizionale benedizione degli animali domestici. Più fortemente quest’anno, in programma alle 7.00 di domenica, per la rinascita di una parrocchia che riapre ai fedeli (a due e quattro zampe) dopo alcuni anni di ristrutturazione e pratiche religiose relegate al cortile antistante. Questo in città.
Nelle campagne della provincia la fanno da padrona le masserie, con i fucarazzi fatti di fascine e scarti di potatura. Al centro una miccia di rami di alloro, pianta già sacra più o meno ai tempi in cui Talete di Mileto ancora gattonava.  

E il maiale? Ahimè, la tradizione vuole che partecipi sì alla festa, ma come pietanza, con le obbligatorie  sasicce e  friarielli, e poi vino paesano, migliacci, lasagne e cibi tipici del periodo carnevalesco.
Da alcuni anni la pratica antica, è stata ripresa, da piccole comunità improntate alla resistenza culturale, come l’Orto conviviale (che ci ha concesso le foto). 
Tutto questo in contrapposizione alla tendenza pericolosa di chi non rispettando la tradizione brucia anche quello che non dovrebbe. Facendo guardare al 17 gennaio come un onta nella lotta ambientalista.
Che dire, quindi, agli inquisitori del fucarazzo? Ovvero a chi ritiene la pratica oltrepassata perché inquinante?
Sarebbe folle e antiscientifico dire che respirare fumo non fa male. Soprattutto se un misto tra noncuranza e scarsa informazione porta a buttare sul fuoco materiale tossico. Ma questo non ha nulla a che fare con Sant’Antuono.
Senza troppe polemiche, accusare la tradizione è l’ennesimo tentativo di dare al cittadino responsabilità che non ha.
L’umanità come forma relazionale è nata con il fuoco, e metterlo sotto accusa è rinnegare quello che siamo. Diversamente si può dire dell’industria pesante, della politica energetica criminale, dell’inquinamento massivo della vuota diffusione dei consumi massificati inghirlandati di libertà, etc. . 
Inoltre il fuoco è da sempre amico del contadino, quando non scappa di mano. Ma anche per questo ci si affida a Sant’Antuono.
In attesa di potersi stringere intorno al fucarazzo con gli altri, ricordiamo questa scelta culturale consapevole, fatta di rispetto per se stessi e amore per la terra. Il fuoco rinnova la sua immagine con una capacità che è solo sua, ritornando ad essere perno della socialità e della diffusione culturale. In una festa che è per tutti: atei, cristiani, grandi e piccoli, uomini e animali. Per tutti tranne che, evidentemente, per il povero maiale.
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