Ogni persona che incontri
sta combattendo una battaglia
di cui non sai nulla.
Sii gentile. Sempre
(Platone)

Si vivono tempi difficili che angustiano il quotidiano. Ci costringono a riflettere non solo sulle relazioni che si intrattengono con chi ci sta accanto ma anche sul rapporto che ciascun di noi ha con se stesso. Quando la ricerca nel quotidiano non trova le risposte ai quesiti diventa naturale andare oltre, rivolgersi al passato. L’uomo si è trovato spesso ad affrontare catastrofi naturali o diffusi contagi.
Sono limitate e brevi le scosse che caratterizzano un terremoto, pochi mesi e qualche volta anni, i tempi che contraddistinguono un’epidemia. Nel primo caso, l’esplorazione è postuma e mette di fronte all’osservatore attonito quanto rimane del drammatico scuotimento violento del terreno: la brutale cancellazione di un pezzo di comunità e della storia che custodiva.
Nel secondo caso, il protagonista è chiamato ad assistere come testimone al progresso della morte e a partecipare come protagonista ad una battaglia dove il nemico è nascosto e invisibile: non si riesce a colpirlo ma si può essere colpiti. La diversa relazione con lo spazio e il tempo che caratterizza la nostra epoca, porta a condividere e ad amplificare a livello mondiale gli affetti e gli effetti dell’epidemia con il risultato di vivere collettivamente ed individualmente tutti i momenti, specie quelli più tormentati.
La storia insegna che dopo una grande calamità gli uomini non sono più gli stessi perché le prove a cui sono stati sottoposti hanno acuito differenze e difficoltà e modificato scala e priorità dei valori. Al momento della sciagura segue quello della ricostruzione: riedificazione delle cose andate perdute e ricerca di nuovi modelli da parte di chi, non avendo trovato risposte alle proprie domande, s’incammina in una inesplorata indagine sulla ricerca di senso. Per le persone, in particolare, diventa importante  prima di intraprendere un qualsivoglia percorso, esaminare come si era fatti prima, analizzare le cose non affrontate, le tante lasciate in sospeso.

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È stata la mia amica Marinella a parlarmi di un piccolo volume appena uscito di Benedetta Tobagi dal titolo Giona. In libreria, a Ponte di Tappia, l’impiegato fa fatica a trovarlo e passa dal PC, dove si attesta che il libro c’è, allo scaffale. La ricerca sta occupando troppo tempo e alla manifestazione del mio imbarazzo per la presenza di altre persone che attendono il loro turno la risposta è serafica: “è il mio lavoro”. Stavo per ribadire di lasciar perdere quando finalmente sorridente mi dice di averlo trovato.
La storia di Giona, che ha la connotazione di una parabola e si sviluppa in soli quattro capitoli, è abbastanza nota perché le situazioni che riporta sono vicine a quelle che ciascuno di noi è chiamato ad affrontare quotidianamente. I vari momenti della narrazione come moderni fotogrammi sono entrati nell’immaginario collettivo. 
Il Signore comanda a Giona, ebreo figlio di Amittai, di andare a predicare a Ninive[1], città non-ebrea capitale dell’Assiria, dove regnano il peccato e la dissoluzione. Giona prende invece la direzione opposta e fugge a Tarsis su una nave.
Di fronte a un nuovo richiamo di Dio che si manifesta attraverso un violento temporale, Giona si rende conto di non aver assolto al compito che gli è stato affidato e invoca la morte. Poi, ritrovato il proprio coraggio, svela ai compagni di viaggio che la colpa dell’ira divina è sua e chiede di essere gettato in mare. In mare la sorte corre in suo aiuto: un grosso pesce lo inghiotte e lo tiene protetto nel suo corpo.
Dal ventre del pesce, dove rimane tre giorni e tre notti, Giona rivolge a Dio un’intensa preghiera perché lo faccia uscire e gli restituisca la vita. Dio lo accontenta e il pesce vomita Giona sulla spiaggia. A questo punto ottempera all’impresa che gli è stata affidata e predica con furore la parola di Dio. Contro ogni aspettativa tutti ascoltano la parola portata da Giona, gli credono, proclamano un digiuno e si vestono di sacco.
A seguito di ciò Dio decide di risparmiare la città ma a questo punto l’istinto ribelle di Giona riemerge; lui non è soddisfatto del perdono divino esige che si realizzi la profezia che ha predicato: la distruzione della città. Deluso chiede a Dio di farlo morire. Mentre è seduto davanti alla città ad attendere gli eventi, il Signore fa spuntare una pianta di qiqajon[2]
Sopra la sua testa per dargli ombra e sopportare la calura. Il giorno dopo, all’alba, un verme rode ciò che gli procurava frescura e di cui si compiaceva: la pianta muore e il sole e il vento caldo tornano a flagellare Giona che ancora una volta invoca la morte. Ecco allora la voce divina, che ammaestra il profeta recalcitrante[3], e dà un senso alla narrazione: «Tu hai pietà per quella pianta di ricino… e io non dovrei aver pietà di Ninive … nella quale ci sono più di centoventimila persone… e una grande quantità di animali?» (4,10-11)[4].


