Per fortuna c’è Instagram! Orfani di una visione lenta in cui assaporare le pennellate, i chiaroscuri, le forme morbide e quelle nette che ci intrigano nell’osservazione diretta di un manufatto artistico esposto al nostro sguardo in una mostra, ci affidiamo all’immediatezza dell’immagine di Instagram.
È così che scopro il lavoro di Gianni De Caro, artista salernitano, classe 1958. Mi colpiscono le sculture femminili dal decoro multi cromatico, in loro scorgo –  figure intriganti – delle messaggere. Alte e slanciate, basse e rotonde o a forma di birillo portano con sé un nome, una storia e anche una funzione.
Un progetto nato tre anni fa e ancora in evoluzione che avrebbe dovuto trovar spazio in una mostra, calendarizzata e sospesa a causa della pandemia, al Museo Diocesano di Salerno. «Le bambole – spiega l’autore – si presentano in forma romantica ma racchiudono una pluralità di significati, ognuna diversa dall’altra possono contenere oggetti – come nel caso di quella con la grande gonna bombata – oppure portare con loro non oggetti ma idee, pensieri, suggestioni. Eva, ad esempio la bambola bianca,  ha i capelli rossi perché nella mia mente è una modella di Klimt».
La passione per la ceramica lo ha assalito ancora bambino conducendo i suoi passi al liceo artistico e all’Accademia di Belle Arti.

In pagina, alcune opere dell’artista salernitano, Gianni De Caro

La ceramica è la materia scelta per dare forma e colore alle proprie visioni.
Docente di arti figurative, De Caro ha ritrovato, in questi mesi di abitudini sconvolte, un mondo quotidiano a sua misura in cui il piccolo orto, il disegno, la decorazione e la materica espressività della ceramica donano la consapevolezza di una esistenza che si va riscrivendo secondo i mutati canoni della maturità.
Per chi ama le sculture femminili è facile intuire che quelle poche istantanee pubblicate su un social media rappresentino solo la punta dell’iceberg di uno studio, una sperimentazione fluida e sempre in fieri.
«Guardo le bambole e le vedo tutte belle, questo mi dà da pensare -continua –  forse è il caso di lavorare sul concetto di gradevolezza del brutto introducendo sculture con fattezze diverse».
Già il bello e il brutto, la definizione del canone estetico che evolve e muta secondo le epoche, concetti che portano a riflettere sulle molteplici possibilità espressive che si pongono innanzi all’artista come, nel nostro caso, la scelta degli archetipi femminili: le bambole, le sirene. Dopo le prime scopriamo le seconde. Creature dalla fascinazione antica le sirene rimandano al mito fondativo di una città, Parthenope, al potere ammaliante, al rapporto tra gli esseri umani e il mito.
Bambole e sirene sono le due chiavi di lettura che De Caro adopera per interpretare l’universo femminile e se nel primo caso le sculture sono vivide e illuminate dal colore inondato dalla luce, nel secondo l’elemento che caratterizza l’ispirazione è l’ombra.
Le sirene si muovono sinuose nell’ombra che tiene insieme il buono e il cattivo. Torna nell’opera dell’artista il dualismo: dopo il bello/brutto incontriamo il buono/cattivo. Le figure femminili, che mi avevano sorpreso per il loro apparire latrici di un messaggio, esprimono con sottile maestria la complessità del loro essere.

La molteplicità di significati – dichiarata da De Caro per le bambole – appare misteriosa e sotterranea nelle sirene rappresentate nell’iconografia che le vede metà donne e metà pesce, evoluzione di una primigenia conformazione metà donna e metà uccello.
Le sirene le vediamo, in un gruppo di tre, sotto l’albero della vita dipinte su un piatto.
Le lunghe chiome, le code e lo sguardo carico di storie ancora da raccontare. Personalmente non ho mai considerato la ceramica un’arte minore e aspetto la mostra che verrà per conoscere da vicino Eva e le altre.
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