Naturalmente il volume non intende limitarsi al racconto della storia biblica, riportata integralmente nell’Appendice, ma fa propria l’affermazione del teologo dissidente Eugen Drewermann: la Bibbia è uno scrigno di simboli in cui sono scritte verità universali dell’esperienza umana … che sanno … donarci indicazioni preziose per liberarci dalle angustie, dai blocchi e dalle paure che avvincono la nostra vita[5]. E lo fa partendo da un’analisi dei comportamenti contenuti nella trama narrativa e la loro trasposizione nel contesto contemporaneo.
Questa operazione rende l’autore del racconto non uno di noi ma il noi che è dentro di noi. Quando Giona è chiamato da Dio a eseguire una missione egli si sottrae dall’assumere quel compito, sfugge alla possibile responsabilizzazione e, di conseguenza, dalla realizzazione del proprio destino.
Nel testo, infatti, è scritto che la storia di Giona mette in scena una verità universale: esiste una chiamata per ciascuno di noi e affrontarla è una delle sfide più grandi e terrorizzanti della vita[6]. Intendere la chiamata è difficile soprattutto imparare a distinguere il richiamo autentico dai canti di sirena[7]. Qualche volta davanti all’intuizione chiara di una strada può affacciarsi una paura ancora più grande. Non c’è bisogno di trovarsi davanti a minacce reali (…)[8] può essere paralizzante la semplice paura di sentirsi inadeguati al compito o … la paura di fallire[9].
Durante la fuga, che Giona intraprende imbarcandosi sulla nave, il profeta passa intere giornate nella stiva a dormire stordito e sordo ai richiami di Dio, proprio come quando ci troviamo davanti ad un lavoro che ci aliena per adeguarci alle aspettative altrui, portiamo avanti una relazione sbagliata per adattarci ai canoni della famiglia e della società, procrastiniamo un progetto che ci fa palpitare il cuore per il terrore di fallire[10].
In questi casi, come il profeta, ci rintaniamo in un sonno profondo che è anch’esso una fuga dalla realtà della vita[11]. In più punti, la narrazione riporta che Giona esprime la volontà di morire, la prima volta durante la tempesta per placare l’ira divina, successivamente perché non riesce ad accettare un Dio che non mantiene ciò che promette. Scrive ancora l’autrice: l’ignoto autore sembra sapere che molte volte più della morte è la vita a far paura. E’ più facile annullarsi nello spirito di sacrificio e di espiazione, piuttosto che sentire il proprio senso di colpa, riconoscere gli errori, farsi carico delle proprie responsabilità e affrontare le paure che ci hanno distolto dal cammino[12].
I brani estratti, sono solo alcuni dei passaggi che segnano questo libro; si tratta di un volume piccolo nelle dimensioni ma adeguatamente declinato, grande e articolato nei rimandi. Sa descrivere le tante fragilità con cui ciascuno di noi convive, alcune delle quali sono così profonde che fanno fatica ad emergere come le maledizioni antiche dell’infanzia … ci rodono dentro invisibili ma potenti come il verme che uccide il qiqajon[13].
Altre criticità sono meno remote ma non per questo meno insidiose e la mente corre all’episodio dell’animale marino che lo inghiotte. Nel ventre del grande pesce, visto come una sorta di utero materno o come un sepolcro da cui tornare in vita, come nella Risurrezione dopo tre giorni, egli trova protezione in un periodo particolare. Una situazione difficile con cui tutti, almeno una volta, abbiamo dovuto fare i conti… momenti spaventosi in cui bisogna toccare il fondo del proprio dolore, della depressione, dell’angoscia, del senso di vuoto. Accertare di sentirsi morire per rinascere[14].
C’è una particolarità nella storia di questo profeta che va evidenziata. Diversamente da altri episodi biblici, chi scrive non parla in prima persona ma riporta in terza persona il percorso di un uomo che in modo burrascoso cerca di sottrarsi alla chiamata di Dio. Questa modalità che trasforma in una narrazione essenziale, profonda ed estremamente attuale ci viene sottolineata in più punti da Benedetta Tobagi, che nell’ultima parte sa sintetizzare con maestria il senso profondo di questo racconto. Dopo aver riportato che alla domanda del Dio sulla necessità della misericordia, il profeta non risponde scrive: per questo libro così umano non poteva esserci conclusione più bella di questa sospensione, in cui sentiamo il silenzio sorridente di un Dio che ha sempre di nuovo la pazienza di venirci a cercare, di interpellarci e di aspettare la nostra risposta.[15]
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Storditi dai comunicati e frastornati dai messaggi viviamo sospesi tra il desiderio di proteggere noi e chi ci sta a fianco, specie se debole e anziano, e quello di salvaguardarci perché potrebbe essere un possibile portatore del male. Lo spazio sottomesso negli ultimi anni alla condivisione planetaria ormai è insicuro, la costruzione di mille micro barriere, che tentano di arginare la diffusione dell’infezione, frantumano le vie del cielo e quelle della terra. Il tempo della vita è legato alla chiusura di ogni attività che utilizza il contatto: rallentare per avere meno morti, rinchiudersi per guadagnare tempo.
Il responsabile di tutto questo un piccolissimo agente il coronavirus[16], sospeso tra il vivente e non il vivente che con le sue 26-32 mila basi nucleotidiche (i “mattoncini” del codice genetico) tiene in scacco il genoma umano costituito da 3 miliardi di coppie di basi e messo in crisi il nostro modello di società che ha puntato sullo sfruttamento massivo di tutte le risorse disponibili.
Il marcato individualismo, indirizzato dal consumismo al soddisfacimento immediato dei bisogni personali, spesso ha confuso libertà e libertinaggio, ha coperto le tante fragilità personali e oscurato con la linea d’orizzonte il futuro. Noi che siamo il frutto di quanti ci hanno preceduto, che hanno messo in gioco risorse e desiderio di riscatto, non abbiamo fatto altrettanto. Persi nell’avere tutto “ora” e “subito”, abbiamo scaricato su “quelli che verranno dopo di noi” tutti gli oneri non evasi.
Probabilmente quello che manca alla nostra società è un’idea condivisa di comunità e, a ciascuno di noi, la ricerca e l’adesione alla propria vocazione. Non abbiamo un progetto che sappia volare alto, costruito con la concretezza della ragione e la leggerezza dei sensi, che sappia condividere contenuti e non solo forma, dove il nostro sogno possa incontrare quello dell’altro.
Dobbiamo conoscere, riconoscerci ed abituarci ad abitare la nostra vita: la storia di Giona può darci una mano a scoprire vizi e debolezze, aiutarci a non aver paura, spronarci a ricominciare. Il racconto di Giona letto da Benedetta Tobagi è una favola universale scritta non più solo per gli ebrei ma per tutti, specialmente per quelli più esterni, più disponibili ad ascoltare la parola, e ci dice che ci salviamo tutti insieme.
Nel parlare del grande pesce che ingoia Giona, l’autrice ricorda il Colombre di Dino Buzzati che in un suo racconta ci mostra cosa succede all’uomo che continua a scappare. Il protagonista, Stefano Rei, condizionato dal padre, per tutta la vita cerca di sfuggire al pesce mostro ma in punto di morte decide di incontrarlo.
Con doloroso stupore scopre il muso mite di una creatura fedele che non lo ha mai perso di vista un istante nella speranza di riuscire a consegnargli la leggendaria Perla del mare, che dona a chi la possiede ogni felicità, e soprattutto “pace dell’animo”[17]. Stefano Rei si dispera, rendendosi conto del tragico errore con cui si è dannato, per paura … sa bene che gli esseri umani proiettano all’esterno i propri mostri, ma restano i più spietati carnefici di se stessi. La conoscenza come antidoto per combattere la paura del mostro, che spesso si nutre di sfiducia, vergogna, conformismo, orgoglio ferito.
La prima domanda che ci si può porre è: Da dove iniziare per intraprendere un nuovo percorso? Probabilmente dalla realizzazione di cose semplici, portando a termine quelle che ci impegnano nel quotidiano senza farsi distrarre come ci insegna l’impiegato della libreria.
È il presente in un attimo che, vissuto in pienezza, ci prepara al futuro … anzi è già futuro. 
©Riproduzione riservata

Nella foto in evidenza, Giona che esce dal ventre della balena (1753) Claude-Joseph Vernet (1714-1789) Musée des Beaux-Arts de Lyon (Rhône, France). Qui sopra e nella pagina, immagini che simboleggiano il percorso di un’umanità tormentata da inquietudini, paure e incertezze del futuro, eternamente in fuga da se stessa

NOTE

[1]Ninive ubicata nei pressi della città di Mosul in Iraq.

[2] Il qiqajonnome ebraico dell’albero di ricino.

[3]Giona Letto da Benedetta Tobagi Edizione Piemme pag. 36

[4]Giona Opera citata pag. 53

[5]Giona Opera citata pag. 10

[6]Giona Opera citata pag. 11

[7]Giona Opera citata pag. 12

[8] Minacce reali come i coraggiosi  che sfidano i criminali ecologici, mafiosi, corrotti e narcotrafficanti (Giona Opera citata pag. 13). Molto spesso, diversamente dall’antichità, sono donne (la cilena Macarena Valdés, la brasiliana Marielle Franco, la colombiana Maria Magdalena Cruz Rojas, la russa Anna Politkovskajala maltese Daphne Caruana Galizia)cadute per difendere l’ambiente e i diritti umani Giona (Opera citata pag. 9).

[9] Giona Opera citata pag. 13

[10] Giona Opera citata pag. 14

[11]Giona Opera citata pag. 15

[12]Giona Opera citata pag. 16

[13] Giona Opera citata pag. 13-14

[14] Giona Opera citata pag. 16

[15]Giona Opera citata pag. 42

[16] Il genoma del coronavirus, costituito da un singolo filamento di RNA, ha una sequenza che va da 26 a 32 mila basi nucleotidiche (i “mattoncini” del codice genetico) e codifica 7 diverse proteine virali. Nel genoma dell’uomo, costituito da 3 miliardi di coppie di basi, sono stati identificati più di 20.000  geni codificanti e più di 30.000 proteine prodotte.

[17] Giona Opera citata pag. 24

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